Ucraina, il tempo delle illusioni è finito: aiuti in calo, pressioni su Zelensky e lo spettro di una pace imposta

13.12.2025 – 11.45 – Premessa – Mentre sul Medio Oriente sembra essere calata da tempo una fitta oscurità mediatica, immergendo l’intera macroregione in una nebulosa di difficile comprensione, il circo mediatico europeo sembra aver deciso di mettere da parte anche la cronaca sull’andamento della guerra ucraina, concentrando la massima attenzione sul destino dell’Europa, continente lacerato e litigioso al suo interno, alla ricerca, forse, di un futuro autonomo credibile. – Proviamo a fare il punto della situazione. – Sotto il profilo militare, le forze russe continuano ad avanzare, consolidando le aree occupate e sferrando anche attacchi notturni in diverse zone del territorio ucraino. L’Institute for the Study of War (ISW), noto think tank americano, da sempre fortemente sbilanciato a favore dell’Ucraina, afferma che il Cremlino starebbe intensificando significativamente i suoi sforzi di guerra cognitiva per presentare l’esercito e l’economia russi come in grado di vincere inevitabilmente una guerra di logoramento contro l’Ucraina. Questo sforzo di guerra cognitiva su più fronti, sempre secondo l’ISW, mirerebbe a spingere l’Ucraina e l’Occidente ad arrendersi alle richieste della Russia durante i negoziati, per timore di un’intensificazione e di operazioni militari russe prolungate in futuro. Gli analisti americani, inoltre, pur ammettendo che la situazione delle forze armate ucraine in diversi settori della prima linea sia decisamente grave, ritengono che l’economia russa stia affrontando costi crescenti a causa delle sanzioni occidentali, dei vincoli monetari e dell’aumento delle spese belliche.

In tale contesto, l’autorevole Kiel Institute, think tank economico tedesco, ha affermato testualmente che il 2025 si profila come l’anno più difficile per l’Ucraina sul fronte degli aiuti militari e finanziari. Dopo un avvio non negativo, il ritmo dei nuovi stanziamenti è rallentato drasticamente durante l’estate e la tendenza è proseguita negli ultimi mesi. In particolare, nei primi dieci mesi dell’anno sono stati stanziati 32,5 miliardi di euro in aiuti militari all’Ucraina, soprattutto dall’Europa. In soli due mesi, gli alleati dell’Ucraina dovrebbero stanziare più di 5 miliardi di euro per eguagliare l’anno più basso (37,6 miliardi di euro stanziati nel 2022) e più di 9 miliardi di euro per eguagliare la media di 41,6 miliardi di euro versati annualmente tra il 2022 e il 2024. Il principale fattore di questo calo è il disimpegno degli Stati Uniti. Washington, che nei primi due anni di guerra aveva fornito più della metà degli aiuti militari, ha sospeso i nuovi stanziamenti, lasciando all’Europa il compito di compensare. Dopo un iniziale sforzo, però, anche i Paesi europei hanno perso slancio. «Se questo rallentamento continuerà, il 2025 diventerà l’anno con il minor numero di nuovi aiuti all’Ucraina», ha dichiarato Christoph Trebesch, a capo del team del citato istituto di ricerca tedesco.

Il trono di Zelensky comincia seriamente a vacillare – Kiev Independent, nella giornata del 9 dicembre u.s., apre il suo editoriale politico con un titolo neppure lontanamente immaginabile solo pochi mesi or sono: «Zelensky pronto a svolgere le elezioni durante la guerra, se i partner garantiscono la sicurezza». Zelensky, durante una conferenza stampa, ha dichiarato che «l’Ucraina potrebbe essere pronta a svolgere le elezioni durante la guerra su vasta scala con la Russia, se gli Stati Uniti e i partner europei contribuissero a garantire la sicurezza». Ai giornalisti ucraini intervenuti non è certamente sfuggito quanto dichiarato poche ore prima da Trump durante un’intervista a Politico. Il presidente americano aveva infatti affermato: «È ora che l’Ucraina tenga le elezioni». In tale contesto, Zelensky, tra l’altro, ha precisato che «una mossa del genere dipende dalla sicurezza, dato che la Russia continua ad attaccare regolarmente il Paese, nonché dalla capacità dei soldati di votare e da questioni legislative. Chiedo ora, e lo dico apertamente, che gli Stati Uniti mi aiutino. Insieme ai nostri partner europei possiamo garantire la sicurezza necessaria per lo svolgimento delle elezioni. Se ciò accadrà, l’Ucraina sarà pronta a tenere le elezioni nei prossimi 60-90 giorni. Personalmente ho la volontà e la disponibilità per farlo».

In tale contesto, il britannico Financial Times, il 9 dicembre u.s., ha riferito che «gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner avrebbero imposto amichevolmente al leader ucraino un ultimatum di alcuni giorni sulla proposta di pace Usa, facendo pressione su Zelensky affinché accetti le perdite territoriali in cambio di garanzie non specificate dagli Stati Uniti». Il presidente ucraino non avrebbe voluto commentare l’ultimo affondo statunitense, insistendo sulla volontà di presentare agli Usa un nuovo piano di pace con emendamenti europei, a partire dalla smilitarizzazione del Donbass. Ma, secondo le rivelazioni dell’autorevole Financial Times, tale sforzo sembrerebbe destinato a naufragare in partenza. In merito, Ukrainska Pravda, il 10 dicembre u.s., ha riportato a caratteri cubitali le ultime dichiarazioni di Zelensky, evidenziate anche su X, secondo le quali «nel prossimo incontro con gli americani verrà discusso congiuntamente un documento che delineerà il processo di ricostruzione postbellica e di sviluppo economico dell’Ucraina». Inoltre, lo stesso presidente ucraino ha precisato che «si stanno ultimando i lavori sui cosiddetti 20 punti di un documento fondamentale che potrebbe definire i parametri per porre fine alla guerra. Prevediamo di consegnare questo documento agli Stati Uniti nel prossimo futuro, a seguito del nostro lavoro congiunto con il team del presidente Trump e con i partner europei».

E la Russia? – La risposta di Mosca appare cauta, estremamente cauta, nel solco delle sue antiche tradizioni. Tuttavia, merita di essere evidenziata la reazione ufficiale russa alla nuova strategia per la sicurezza americana. In particolare, l’8 dicembre u.s., la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, rispondendo alle domande dei media sul citato documento statunitense, ha delineato un quadro politico e strategico decisamente meritevole di attenzione.

Link in descrizione:
https://mid.ru/en/foreign_policy/news/2064143/

Di seguito, alcuni stralci significativi. – Domanda: Il 4 dicembre l’amministrazione Trump ha pubblicato la sua ultima, e in gran parte nuova, Strategia per la Sicurezza Nazionale. Questa volta sembra allontanarsi dagli stereotipi e dai precetti dei precedenti documenti strategici statunitensi. In che modo le sue disposizioni influenzeranno le relazioni tra Stati Uniti e Russia? Maria Zakharova: La nuova versione della Strategia per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti contiene una serie di disposizioni che indicano una sostanziale rivalutazione della dottrina di politica estera statunitense, soprattutto se confrontata con la versione del documento del 2022. Di particolare rilievo è la revisione del precedente impegno di Washington all’egemonia: il documento afferma esplicitamente che le élite americane hanno commesso gravi errori di calcolo, avendo piazzato «scommesse enormemente sbagliate e distruttive sul globalismo». Per come la intendiamo noi, questo quadro ideologico fondamentale plasma anche un altro principio chiave della Strategia: l’appello a porre fine «alla percezione, e all’impedimento della realtà, della NATO come un’alleanza in continua espansione». In altre parole, per la prima volta gli Stati Uniti dichiarano, se non un rifiuto di espandere l’alleanza, almeno una messa in discussione ufficiale della sua tradizionalmente aggressiva traiettoria espansionistica. È inoltre degno di nota il fatto che la Russia sia menzionata nel documento nel contesto della sicurezza paneuropea, mentre non vi sono richieste dirette di contenimento sistemico del nostro Paese o di una maggiore pressione economica nei suoi confronti. Allo stesso tempo, senza nominare esplicitamente Mosca, la nuova versione della Strategia delinea i piani di Washington per raggiungere il «dominio energetico», limitando l’influenza degli avversari.

Domanda: Come valuta il Ministero degli Esteri l’aspetto politico-militare della nuova Strategia, e in particolare l’obiettivo dichiarato di raggiungere la stabilità strategica nelle relazioni con la Russia?

Maria Zakharova: Nonostante l’approccio generalmente pragmatico a questo tema, notiamo una serie di contraddizioni. In particolare, il documento non contiene elementi che consentano di comprendere la visione americana di un quadro «post-New START». Ci riferiamo principalmente alla definizione di parità nei limiti quantitativi chiave per le armi nucleari. Nonostante la ferma attenzione rivolta alla difesa degli interessi statunitensi nella Strategia, il documento lascia spazio alla ricerca di aree di intesa con noi.

Domanda: Non si può fare a meno di notare la dura critica del documento alle élite liberali al potere in Europa per la loro repressione delle forze politiche «indesiderate». La politica migratoria di Bruxelles viene persino descritta come una minaccia di cancellazione della civiltà europea. Questo indica una spaccatura all’interno del cosiddetto «Occidente collettivo»?

Maria Zakharova: Come per il tema del globalismo, questa è più una dichiarazione delle crescenti contraddizioni tra Stati Uniti e Unione europea, culminate nella posizione apertamente ostruzionistica di Bruxelles nei confronti delle aspirazioni di pace di Donald Trump riguardo all’Ucraina. Esiste una convergenza oggettiva tra le opinioni tradizionali della Russia e le valutazioni ragionevoli della nuova amministrazione statunitense sui processi realmente allarmanti in atto nel Vecchio Mondo. A questo proposito, si può solo sperare che la nuova strategia americana abbia lo stesso effetto di riflessione sul «partito della guerra» europeo delle recenti osservazioni del presidente Vladimir Putin sull’assurdità delle «giustificazioni» europee per la preparazione di una sorta di «guerra con la Russia». Vale la pena sottolineare che alcune disposizioni del documento relative alla crisi ucraina gettano le basi per proseguire i nostri sforzi costruttivi congiunti con gli americani per individuare percorsi verso una soluzione pacifica.

Domanda: Come si dovrebbe valutare la tesi riguardante la «revisione» della necessità di una presenza militare statunitense in quelle regioni «la cui importanza relativa per la sicurezza nazionale americana è diminuita negli ultimi anni e decenni»?

Maria Zakharova: Questa tesi riflette il concetto di «America First», ma difficilmente dovrebbe essere interpretata come un ritiro degli Stati Uniti dalla loro presenza militare all’estero, il che si allinea con un’altra idea americana, quella della cosiddetta «pace attraverso la forza». Ad esempio, i paragrafi del documento sull’Asia-Pacifico contengono un linguaggio ambivalente nei confronti della Cina, nonché richieste a tutti i principali partner regionali di concedere al Pentagono un maggiore accesso ai loro porti e ad «altre strutture».

Domanda: La Strategia sposta sensibilmente l’attenzione della politica estera americana verso l’emisfero occidentale. Questo viene definito «Emendamento Trump» alla famigerata Dottrina Monroe. Non suona minaccioso?

Maria Zakharova: I paragrafi pertinenti sembrano più simili a un riferimento diretto all’Emendamento Roosevelt, la dottrina del 26° presidente degli Stati Uniti, Theodore Roosevelt, che proclamò il diritto di Washington di intervenire in America Latina con il pretesto di «stabilizzare la situazione economica interna» di alcuni Paesi della regione. Ciò è particolarmente preoccupante, date le attuali tensioni deliberatamente alimentate dal Pentagono riguardo al Venezuela. Ci auguriamo che la Casa Bianca riesca a evitare un’ulteriore spirale di conflitto su vasta scala, che avrebbe conseguenze imprevedibili per l’intero emisfero occidentale.

Conclusione – In relazione al conflitto in Ucraina, il noto filosofo Massimo Cacciari, tra pochi altri e da molto tempo, affronta con antica arguzia intellettuale tematiche sensibili come la disinformazione sistematica dei media, la volontà di non indagare a fondo sulle cause della guerra e di non sviluppare alcuna analisi sul comportamento della NATO e dei governi europei. Cacciari, inoltre, sottolinea continuamente la debolezza delle leadership europee e l’invenzione europea di un nemico immaginario per giustificare la folle corsa agli armamenti, e molto altro ancora. Ma si sa, i «principi senza territorio» di Bruxelles, dal loro trono intriso di «verità dogmatiche», ci dicono, con un tiepido e cortese sorriso di sufficienza, che Cacciari è solo un filosofo, un visionario, certamente progressista e meritevole di piena visibilità, ma che la realtà è ben diversa e che la strada scelta è sempre stata quella giusta. Tuttavia, anche in relazione alla palese e interessata volontà americana di raccontarci, con dovizia di particolari, il livello della corruzione in Ucraina, fenomeno ampiamente noto da tempo alle cancellerie occidentali, ai tentativi statunitensi di realizzare una pace possibile e alla palese impossibilità europea di continuare a sostenere Kiev in termini di armamenti e finanziamenti, qualcosa, forse, sta davvero cambiando. Forse è giunto il momento di porre fine a questo atroce conflitto nel cuore dell’Europa, che non sarebbe mai dovuto nascere. Desidero chiudere questo articolo riportando un breve stralcio di una lunga e recente intervista rilasciata dal ministro Guido Crosetto ad Avvenire, perché riflette, come amo esordire nell’aprire i miei incontri in giro per l’Italia, la necessità di volgere «uno sguardo diverso su un mondo che cambia».

Intervista completa nel link in descrizione:
https://www.avvenire.it/politica/crosetto-la-nato-si-trasformi-per-garantire-la-pace_101832

Il ministro, in particolare, ha affermato: «In un mondo dove contano sempre di più i rapporti di forza, dove il diritto internazionale, codificato da secoli, è carta straccia, l’imperativo più urgente è quello di correggere le traiettorie pericolose e negative che sono di fronte a noi e che ci fanno capire già ora cosa può accadere se non interveniamo. Dobbiamo, tutti insieme – e intendo tutti gli Stati e gli organismi multilaterali mondiali, compresi quelli che ieri facevano parte del “Sud globale”ripensare le strutture multilaterali e i sistemi istituzionali. Dobbiamo costruire un nuovo multilateralismo a tutela della stabilità. All’interno di questo obiettivo più ampio occorrono anche una nuova Europa e una nuova NATO, più inclusiva e globale, che guardi ben oltre l’Atlantico. Penso a una sempre più pressante, necessaria e vera difesa europea, convinto che l’Europa a 27 sia troppo piccola. La necessità è una difesa continentale che coinvolga Paesi che oggi sono fuori dai “confini” dell’UE: il Regno Unito, la Norvegia, l’Albania, i Paesi balcanici. Tutti uniti, tutti decisi a fare squadra, a lavorare insieme, a scambiarsi informazioni, a condividere tecnologie. Serve una trasformazione profonda e veloce della NATO, che la faccia diventare una struttura capace di garantire un’alleanza per la pace nel mondo, un “braccio” armato ma democratico di una ONU rinnovata, uscendo dal ruolo di organizzazione di difesa del solo Occidente “atlantico”. La NATO, così com’è stata percepita per decenni, cioè come un nemico per i Paesi del Sud e per i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, ndr), deve invece aprirsi e allargarsi. Deve pensare al mondo, non solo a una sua parte. E, visto che l’ONU non ce la fa più, la NATO ha le caratteristiche, il know-how e le capacità militari, ma anche diplomatiche, per diventare il vero difensore della pace. Però, attenzione: solo se la NATO saprà essere credibile, attendibile e sincera, e saprà allargarsi, potrà rappresentare e difendere tutti».

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

[s.d.]

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