Israele e Libano sul baratro: Hezbollah, Macron e il futuro inesistente della pace

12.12.2025 – 13.20 – Premessa – Mentre l’Europa cerca di interrogarsi sul proprio futuro dopo la pubblicazione del noto e divisivo National Security Strategy (NSS) di Trump, nella vasta e martoriata regione medio-orientale la crisi libanese sembra non avere fine. Ricordiamo che una possibile nuova escalation militare nell’antica terra delle foreste dei Cedri determinerebbe a catena una nuova esplosione di tensione nella macroregione dell’intero quadrante della cosiddetta area MENA (Medio Oriente & Nord Africa). La normalizzazione del Libano con Israele resta lontana – Numerosi analisti israeliani hanno recentemente affermato che il Libano aveva segnalato a Israele la propria disponibilità a discutere questioni che andavano oltre l’attuazione del cessate il fuoco, inclusa la potenziale cooperazione economica. In tale contesto, le autorità di Beirut avevano nominato l’ex ambasciatore libanese a Washington, Simon Karam, a capo della delegazione, da porre di fronte al rappresentante israeliano Uri Reznik, alto funzionario del Consiglio di Sicurezza Nazionale israeliano. Tuttavia, secondo la sicurezza israeliana, queste aperture non avrebbero l’intenzione di avviare un processo di normalizzazione, bensì quello di rinviare una possibile nuova operazione militare israeliana in Libano, diretta a “indebolire” le strutture militari e politiche di Hezbollah, nota formazione militare e politica sciita sostenuta dall’Iran.

In tale cornice, alla stampa israeliana non sono certamente passate inosservate le critiche che lo sceicco Naim Qassem, Segretario Generale di Hezbollah, aveva espresso il 5 dicembre u.s. contro la nomina di un diplomatico a capo della citata delegazione, definendo tale decisione di Beirut come una “gratuita concessione” a Israele e un ennesimo passo falso compiuto da Beirut dopo quello “grave”, allorché il governo libanese decise di “provare a smantellare le armi della resistenza”. In tale contesto, sempre secondo fonti israeliane, Hezbollah starebbe cercando di rafforzare i legami con la Turchia e ricostruire le relazioni con la Siria sunnita sotto la presidenza ad interim di Ahmed al-Sharaa. Tel Aviv, inoltre, da tempo ritiene che Hezbollah abbia commesso un tragico errore quando, dopo il famigerato “7 ottobre 2023”, aveva deciso di trasformare il Libano in “un fronte di supporto per Gaza”. Secondo gli stessi funzionari della sicurezza israeliana, infatti, Hezbollah starebbe pagando a caro prezzo il famigerato slogan di “unità dei fronti“, dando per scontato che Israele avrebbe rispettato le precedenti regole d’ingaggio con il Libano. Invece, Israele ha colto di sorpresa Hezbollah, eliminando dalla scena lo stesso Nasrallah.

La situazione tra Israele e Libano appare pertanto estremamente tesa, anche alla luce della non volontà dichiarata da parte di Hezbollah di cedere le armi, malgrado il nuovo presidente libanese, il generale Joseph Aoun, abbia adottato un nuovo principio, sintetizzabile nell’espressione: “il monopolio dello Stato sulle armi“. Tutte le armi, in sintesi, devono rimanere, secondo tale direttiva, unicamente nella disponibilità delle Forze Armate libanesi e, conseguentemente, tutte le milizie devono o disarmarsi o essere disarmate. In tale quadro, secondo Tel Aviv, due ostacoli centrali starebbero impedendo al Libano di procedere verso la normalizzazione, nell’ambito del quadro di pace di Trump:

  • il primo sarebbe rappresentato, come detto, dal rifiuto di Hezbollah di disarmare le proprie milizie, minacciando di scatenare una guerra civile qualora il governo di Beirut tentasse di smantellare la propria struttura militare con la forza;

  • il secondo potrebbe risiedere nella volontà libanese di non perseguire la strada della normalizzazione al di fuori del consenso arabo, subordinando tale scelta alla creazione di uno Stato palestinese.

Alla luce di quanto sopra, sempre secondo Tel Aviv, nonostante il profondo bisogno di stabilità del Libano e il suo desiderio di porre fine ai cicli di conflitto, il paese dei Cedri resta lontano dalla normalizzazione con Israele o dall’adesione agli Accordi di Abramo nel prossimo futuro. Tuttavia, i media libanesi hanno riportato la notizia secondo cui l’amministrazione statunitense starebbe esercitando pressione su Israele affinché possa essere concessa una possibilità allo sviluppo del meccanismo di cessate il fuoco guidato dagli Stati Uniti, dopo la nomina di rappresentanti civili libanesi e israeliani al suo interno. In tale cornice, inoltre, Washington avrebbe chiesto a Israele di rispettare la scadenza di fine anno per la rimozione delle armi di Hezbollah nella regione del Litani meridionale, pur “accettando” possibili nuove operazioni militari israeliane contro le milizie sciite di Hezbollah.

Visita di una delegazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU in Libano
Il 6 dicembre u.s., la stampa slovena ha voluto riconoscere ampio spazio alla recente missione di una delegazione del Consiglio di Sicurezza in Libano. Nell’arco di due giorni, si legge, sotto la presidenza slovena, “la delegazione ha ribadito il sostegno del Consiglio all’integrità territoriale, alla sovranità e all’indipendenza politica del Libano, ribadendo l’impegno del Consiglio per la piena attuazione della Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza ed esortando tutte le parti a rispettare l’accordo di cessate il fuoco, in vigore da un anno, tra Israele e Hezbollah”. In una conferenza stampa a Beirut, l’ambasciatore sloveno Samuel Žbogar, presidente del Consiglio di Sicurezza per il mese di dicembre, ha sottolineato che la delegazione era arrivata in Libano in un momento cruciale per far progredire l’attuazione delle pertinenti risoluzioni del Consiglio e dell’Accordo di cessazione delle ostilità del 26 novembre dello scorso anno. Per quest’ultimo, il Consiglio aveva preso atto dei progressi compiuti dal Libano quest’anno. Durante la visita di due giorni, la delegazione aveva avuto incontri proficui con i vertici politici libanesi e aveva incontrato anche il comandante delle Forze Armate libanesi, il comandante della forza UNIFIL e il generale statunitense a capo del meccanismo di cessazione delle ostilità.

In tale contesto, inoltre, Samuel Žbogar aveva dichiarato: “Ovunque, le nostre discussioni sono state illuminanti e hanno contribuito alla nostra comprensione della situazione attuale“. Merita infine evidenziare che la stampa libanese aveva riportato le dichiarazioni del presidente del Parlamento libanese, Nabih Berri, alla citata delegazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Berri, infatti, avrebbe dichiarato testualmente: “Non è accettabile negoziare sotto pressione“, esortando la delegazione ONU a esercitare forti pressioni su Israele affinché rispettasse il cessate il fuoco e ponesse fine alla sua “guerra unilaterale” contro il Libano. Berri aveva voluto sottolineare, con forza, che “la stabilità nel sud richiede che Israele aderisca alla risoluzione 1701 delle Nazioni Unite e all’accordo di cessate il fuoco, ponendo fine alle sue violazioni quotidiane e ritirandosi dietro il confine internazionale“.

Nuovi attacchi israeliani in Libano – Il 9 dicembre u.s. Al Jazeera apre il suo consueto notiziario, affermando che Israele, poche ore prima, aveva compiuto nuovi attacchi aerei nel Libano meridionale. In particolare, gli attacchi aerei, condotti in diverse ondate, avrebbero colpito il monte Safi, la città di Jbaa, la valle di Zefta e la zona tra Azza e Rumin Arki. L’esercito israeliano, in un post su X, ha dichiarato di aver colpito diversi siti collegati a Hezbollah, tra cui un complesso di addestramento per operazioni speciali utilizzato dalla sua forza d’élite Radwan. Sempre Al Jazeera ha riportato le dichiarazioni del presidente libanese Joseph Aoun, secondo cui “il suo Paese aveva deciso di adottare l’opzione dei negoziati con Israele e che i colloqui dovevano mirare a porre fine ai continui attacchi di Israele contro il suo Paese”.

Il fattore Macron innervosisce Israele – La stampa israeliana, da giorni, attacca duramente, oltre la normale e aspra dialettica, il presidente Macron per la politica condotta dall’Eliseo in Medio Oriente e, in particolare, in Libano. Desidero portare a conoscenza alcuni stralci di questo intervento, sia perché la Francia, unitamente agli USA, rappresenta di fatto i “custodi” del cessate il fuoco tra Libano e Israele, sia in considerazione della percezione attuale della Francia nelle dispute internazionali da parte di Tel Aviv. In un lungo editoriale, Freddy Eytan, già ambasciatore israeliano in Francia e oggi autorevole giornalista e analista di numerosi saggi geo-strategici, ha affermato su Israel Hayom, tra l’altro, che:

  • Da quando ha assunto l’incarico all’Eliseo il 14 maggio 2017, Emmanuel Macron ha fatto orecchie da mercante agli avvertimenti dello Stato ebraico riguardo alle azioni pericolose dell’Iran e di Hezbollah per la stabilità della regione e la pace nel mondo.
  • Temendo la vendetta di Hezbollah, la Francia continua a fare una netta distinzione tra l’ala politica e l’ala militare, come faceva con Hamas prima del 7 ottobre 2023. Parigi non ritiene possibile disarmare Hezbollah perché gli sciiti fanno parte di un governo multiconfessionale.
  • Durante le sue visite a Beirut, il presidente Macron ha avuto l’opportunità di dire tutta la verità ai leader libanesi, di chiamare le cose con il loro nome e di affermare chiaramente che Hezbollah non è un partito politico, ma una milizia pericolosa.
  • Sebbene la Francia si stia certamente impegnando per impedire un’altra guerra civile in Libano, questa preoccupazione va oltre il futuro del Paese stesso: riflette anche il fatto che una guerra civile innescherebbe un massiccio afflusso di centinaia di migliaia di immigrati in Francia. Attualmente, oltre 210.000 libanesi vivono in Francia.
  • Di fronte a ogni incidente al confine israelo-libanese, i timori di Macron si intensificano e chiede con ansia la massima moderazione a Netanyahu. In questi giorni, di fronte al timore che Stati Uniti e Israele lancino nuovi raid contro la ricostruzione dei siti nucleari, l’Iran conta sulla Francia per firmare un nuovo accordo. Durante la sua recente visita a Parigi, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato con orgoglio su France 24: “L’Iran è uscito vincitore dalla guerra con Israele e dai bombardamenti americani”.
  • Gli sforzi diplomatici ad ampio raggio di Emmanuel Macron sono evidenti in un momento in cui la Francia, fortemente indebitata, sta attraversando una profonda crisi socioeconomica e l’insicurezza domina gli animi di fronte al terrorismo islamista, al traffico di droga e alla minaccia russa, che spinge il presidente francese a istituire un servizio militare volontario. Nonostante gli avvertimenti di Israele e degli Stati Uniti, Macron continua cieco nella sua politica da struzzo.
  • Come può accettare la presenza di un mini-stato terrorista in Libano? Come può accettare questo fatto compiuto? Peggio ancora, perché si è spinto così oltre per eleggere Sleiman Frangié, candidato di Hezbollah e stretto collaboratore della famiglia Assad, come presidente della Repubblica libanese? Sembra che Macron non tema di condannare e boicottare lo Stato di Israele per quanto riguarda il futuro dei Territori, né abbia scrupoli nel sostenere tutte le rivendicazioni arabe e nel riconoscere un virtuale Stato palestinese. Infine, possiamo sorridere quando l’ex ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian dichiarò il 27 novembre 2025 su BFMTV-RMC: “Quando faremo il punto della situazione, l’impegno di Emmanuel Macron per la pace a livello internazionale sarà riconosciuto. Davvero? È un candidato al Premio Nobel contro Donald Trump?”.

Conclusione – Desidero chiudere questo capitolo con alcune brevi citazioni tratte dal discorso pronunciato recentemente dal Pontefice Leone XIII al suo ritorno dal viaggio apostolico in Turchia e Libano: “Cari fratelli e sorelle, quanto è avvenuto nei giorni scorsi in Turchia e Libano ci insegna che la pace è possibile e che i cristiani, in dialogo con gli uomini e le donne di altre fedi e culture, possono contribuire a costruirla. Non lo dimentichiamo: la pace è possibile! Ho incontrato persone che annunciano il Vangelo accogliendo gli sfollati, visitando i carcerati, condividendo il pane con chi si trova nel bisogno. Sono stato confortato dal vedere tanta gente per strada a salutarmi e mi ha commosso l’incontro con i parenti delle vittime dell’esplosione nel porto di Beirut. I libanesi attendevano una parola e una presenza di consolazione, ma sono stati loro a confortare me con la loro fede e il loro entusiasmo!”

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

[s.d.]

Ultime notizie

Dello stesso autore