08.12.2025 – 9.55 – PREMESSA – Come sempre nella storia degli Stati Uniti d’America, i Presidenti pubblicano, generalmente una volta per mandato, la nuova Strategia per la sicurezza nazionale. Tali documenti contribuiscono sicuramente a definire le linee di politica estera e, conseguentemente, il modo in cui le diverse componenti del governo dovranno allocare le risorse in relazione alle priorità geopolitiche definite. La reazione europea è stata immediata, per certi versi scomposta, come se il documento di Trump, ricordiamolo, di sole 33 pagine, stabilisse assolute novità sconcertanti. In realtà, e credetemi, tutti coloro che devono conoscere lo sanno perfettamente: questo documento riflette pienamente le linee di politica estera che il vicepresidente J. D. Vance aveva esplicitamente enunciato a Monaco nel lontano febbraio 2025, in occasione della Conferenza sulla Sicurezza (link in descrizione).
https://movimentoeuropeo.it/images/documenti/JD_Vances_full_speech_on_the_fall_of_Europe.pdf
https://legrandcontinent.eu/it/2025/02/14/cambio-di-regime-il-discorso-integrale-di-j-d-vance-a-monaco/
Cerchiamo di comprendere il documento strategico in profondità, partendo dal citato discorso di Vance a Monaco, affidandoci a esperti analisti americani pro e contro l’amministrazione Trump.
Cenni sul discorso di J. D. Vance a Monaco
In quell’occasione, il 14 febbraio 2025, Vance, in una delle tribune più visibili della diplomazia mondiale, decise di sviluppare un discorso chiaramente identitario e profondamente politico. La crisi della civiltà europea, l’emigrazione incontrollata, il rischio in Europa della limitazione della libertà di espressione, la necessità che l’Europa provveda alla propria difesa, l’esplosione della cultura “woke”, la necessità di difendere i valori comuni, rappresentarono sostanzialmente i pilastri del suo intervento, pilastri che ritroviamo perfettamente nel documento strategico della National Security Strategy di Trump. In particolare, il vicepresidente Vance, cattolico, aspetto da non sottovalutare conoscendo la storia americana, decise di dichiarare, tra molto altro, che: “…crediamo anche che sia importante, nei prossimi anni, che l’Europa si faccia avanti in grande stile per provvedere alla propria difesa. La minaccia che mi preoccupa di più nei confronti dell’Europa non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno. È la ritirata dell’Europa da alcuni dei suoi valori fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti.” “…ma quando vediamo tribunali europei annullare elezioni e alti funzionari minacciare di annullarne altre, dobbiamo chiederci se stiamo imponendo standard sufficientemente elevati. E dico noi perché credo fermamente che siamo nella stessa squadra. Dobbiamo fare di più che parlare di valori democratici. Dobbiamo viverli ora, nella memoria viva di molti di voi in questa sala.” “…la cosa più preoccupante è che guardo ai nostri carissimi amici, il Regno Unito, dove l’arretramento rispetto ai diritti di coscienza ha messo le libertà fondamentali della Gran Bretagna religiosa nel mirino. […] In Gran Bretagna e in tutta Europa la libertà di parola, temo, sia in ritirata.”
“…questa è una conferenza sulla sicurezza e sono sicuro che siete tutti venuti qui preparati a parlare di come intendete esattamente aumentare la spesa per la difesa nei prossimi anni, in linea con un nuovo obiettivo. Ed è fantastico. Perché, come ha ampiamente chiarito, il presidente Trump crede che i nostri amici europei debbano svolgere un ruolo più importante nel futuro di questo continente. Il termine ‘condivisione degli oneri’ è parte essenziale di un’alleanza: che gli europei si facciano avanti mentre l’America si concentra sulle aree del mondo che sono in grande pericolo.” “…di tutte le sfide urgenti che le nazioni qui rappresentate affrontano, credo che non ci sia nulla di più urgente della migrazione di massa. Oggi, quasi una persona su cinque che vive in questo Paese si è trasferita qui dall’estero. È un massimo storico. È un numero simile, tra l’altro, a quello degli Stati Uniti, anche questo un massimo storico. […] La situazione non si è materializzata nel vuoto. È il risultato di una serie di decisioni consapevoli prese dai politici in tutto il continente e da altri in tutto il mondo nell’arco di un decennio. […] Nessun elettore in questo continente è andato alle urne per aprire le porte a milioni di immigrati non controllati. Ma sapete per cosa hanno votato? In Inghilterra hanno votato per la Brexit. E, che siate d’accordo o meno, hanno votato a favore. E sempre di più, in tutta Europa, votano per leader politici che promettono di porre fine alle migrazioni fuori controllo.” “…la democrazia si basa sul sacro principio che la voce del popolo conta. Non c’è spazio per i firewall. O si sostiene il principio o non lo si fa. Gli europei, il popolo, hanno una voce. I leader europei hanno una scelta. E credo fermamente che non dobbiamo avere paura del futuro. […] E se ci rifiutiamo di ascoltare quella voce, anche le nostre battaglie più vincenti garantiranno molto poco. Come disse una volta Papa Giovanni Paolo II, a mio avviso uno dei più straordinari campioni della democrazia in questo o in qualsiasi altro continente: non abbiate paura. Non dovremmo avere paura della nostra gente, anche quando esprime opinioni che non sono d’accordo con la sua leadership.”
Una linea direi chiarissima, che Trump ha voluto sostanzialmente e semplicemente trasferire formalmente nel documento strategico che stiamo esaminando. National Security Strategy: il ritorno del realismo secondo Modern Diplomacy
Bui Gia Ky, vietnamita, senior analyst della rivista internazionale Modern Diplomacy, in un lungo editoriale afferma, in estrema sintesi, che il documento di Trump rappresenta sicuramente il manifesto politico di un’America sicura di sé ma cauta, potente ma con dei limiti. Rappresenta un ritorno alla tradizionale politica di potenza: autorafforzamento interno, competizione pragmatica e impegno condizionato. L’immagine del “poliziotto internazionale” non è scomparsa, ma si è evoluta in quella di un poliziotto strategico. Gli Stati Uniti non hanno abbandonato il mondo, ma agiranno solo quando saranno in gioco interessi militari, tecnologici, economici o territoriali fondamentali. Questa è la strategia di una superpotenza che si prepara alla competizione a lungo termine con la Cina, salvaguardando al contempo le proprie fondamenta interne in mezzo alle turbolenze globali.
National Security Strategy: spunti di analisi
Emily Harding, direttrice del programma Intelligence, sicurezza nazionale e tecnologia e vicepresidente del dipartimento Difesa e sicurezza presso il Center for Strategic and International Studies di Washington (CSIS), uno dei più autorevoli think tank americani, centro studi sicuramente non allineato sulle posizioni di Trump, rileva che il documento in esame segna un cambiamento ideologico e sostanziale nella politica estera statunitense. Certamente l’amministrazione Trump sta cercando di definire una dottrina politica strutturata intorno al noto slogan “America First”, facendo tramontare definitivamente l’agenda democratica di Biden. La frase chiave: “La politica estera del presidente Trump è pragmatica senza essere ‘pragmatica’, realistica senza essere ‘realista’, basata su principi senza essere ‘idealistica’, energica senza essere ‘falco’ e moderata senza essere ‘colomba’. Non è fondata su un’ideologia politica tradizionale. È motivata soprattutto da ciò che funziona per l’America, o, in due parole, ‘America First’.” In particolare, dalla lettura attenta del testo emerge chiaramente che le scelte di politica estera saranno fatte in base a ciò che rende gli Stati Uniti più potenti e prosperi. Tuttavia, afferma sempre il CSIS, queste scelte potrebbero delineare un futuro americano più debole, solitario e frammentato. Parlando dell’Europa, l’analista ritiene che il testo in esame rappresenti senza alcun dubbio un vero, doloroso e scioccante campanello d’allarme. Inoltre, sembra evidenziarsi una profonda divergenza tra la visione che l’Europa ha di se stessa e la visione di Trump per l’Europa. In particolare, le capitali di tutta Europa, continua il CSIS, saranno profondamente preoccupate da ciò che leggeranno. Nella categoria di ciò che è atteso e ampiamente corretto c’è questo passaggio: “I giorni in cui gli Stati Uniti sostenevano l’intero ordine mondiale come Atlante sono finiti. Tra i nostri numerosi alleati e partner annoveriamo decine di nazioni ricche e sofisticate che devono assumersi la responsabilità primaria delle loro regioni e contribuire molto di più alla nostra difesa collettiva.”
I leader statunitensi, ricordiamo, da molti anni stanno inutilmente invitando l’Europa a fare di più per condividere gli oneri nella NATO. Se l’Europa, afferma il CSIS, aveva qualche dubbio sul fatto che l’amministrazione Trump fosse pienamente impegnata in una strategia di severità, ora ne è certa. L’amministrazione chiede – anzi, esige – che l’Europa controlli la propria parte del mondo e, soprattutto, che la paghi di tasca propria. Gli aspetti più preoccupanti della strategia sono quelli che rimproverano l’Europa per aver perso il suo carattere europeo. Il sentimento dietro queste parole sembra alimentare la paura dei migranti e un’adesione a un’Europa idealizzata e vecchio stile, quantomeno discutibile. La maggior parte della reazione europea a questa NSS, continua il CSIS, sarà probabilmente lo stesso sgomento e shock che aveva suscitato il discorso di Monaco del vicepresidente J. D. Vance. Infine, sul rapporto Europa-Russia, il documento strategico farà sicuramente discutere le capitali europee. A questo proposito, si afferma testualmente che “a seguito della guerra russa in Ucraina, le relazioni europee con la Russia sono ora profondamente indebolite e molti europei considerano la Russia una minaccia esistenziale”.
La Cina apprezzerà due aspetti di questa strategia e detesterà il resto. Pechino apprezzerà la dichiarazione esplicita secondo cui gli Stati Uniti preferiscono la non ingerenza negli affari altrui e la chiara dichiarazione sul rispetto della sovranità degli Stati. Ciò potrebbe placare i timori cinesi che gli Stati Uniti cerchino di minare la stabilità del regime. Odierà le richieste di ritiro dall’America Latina e il robusto approccio alla deterrenza, entrambe posizioni politiche necessarie ed eccellenti. Nel complesso, la sezione del Pacifico è solida. In relazione, infine, agli aspetti economico-commerciali, Emily Harding sottolinea due elementi della strategia: il linguaggio sulla crescita economica e la chiara finalità della strategia democratica. Per quanto riguarda la crescita economica, la logica è chiara: gli Stati Uniti devono avere successo nel commercio per essere forti in patria, e la forza in patria favorirà le future vittorie all’estero. Tuttavia, afferma sempre l’analista americana, la questione di come costruire relazioni commerciali più prospere rappresenta da sempre il punto in cui le idee incontrano la politica. La strategia punta alla reindustrializzazione, a una solida base industriale per la difesa e alla sicurezza di minerali e risorse essenziali. Tutto ciò è giusto e positivo: il “come” appare la parte difficile. Le aziende statunitensi dovrebbero essere profondamente incoraggiate dall’esplicito appello a “una più stretta collaborazione tra il governo degli Stati Uniti e il settore privato americano”. È importante sottolineare che il presidente ha appena incaricato ogni ambasciatore di fungere da promotore delle imprese americane: “Tutte le nostre ambasciate devono essere consapevoli delle principali opportunità commerciali nel loro Paese, in particolare dei principali appalti governativi. Ogni funzionario del governo degli Stati Uniti che interagisce con questi Paesi dovrebbe capire che parte del proprio lavoro è aiutare le aziende americane a competere e ad avere successo”.
Infine, sotto il profilo delle cosiddette prospettive per la democrazia, i criteri offerti dall’amministrazione Trump appaiono decisamente meno chiari. Ad esempio, in America Latina, nel disegno strategico in argomento, si afferma che gli Stati Uniti “ricompenseranno e incoraggeranno i governi, i partiti politici e i movimenti della regione ampiamente allineati con i nostri principi e la nostra strategia”, per poi aggiungere un enorme “ma”: “Non dobbiamo però trascurare i governi con prospettive diverse, con cui tuttavia condividiamo interessi e che desiderano collaborare con noi”. La sezione dedicata all’Africa, inoltre, afferma: “Per troppo tempo, la politica americana in Africa si è concentrata sulla diffusione e, in seguito, sulla diffusione dell’ideologia liberale”. Infine, nella sezione sul Medio Oriente, i monarchi regionali saranno molto lieti di leggere quanto segue: gli Stati Uniti abbandoneranno “l’esperimento maldestro dell’America di costringere queste nazioni, in particolare le monarchie del Golfo, ad abbandonare le loro tradizioni e le loro forme storiche di governo. Dovremmo incoraggiare e applaudire la riforma quando e dove emergerà organicamente, senza cercare di imporla dall’esterno”. In tale cornice, il CSIS esprime un concetto e un parallelismo decisamente meritevole di attenzione: anche l’amministrazione Reagan era disposta a collaborare con regimi sgradevoli, ma per un fine ideologico e profondamente necessario, cioè sconfiggere il comunismo. L’obiettivo finale dell’amministrazione Trump è la prosperità.
L’autorevole analista, come detto non allineata con le posizioni repubblicane, chiude la sua analisi affermando testualmente che “la retorica della National Security Strategy è profondamente preoccupante e in alcuni punti esagerata. Ad esempio, questo paragrafo oscilla tra l’allegro e il bruciante: ‘Fermando i conflitti regionali prima che si trasformino in guerre globali che trascinino interi continenti, si merita l’attenzione del Comandante in Capo ed è una priorità per questa amministrazione. Un mondo in fiamme, dove le guerre arrivano fino alle nostre coste, è dannoso per gli interessi americani. Il presidente Trump usa la diplomazia non convenzionale, la potenza militare americana e la leva economica per spegnere chirurgicamente le braci della divisione tra nazioni dotate di capacità nucleare e guerre violente causate da un odio secolare’. Non è chiaro come si possano ‘spegnere chirurgicamente le braci della divisione’. Ma la pace è di gran lunga meglio della guerra. Il mondo prospera quando è in pace e lavora insieme alle sfide globali. L’ultimo mezzo secolo ha dimostrato che una forte presenza degli Stati Uniti promuove questi obiettivi di pace e prosperità, e lo stesso presidente Trump ha promosso la causa della pace con energia e determinazione. Tuttavia, questi sforzi non devono essere una tantum. Vale la pena pagare costi adeguati a breve termine per ottenere guadagni a lungo termine dalla Pax Americana. Questi costi sono investimenti in sicurezza, libero scambio, democrazia e alleanze. Perdere di vista questi fondamenti della pace globale non renderà l’America First; la renderà debole”.
National Security Strategy: punti di forza e punti di debolezza
Matthew Kroenig, vicepresidente e direttore senior dello Scowcroft Center for Strategy and Security dell’Atlantic Council, noto think tank statunitense con sede a Washington, afferma che i maggiori punti di forza della nuova Strategia per la Sicurezza Nazionale si manifestano nel consolidare i principi del passato ancora validi e nell’individuare soluzioni creative a nuovi problemi. In particolare, Kroenig dichiara che la strategia appare tradizionalmente orientata al forte sostegno alla deterrenza nucleare e alla prevenzione del predominio di potenze ostili su regioni importanti. Richiede solide alleanze in Europa e nell’Indo-Pacifico, da realizzare anche attraverso un maggiore impegno degli alleati per la propria difesa e un maggiore coordinamento in materia di sicurezza economica. Il documento dà priorità al raggiungimento di condizioni più libere ed eque per il commercio globale e a un più profondo coinvolgimento economico nella maggior parte delle regioni del mondo. Fornisce, altresì, soluzioni creative per le nuove sfide, con una serie di politiche volte ad affrontare gli aspetti negativi della globalizzazione (sulla sicurezza dei confini, sulla rivitalizzazione della produzione nazionale e così via) e delineando una visione per la vittoria degli Stati Uniti nella nuova corsa agli armamenti tecnologici. Il documento appare invece carente laddove rifiuta principi che hanno funzionato in passato (ad esempio, la promozione pragmatica della democrazia e dei diritti umani) e laddove non riesce a identificare e affrontare chiaramente le nuove sfide che il Paese si trova ad affrontare: la minaccia delle autocrazie revisioniste e le loro interconnessioni avrebbero dovuto ricevere molta più attenzione.
National Security Strategy: un insieme di elementi incoerenti ma praticabili
Daniel Fried, senior analyst, già assistente speciale e direttore senior del Consiglio per la sicurezza nazionale per i presidenti Bill Clinton e George W. Bush, ambasciatore americano in Polonia e assistente del Segretario di Stato per l’Europa, in un sapiente spunto di analisi afferma testualmente che il documento in esame sembra combinare:
una sovrapposizione di stanchezza e reazione post-Iraq/Afghanistan, una sorta di versione di destra del pensiero post-Vietnam “torna a casa, America” dei Democratici nei primi anni ’70;
un atteggiamento ideologico, in particolare diretto contro l’Europa, con un forte elemento partigiano di sostegno ai partiti “patriottici” (presumibilmente nazionalisti e nativisti);
un appello alla “fortezza America” (il documento fa riferimento al “Corollario Trump alla Dottrina Monroe”, che sembra significare il desiderio di impedire a potenze esterne, come la Cina, di stabilire una leva economica nell’emisfero);
una forte affermazione degli interessi degli Stati Uniti nel contrastare la coercizione economica cinese e la distorsione del commercio globale, nonché l’espansionismo cinese;
una sezione sull’Asia con linguaggio efficace, in cui si afferma che non ci saranno cambiamenti allo “status quo” di Taiwan e molta attenzione alla protezione delle catene insulari del Pacifico occidentale;
un approccio possibilmente pratico sulla politica economica, con particolare attenzione alla prevenzione del dominio straniero sulle risorse e sulle tecnologie critiche e allo sfruttamento straniero del commercio internazionale;
un linguaggio incoerente, a volte strano e probabilmente di compromesso sull’Europa, che combina l’ostilità partigiana verso la politica dominante europea con il riconoscimento riluttante, ma necessario, della collaborazione degli Stati Uniti con l’Europa.
Sempre Fried osserva che il documento strategico appare debole nei confronti della Russia, menzionata solo in un contesto europeo. Tuttavia, invoca una “cessazione delle ostilità” in Ucraina che lasci il Paese uno “stato vitale” e lo definisce un “interesse fondamentale” degli Stati Uniti. Ciò non è sufficiente, dato il rifiuto del presidente russo Vladimir Putin di impegnarsi negli sforzi statunitensi per porre fine alla guerra, ma è sufficiente a sostenere una politica “abbastanza buona”, se la squadra di Trump decidesse di spingere la Russia a perseguire questo interesse fondamentale. L’ostilità ideologica della strategia nei confronti dell’Europa, unita all’implicita amarezza per la percepita sovraestensione degli Stati Uniti e al generale disprezzo per i valori, spinge gli Stati Uniti a ritirarsi dalla leadership del mondo libero – e persino dal concetto stesso di mondo libero. Allo stesso tempo, il documento sembra riconoscere altrove che gli Stati Uniti avranno bisogno dei loro amici, Europa inclusa, per confrontarsi con i loro avversari, in particolare la Cina. Ciò conferisce al documento un’incoerenza interna. Per un esperto di politica estera, l’incoerenza potrebbe offrire l’opportunità di consolidare gli elementi migliori del documento inerente la National Security Strategy.
Conclusione
In relazione a questo documento, sicuramente divisivo, possiamo affermare senza timore di smentita che si tratta di una nuova strategia americana, decisamente dirompente. La nuova National Security Strategy (NSS), come scrive Mario Bentivoglio, sembra riscrivere la postura globale degli Stati Uniti in quella di una potenza selettiva: sovranità prima di tutto, deterrenza come linguaggio strategico e alleati chiamati a reggere più peso. Cybersecurity elevata a infrastruttura vitale e ritorno deciso alla Dottrina Monroe. La NSS è la sistematizzazione in dottrina dell’approccio trumpiano alla politica estera: niente universalismi, niente progetti di ingegneria politica all’estero, niente garanzie gratuite agli alleati e nessun idealismo. L’America si presenta come una potenza selettiva: forte, sovrana, industriale, impermeabile a influenze esterne e libera di agire – o non agire – secondo un criterio semplice: cosa serve all’interesse americano? Studiando il documento, è possibile affermare, infine, che viene chiaramente ridefinito il perimetro degli interessi strategici americani, con un focus crescente sull’emisfero occidentale e un sostanziale e costante disimpegno strutturale dal fronte europeo, compresa la NATO. Forse è giunto per l’Europa il momento di cambiare passo e decidere come riscrivere l’alleanza di Bruxelles. Un futuro federale per l’Europa potrebbe rappresentare la giusta soluzione. Utopistica evoluzione? Dicono in molti, ma rimanere fermi e limitarsi a continuare a polemizzare tra europei fa inevitabilmente pensare al famoso episodio dei polli di Renzo offerti all’avvocato Azzeccagarbugli, citato da Manzoni nel terzo capitolo dei Promessi Sposi.
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
[s.d.]


