ESOF2020 e il Porto Vecchio: un’occasione mancata? Un difficile bilancio

07.09.2020 – 16.29 – Correva il 15 luglio 2018 quando Trieste ricevette il prestigioso titolo di “Città Europea della Scienza” per ESOF 2020. Nell’occasione, accanto al discorso della sostenibilità e del rispetto dell’ambiente, al primo posto era stato inserito il Porto Vecchio: non solo passiva cornice, ma attivo partecipante, con le sue antiche strutture ottocentesche, a quanto avrebbe dovuto essere un “porto delle idee“.
Nell’occasione il sindaco Roberto Dipiazza aveva sottolineato che l’evento avrebbe garantito “una crescita economica, commerciale, sociale, culturale e demografica” permettendo il completo recupero dell’antico distretto storico, il “Waterfront“.
E sempre in questo storico momento, il compianto Pierpaolo Ferrante, quale “champion” di ESOF 2020, aveva ricordato come l’ispirazione per proporre la città di Trieste era giunta a seguito dell’esperienza di Copenaghen, in Danimarca, la quale aveva saputo recuperare le proprie strutture industriali vittoriane proprio grazie alla chance di un evento internazionale così prestigioso, nel 2014, a Carlsberg City.

Pertanto, fin dall’inizio, in quello storico luglio di due anni addietro, il Porto Vecchio e il suo recupero erano stati posti in prima linea: accanto ad altri elementi di fondamentale importanza, dalla diplomazia scientifica, al discorso della sostenibilità, all’importanza di una ricerca “bene comune” della cittadinanza.
Quale può essere il bilancio, alla fine di questi 5 giorni di Convention, di ESOF 2020?
ESOF 2020 è stato quell’EuroScience Open Forum che doveva essere?

Senza dubbio, sotto un profilo squisitamente accademico, ESOF 2020 è stata quell’arena promessa di dialogo, di discussione, di confronto anche acceso tra specialisti delle proprie materie, ciascuno proteso a superare lo steccato della propria disciplina, ricercando una collaborazione tra più settori e più campi ormai fondamentale premessa per affrontare le sfide globali del ventunesimo secolo. Sebbene predominasse una naturale maggioranza italiana, i relatori provenivano da 52 paesi e 5 continenti: 790 esperti, chi presente in persona, chi da remoto per un totale vertiginoso di 150 sessioni.
La diplomazia scientifica, cardine di ESOF 2020 fin dai suoi esordi e tematica naturalmente molto sentita a Trieste, città di confini e incontri, è stata trattata tanto nelle conferenze, quanto nella scelta dei relatori: ricordiamo in tal senso la presenza dell’economista americano Jeffrey Sachs, della Direttrice del CERN, Fabiola Gianotti e della scienziata yemenita Ghanya Al-Naheb. Senza dimenticare le relazioni coi Balcani, grazie agli energici interventi della montenegrina Sanja Damjanovic, Ministro della Scienza, e con l’Africa, grazie a Emmanuel Nzimande, Ministro della Scienza e della tecnologia del Sud Africa.

Tuttavia la reale scommessa per ESOF 2020 non era certo di carattere scientifico, ma urbanistico e – in minore misura – economico. Com’era stato preannunciato, ESOF 2020 avrebbe dovuto permettere ai cittadini di conoscere il Porto Vecchio. Se lo storico quartiere diventerà parte della città, allora i triestini devono conoscerlo, farlo proprio, comprenderne il valore storico per orientarne le scelte costruttive (di per sé molto delicate).
In tal senso ESOF 2020 non ha funzionato. In primo luogo il Trieste Convention Center è stato sviluppato sì, a tempi record, ma sulla base dei magazzini preesistenti. La combinazione delle forme del Magazzino 27 e del Magazzino 28, con la connessione del corridoio sopraelevato, separano quest’area dal resto del Porto. Il ricercatore in visita a ESOF cammina nella strada (sbarrata) che porta alla Convention; e potrebbe essere lì, come in una qualsiasi città europea. Invece, dalla prospettiva del magazzino 27, il visitatore può ammirare la Centrale Idrodinamica, la Sottostazione Elettrica di Riconversione e il Magazzino 26; strutture che non si potrebbe immaginare più diverse. Giova in tal senso ricordare, a proposito del riutilizzo dei magazzini, come non si siano verificati recuperi di manufatti storici. La Centrale, come la Sottostazione e lo stesso Magazzino 26 sono stati restaurati già da tempo e sono disponibili da anni. Innegabile pertanto come il primo ostacolo sia stata questa (doppia) separazione: tra il Porto Vecchio e la città; tra il Trieste Convention Center e le antiche strutture portuali.

Il vasto apparato delle mostre collocate nel Magazzino 26 (zona storica) e nel Magazzino 27 (zona del TCC) richiedevano una prenotazione obbligatoria, come da norme anti Covid-19.
Tuttavia quest’obbligo è stato esteso all’intero Porto Vecchio, perché a partire dal primo giorno della fiera si controllavano i documenti non appena si metteva piede nell'(ex) zona franca. Pertanto difficilmente i triestini avevano modo di “scoprire” il porto; un po’ per il fastidio dei controlli, un po’ perché l’unico modo di visitarlo era vedere le mostre collocate in quel TCC però “separato” dal cuore storico portuale.
D’altronde, fuoriusciti dalla “bolla” del TCC, il Porto Vecchio rimane quello di sempre: binari coperti dall’erba, ammassi di masegni “storici” dietro le ringhiere, il vecchio scheletro del vagone sperimentazione dei writers.
Trieste All News era presente 4 giorni su 5 della Fiera; e ha raccolto le testimonianze, il venerdì pomeriggio, degli standisti, che hanno sottolineato come i visitatori fossero “pochi”. I dati stessi, trasmessi oggi dalla conferenza stampa di chiusura, confermano un afflusso lontano dai 5mila delegati “minimi” promessi in tempi pre Covid-19. I partecipanti totali infatti, presenti nel Porto Vecchio, erano appena 1000 in 5 giorni, poco più di 200 persone a giornata. ESOF 2020 doveva permettere alla popolazione di conoscere il Porto Vecchio; numeri alla mano ciò non sembra essere avvenuto.

“Eh, ma il Covid…” Certamente la colpa di questi numeri così bassi appaiono legati alla pandemia del Coronavirus: ESOF 2020 è stato il primo, grande evento scientifico internazionale in tempi di Covid. Maja de Simoni, event project manager di ESOF 2020, ha sottolineato che i 1000 partecipanti “erano esattamente il target che ci eravamo prefissati, anche per questioni di sicurezza, perché l’attenzione sulla salute era la vera priorità affrontata nell’ultimo periodo”.
Ciò evidenzia il quadro di un ESOF 2020 che ha di proposito scelto di “diluire” la propria offerta per non produrre né assembramenti, né rischi di potenziale contagio.
Si tratta, va da sé, di un’impasse impossibile da risolvere: un afflusso eccessivo avrebbe messo a dura prova le precauzioni anti Covid-19 e un eventuale focolaio sarebbe stata una catastrofe e non nel senso etimologico del premier Conte, ma come un disastro sanitario, giuridico e di pubbliche relazioni.
Tuttavia il paradosso rimane: era molto più difficile accedere al Porto Vecchio durante ESOF 2020, evento che avrebbe dovuto “restituirlo” alla città, che nei mesi (anni?) precedenti.

La partecipazione a ESOF 2020 rimarrà comunque negli annali: 2500 registrazioni, 1400 persone connesse in remoto, 300 persone in media a ogni panel, ripartite tra 52 paesi.
ESOF 2020 si proponeva inoltre di connettere l’Est Europa: un risultato che si può definire raggiunto, con presenze virtuali dall’Ungheria, Slovenia, Grecia, Croazia, Montenegro, Serbia, Albania e Bosnia-Erzegovina. Nonostante i tre mesi a disposizione, ESOF 2020 ha dimostrato come il formato ibrido costituisca un valore aggiunto. Come ha sottolineato, durante la Closing Ceremony, il sindaco di Leiden, futura città della scienza 2022, Trieste “ha fatto scuola”.
Eppure, anche sotto il profilo internazionale, la qualità degli interventi e delle discussioni sembra essere passata sottotraccia da parte della stampa estera. L’orazione del Cardinale Pietro Parolin, durante la Opening Ceremony, ha attirato l’attenzione della “stampa del paradiso”. E pertanto ESOF 2020 è comparso su Vatican News e Science et Avenir. Tuttavia i grandi assenti sono state le testate internazionali, a partire dai giornali scientifici. Certo, ESOF 2020 ha ricevuto una menzione grazie alla BBC.
Ma dov’erano il Washington Post, il New York Times, senza dimenticare i giornali tedeschi e francesi? Dopotutto, un anno addietro, The Guardian dedicava un lungo articolo a Trieste per una protesta a favore delle amache. Sebbene il clima sia radicalmente mutato, questo silenzio da parte dei corrispondenti scientifici rimane un punto irrisolto.
Scidev ha dedicato un articolo a ESOF 2020, ma oltre a essere fisicamente presente con uno stand, non è un giornale, ma un’agenzia di stampa che “filtra” le notizie scientifiche da ogni parte del mondo.

Sebbene dunque ESOF 2020 sia stato un successo scientifico e accademico innegabile, sperimentando nuove forme di comunicazione e “connettività”, rimane il sapore amaro di un’occasione per la città sfruttata a metà.

[z.s.]
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