Netanyahu chiede la grazia, rischio crisi internazionale e nuova ondata di odio antiebraico

04.12.2025 – 13.30 – PREMESSA – Mentre i riflettori del mondo sono puntati nel cercare di comprendere gli esiti dei colloqui russo-americani, incontri sicuramente intensi e continui, ma non ancora risolutivi per la fine dell’atroce conflitto in Ucraina, una folata di fitta nebbia, dai contorni non chiari, si sta addensando su Tel Aviv e Gerusalemme.
In tale quadro, le crisi nell’area medio-orientale continuano e l’antisemitismo sembra dilagare in tutta Europa. Cerchiamo di chiarire. – Richiesta di grazia di Netanyahu nel suo processo per corruzione – Il primo dicembre 2025, con grande enfasi, The Times of Israel, testata sicuramente non allineata con il governo, ha lanciato un editoriale, decisamente singolare, dal titolo: “Cosa sapere sulla richiesta di grazia di Netanyahu nel suo processo per corruzione”. In particolare, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, detto Bibi, ha richiesto la grazia al Presidente Herzog durante il processo per corruzione, che da tempo divide il Paese. – La richiesta, secondo i giornalisti di diverse testate israeliane, sarebbe stata accolta con indignazione dai politici dell’opposizione e dagli organi di controllo del governo, mentre altri settori della società civile israeliana hanno invece espresso il loro sostegno all’iniziativa, indicando che era giunto il tempo di voltare pagina. L’ufficio del Presidente Herzog ha definito la richiesta “straordinaria”, “con implicazioni significative”, e ha annunciato che verrà considerata “in maniera responsabile”.

In merito, secondo diversi analisti israeliani, il Presidente Herzog può effettivamente graziare persone condannate e, in casi eccezionali, può farlo prima della conclusione di un procedimento giudiziario, se ritiene che sia nel pubblico interesse. Un caso del genere si è verificato solo una volta, nel 1984, ma allora gli imputati avevano ammesso la propria colpevolezza. Tuttavia, sempre secondo la gran parte della stampa israeliana, l’idea che Netanyahu, dichiaratosi sempre estraneo alle accuse, possa ottenere la grazia senza nemmeno dichiararsi colpevole viene ritenuta quantomeno singolare, paradossale e, per certi versi, inaccettabile. Questa insolita richiesta di grazia con il processo in corso sta scatenando forti discussioni non solo in Israele, ma anche sui tavoli delle diplomazie occidentali e non. Stiamo parlando, in estrema sintesi, come afferma sapientemente ISPI in un suo recente editoriale, di “una possibile preventiva grazia per promuovere la riconciliazione”. In altre parole, la richiesta avanzata dal Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ricordiamolo, sotto processo per corruzione, frode e abuso di fiducia in tre procedimenti penali distinti, è una mossa politica controversa e senza precedenti, che sta alimentando la polarizzazione all’interno della complessa società israeliana. Secondo diversi esperti legali israeliani, inoltre, la concessione della grazia potrebbe innescare una crisi costituzionale, la cui ultima parola spetterebbe alla Corte Suprema israeliana.

In sintesi, una mossa politica dell’astuto e navigato Bibi, apparentemente azzardata. Forse solo apparentemente. – Ricordiamo ai lettori che il premier ha presentato la richiesta di grazia al Presidente Isaac Herzog con un documento di 111 pagine, appena qualche settimana dopo l’appello di Donald Trump che, durante il suo discorso alla Knesset (Parlamento israeliano) nell’ottobre u.s., aveva chiesto di scagionare l’alleato politico dai numerosi capi di imputazione che gli vengono addebitati. Inoltre, merita evidenziare che il Primo Ministro, in una dichiarazione video, ha sostenuto, tra l’altro, che “sebbene sia nel suo interesse personale dimostrare la propria innocenza in tribunale, è anche nell’interesse nazionale abbreviare il processo che ci sta facendo a pezzi. Il processo in corso ci sta lacerando dall’interno, alimentando forti disaccordi e aggravando le divisioni. Porvi fine immediatamente contribuirebbe ad allentare le tensioni e a promuovere la riconciliazione di cui il nostro Paese ha disperatamente bisogno”. La possibile esplosione di una crisi politica risulterebbe direttamente connessa con le prossime elezioni, previste nell’autunno del 2026. Molti analisti israeliani, in queste ore, convergono nell’affermare che, qualora non fosse concessa la grazia e il processo per corruzione terminasse con una condanna, l’immagine politica dell’attuale premier ne verrebbe drammaticamente colpita, e si potrebbe ipotizzare il ricorso al voto anticipato. Un voto anticipato, in una situazione belligerante in corso su diversi teatri, non viene ritenuto auspicabile da diversi osservatori internazionali, perché esporrebbe inevitabilmente Israele a possibili debolezze politiche e geostrategiche.

L’inizio di possibili nuove tensioni tra Siria e Israele – Mentre, come detto, in Israele le dispute di politica interna infiammano i dibattiti tra cronisti e opinionisti israeliani e internazionali, dalla Siria meridionale riaffiorano focolai di guerra, in realtà mai sopiti. Yoni Ben Menachem, tra i maggiori analisti israeliani dell’area medio-orientale, ha reso noto che il 28 novembre u.s. le forze israeliane avevano sferrato un attacco contro elementi terroristici nell’area meridionale della Siria, in località Beit Jann, a sud di Damasco. Tale azione sarebbe scaturita a seguito di accurate informazioni di intelligence, secondo le quali alcuni nuovi gruppi terroristici presenti nella Siria meridionale stavano pianificando attacchi contro Israele. Durante l’operazione, le forze israeliane hanno arrestato tre agenti dell’organizzazione “Al-Jamaa al-Islamiya” che, secondo l’intelligence, stavano pianificando attacchi verso le alture del Golan. L’operazione avrebbe comportato il ferimento di sei operatori israeliani, mentre venti miliziani sarebbero stati neutralizzati. – In tale contesto, Israele ha trasmesso, tramite gli Stati Uniti, severi moniti al nuovo regime siriano guidato da Ahmad al-Sharaa, affermando che “Israele non avrebbe mai tollerato la creazione di organizzazioni terroristiche nella Siria meridionale, e che qualora la Siria non fosse nelle condizioni di intervenire, Israele avrebbe agito autonomamente”.

Inevitabilmente, il Ministero degli Esteri siriano ha condannato con forza l’attacco israeliano, definendolo un “crimine di guerra completo in tutti i suoi aspetti”, avvertendo Tel Aviv che “continuare questa aggressione criminale avrebbe messo a repentaglio la sicurezza e la stabilità nella regione”. In tale cornice merita evidenziare che nella Siria meridionale numerosi gruppi terroristici si stanno insediando, complice anche l’estrema fragilità politica e sociale di quel martoriato territorio. Tra questi vi sarebbero formazioni yemenite “Ansar Allah” e numerosi elementi riconducibili alla già menzionata “Al-Jamaa al-Islamiya”, nota organizzazione libanese in procinto di essere inserita nella lista statunitense delle organizzazioni terroristiche affiliate alla Fratellanza Musulmana. Nell’area operano altresì numerosi gruppi criminali dediti da tempo al traffico di armi e stupefacenti. Alcuni di questi sodalizi, sempre secondo fonti israeliane, avrebbero partecipato al massacro dei membri della comunità drusa a Suwayda insieme alle forze fedeli al predetto al-Sharaa.

L’antisemitismo e la violenza dilagano anche in Italia in un assoluto silenzio – I recenti episodi violenti e vigliacchi avvenuti a Torino contro la sede della Stampa, e a Roma, dove vandali hanno assalito la sinagoga Beit Michael a Villa Pamphili, nel quartiere Monteverde, e insozzato la lapide di Stefano Gaj Taché, un bambino italiano ucciso a due anni durante l’attentato terroristico palestinese al Tempio Maggiore di Roma il 9 ottobre 1982, dovrebbero farci inorridire. In merito, Victor Fadlun, Presidente della Comunità Ebraica di Roma, ha dichiarato: “Il tutto si inserisce in un clima intimidatorio: l’attacco alla sede della Stampa di Torino e, in generale, l’antisemitismo è diventato uno strumento di contestazione politica, il più abietto possibile. Confidiamo nelle forze dell’ordine e chiediamo un intervento forte del Governo per fermare questa spirale d’odio.” Inoltre, lo stesso Fadlun, in merito al vandalismo sulla lapide, ha voluto specificare: “È un gesto che oltraggia la comunità ebraica, la ferisce profondamente, perché la targa è dedicata a un bambino che è stato assassinato dal terrorismo palestinese. Questo è un luogo di ritrovo, in cui si incontrano le famiglie, i bambini, i giovani. È un luogo di incontro intergenerazionale, la sinagoga, dove si va a pregare ma anche a conoscersi e a creare un senso di comunità. Colpire in questo modo la sinagoga significa disconoscere e prevaricare quello che è il diritto degli ebrei di potersi ritrovare a condurre una vita normale, e questo non è accettabile”.

Basta con il semplice “dissenso”, affermano in molti, “parole che suonano vuote davanti a simili violenze e devastazioni”. “Attenzione – dichiarano numerosi analisti – a non voler trasformare una causa in un pretesto.”

Conclusione – Desidero chiudere questo breve lavoro offrendovi alcuni stralci di un recente e durissimo editoriale pubblicato dalla famosa giornalista italo-israeliana Fiamma Nirestein e, al contempo, una intima e intensa poesia sulla pace, scritta nel 1973 da Talil Sorek, giovane poetessa israeliana. “Ieri i vandali hanno assalito la sinagoga Beit Michael a Monteverde e hanno insozzato la lapide di Stefano Gaj Taché, il bambino ucciso a due anni da terroristi antisemiti mentre usciva dal Tempio Maggiore. Nella Shoah sono morti un milione e mezzo di bambini ebrei. Così le quattro sorelline di mio padre e il ragazzo Moshe, suo adorato fratello. Il 4 ottobre del 1943, a Poznan, il Reichsführer Heinrich Himmler spiegò agli ufficiali nazisti che avrebbero dovuto uccidere anche tutti i bambini, così da terminare per sempre l’esistenza del popolo ebraico e da evitare vendette… Yahya Sinwar, nei suoi ordini scritti a mano per i carnefici del 7 ottobre, ordinava alle Nukhba di Hamas di fare a pezzi, violentare, bruciare e rapire anche i bambini in braccio alle mamme e alle nonne, e così fecero. Adesso a Roma vediamo i loro parenti, animali antisemiti che minacciano la civiltà, la morale, la nostra pelle e quella di tutto il mondo democratico e libero… Dopo Sinwar, Hamas è a pezzi, rintanato in quel che resta nelle gallerie; gli ebrei non sono mai stati così forti. Abbiamo pianto nel ricostruire la nostra difesa, nel ritrovare noi stessi dopo che ci hanno toccato i bambini, abbiamo puntato i piedi e fatto del nostro meglio, dal Ghetto di Roma a Kfar Aza… Se fantasticate che la vostra negazione della conoscenza, del pensiero, dei diritti umani, della libertà, in nome dell’odio antisemita e antioccidentale, terrorizzi il popolo ebraico, lo metta in fuga, sappiate che state solo risvegliando tutta la potenza del pensiero e del sentimento di identità che da 2700 anni, nato e cresciuto in Israele, tiene insieme il popolo più antico, insegna ai suoi bambini la libertà e l’eguaglianza. E anche come difendere la propria identità e la propria casa, con le unghie e coi denti, e con la benedizione internazionale di chi capisce che quelle frange rabbiose sono parte di una guerra geopolitica che vede da una parte le democrazie, dall’altra i tiranni. In una parola: vigliacchi, sarete sconfitti.”

Ho dipinto la pace” (1973), Talil Sorek
Avevo una scatola di colori,
brillanti, decisi e vivi.
Avevo una scatola di colori,
alcuni caldi, altri molto freddi.
Non avevo il rosso per il sangue dei feriti,
non avevo il nero per il pianto degli orfani,
non avevo il bianco per il volto dei morti,
non avevo il giallo per le sabbie ardenti.
Ma avevo l’arancio per la gioia della vita,
e il verde per i germogli e i nidi,
and il celeste per i chiari cieli splendenti,
and il rosa per il sogno e il riposo.
Mi sono seduta
e ho dipinto la pace.

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