17.12.2025 – 14.45 – C’è qualcosa di profondamente ottocentesco, e non nel senso buono, nel fatto che a Trieste il carcere stia appiccicato al tribunale come una sacrestia all’altare. È una concezione austroungarica, figlia di un’epoca in cui giustizia, pena e redenzione dovevano condividere lo stesso corridoio, possibilmente sotto lo stesso sguardo morale. Una visione che oggi sopravvive più per inerzia che per ragione, e che continua a produrre effetti paradossali: logistici, simbolici, talvolta grotteschi. E, come si è visto, anche pericolosi. Il complesso del Coroneo, nel cuore della città, racconta questa storia meglio di qualsiasi trattato di architettura penitenziaria. Il tribunale a pochi metri, il carcere addossato, la città intorno che preme. Una giustizia che non si limita ad amministrare, ma occupa spazio urbano, lo colonizza, lo sovraccarica. È un’idea di Stato che non ha mai davvero aggiornato la propria mappa mentale: punire, giudicare, custodire tutto insieme, come se il semplice contatto fisico potesse garantire ordine.
I numeri, intanto, dicono altro. Le carceri italiane viaggiano stabilmente oltre la capienza regolamentare: decine di migliaia di detenuti in più rispetto ai posti disponibili, con istituti che superano il 120–130% di affollamento. Il personale di polizia penitenziaria è sotto organico di migliaia di unità. I cantieri – necessari, sacrosanti – diventano falle strutturali. I ponteggi si trasformano in scale di fuga. Non per genio criminale, ma per somma di incuria e abitudine all’emergenza. Qui torna utile rileggere Le mie prigioni di Silvio Pellico. Non per nostalgia, ma per capire quanto poco sia cambiato il riflesso culturale che accompagna la detenzione. Pellico descrive il carcere come un luogo dove l’uomo viene ridotto a numero, dove la sofferenza non è strumento di giustizia ma conseguenza collaterale dell’ordine. Scrive della sorveglianza ossessiva e insieme distratta, dell’autorità che controlla tutto e non vede l’essenziale. Cambiano i secoli, restano i meccanismi. E quando la realtà supera la letteratura, finisce per assomigliarle. L’evasione dal Coroneo ha qualcosa del Conte di Montecristo di Alexandre Dumas, ma in versione dimessa, senza genio né vendetta. Non il tunnel scavato per anni, ma un’impalcatura lasciata lì. Non l’astuzia sublime di Edmond Dantès, ma l’occasione colta in un sistema stanco. È il romanzo d’appendice di uno Stato che si affida alla fortuna più che alla programmazione.
Il punto, però, non è l’uomo che scappa. È il contesto che glielo permette. Un carcere incastonato nella città, schiacciato tra funzioni incompatibili, concepito quando l’Impero pensava che l’ordine si imponesse per prossimità fisica e non per efficienza organizzativa. Oggi sappiamo che non è così. Eppure continuiamo a costruire, ristrutturare, rattoppare seguendo lo stesso schema mentale. Le nostre prigioni non hanno bisogno di essere più dure, ma più pensate. Più distanti dal tribunale, non solo in senso geografico ma concettuale. Perché la giustizia non si rafforza tenendo tutto insieme: si indebolisce. E ogni evasione, piccola o grande che sia, non è mai solo una fuga. È una nota a margine, scritta male, di un sistema che insiste a leggere il presente con gli occhiali del passato.
[f.v.]


