11.07.2025 – 19:15 – C’è un’Africa che non compare nei titoli dei telegiornali, né nelle agende strategiche delle cancellerie occidentali. È un continente immenso, giovane, ricco di risorse, ma percepito ancora oggi attraverso una lente deformata e stanca, fatta di cliché e disinteresse. Un’Africa che chiede giustizia, non carità. Lo ricorda con forza il generale Stefano Dragani, che a questo continente ha dedicato oltre vent’anni di vita professionale. E lo fa a partire da una riflessione sulla qualità dell’informazione, affidandosi alle parole di padre Giulio Albanese, missionario comboniano e fondatore della MISNA – una delle poche agenzie di stampa ritenute affidabili persino dalla Corte Internazionale di Giustizia. “Informare – scriveva Albanese – significa dare forma alle notizie. Ma oggi le scalette dell’informazione si aprono spesso con non-notizie, mentre le tragedie vere vengono relegate in fondo.” L’Africa è tra queste. Dragani lo afferma senza mezzi termini: ciò che sappiamo del continente africano è poco, confuso, e quasi sempre filtrato da una narrazione pietista. Eppure, questo stesso continente è stato al centro – nei secoli – di alcune delle pagine più oscure della storia occidentale: dallo schiavismo al colonialismo, dall’accaparramento delle risorse alle guerre per procura. Un’eredità che pesa ancora oggi.
Basti pensare che il 30% delle riserve minerarie mondiali si trova in Africa, così come il 40% dell’oro, fino al 90% del cromo e del platino, e le maggiori riserve globali di uranio e diamanti. Un patrimonio strategico che include anche materiali critici per la transizione energetica – litio, rame, cobalto, nickel – e miliardi di barili di petrolio e gas recentemente individuati in Namibia, Sudafrica, Mauritania, Costa d’Avorio e Nigeria. Eppure, l’Africa continua a essere percepita più come un’emergenza umanitaria che come una realtà geopolitica. Nel suo libro dedicato al continente, Dragani ripercorre anche la memoria di una ferita mai sanata: quella della tratta degli schiavi, che ha alimentato per secoli la crescita economica delle potenze europee, coinvolgendo non solo Gran Bretagna, Francia e Portogallo, ma anche Paesi oggi considerati virtuosi, come Svezia, Paesi Bassi e Danimarca. E, in tempi più vicini a noi, i crimini coloniali: il genocidio tedesco in Namibia, riconosciuto solo di recente, e l’annientamento di oltre un milione di congolesi sotto il dominio belga di Leopoldo II. Tuttavia, il cuore dell’analisi si concentra sull’oggi. E su un caso esemplare: la disfatta francese nel Sahel.
Il 26 settembre 2023 il quotidiano Avvenire scriveva: “È una disfatta politico-strategica. La Francia è costretta a capitolare anche in Niger, cacciata non dalle orde nemiche o dai russi, ma dai nuovi padroni di Niamey.” È il fallimento di un’intera visione: quella dell’operazione Barkhane, avviata nel 2014 per contrastare il terrorismo jihadista nel G5 Sahel (Burkina Faso, Mali, Niger, Mauritania, Ciad), e terminata il 9 novembre 2022 per decisione di Emmanuel Macron. Non per motivi operativi, ma per il rifiuto politico da parte degli stessi governi africani. In rapida successione, Parigi è stata invitata a lasciare Mali, Niger e Burkina Faso. Poi, tra il 2024 e il 2025, anche Senegal e Ciad hanno chiesto alla Francia di sgomberare le basi militari. Tutto questo mentre le relazioni con l’Algeria – ex colonia e ferita aperta nella memoria storica francese – sono tornate tese. Una ritirata silenziosa, ma inequivocabile. Dragani è netto: “Non si tratta solo del fallimento della presidenza Macron, come hanno scritto alcuni analisti. È il segnale più evidente della debolezza strategica dell’Europa nel contesto globale.” Un’Europa che continua a guardare all’Africa con gli occhi del passato, incapace di sviluppare una politica estera autonoma e lungimirante, e priva di credibilità nei confronti di una nuova generazione africana che rifiuta il paternalismo, ma è disposta a dialogare sul piano del rispetto e della cooperazione reale. Il generale conclude questo primo capitolo della sua riflessione con una domanda cruciale, che risuona come un monito: “Il tragico intervento militare francese nel Sahel, conclusosi in una disfatta, e la precedente campagna tesa alla distruzione della Libia – oggi ridotta, come l’Iraq, a una mera espressione geografica – hanno forse determinato un aumento della sicurezza nel Nord Africa, nel Mediterraneo e nell’Europa meridionale?” Una domanda che pesa come una sentenza. E alla quale, per ora, nessuno in Europa sembra voler rispondere.
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Stefano Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita” (2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole” (2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
[f.v.]


