07.06.2025 – 07.01 – Svanite le ultime tracce di una primavera piovosa, nonostante qualche brontolio dalle nuvole qui e lì, l’estate entra nel vivo. Secondo una ricerca del Cnr-Ibe, in collaborazione con Ispra, Trieste nei prossimi giorni sarà una delle isole di calore superficiali, tecnicamente Suhi, presenti in Italia. Lo studio ha utilizzato i dati satellitari Copernicus e Nasa onde avere un quadro delle isole di calore nella penisola, all’interno della cornice del progetto Mirificus; il periodo di riferimento è sempre tra giugno e agosto negli ultimi dieci anni, tra il 2013 e il 2023.
Si tratta di un evento microclimatico dove la presenza di vaste superfici artificiali impermeabili – caso classico il diluvio di cemento armato di molte zone cittadine – produce quanto i ricercatori definiscono “arcipelaghi di calore“. Non essendovi sfoghi naturali, quali possono essere gli alberi, ma solo materiali come metallo, vetro e cemento, ne derivano inferni di aria surriscaldata. Le superfici si riscaldano in tempi molto brevi, determinando un effetto a catena che innalza rapidamente le temperature in tutto il circondario.
Le Suhi sono presenti, stando alla ricerca, in tutti i capoluoghi regionali; tuttavia varia l’intensità a seconda dell’estensione e della quantità di superficie artificiale impermeabile utilizzata. Secondo il ricercatore Marco Morabito, citato dall’ANSA, possiamo individuare alcuni capoluoghi maggiormente soggetti; e tra questi figura proprio Trieste, considerata tra i soggetti più a rischio, assieme a Trento, Torino, Genova e l’Aquila. Eppure basterebbe davvero poco, stando ai dati, onde migliorare la vivibilità delle città: il 5% in più di copertura arborea, in altre parole il 5% di nuovi alberi, garantirebbe un’immediata riduzione della temperatura media superficiale di oltre mezzo grado celsius. Può sembrare poco, ma è spesso quel sottile confine tra vivibilità e aria condizionata accesa.
Il caso triestino è peculiare, perchè il continuo riferimento al primato del numero di giardini e alberi a Trieste appare ‘falsato’ dal bosco del Farneto, il quale collocato alla periferia della città e parte integrante del Carso, è difficilmente etichettabile come “parco urbano”. Non a caso le città dove meno si soffre risultano invece essere tutte in pianura, qual è il caso di Napoli e Roma, ma anche di Firenze e Milano; senza citare invece i capoluoghi meridionali. In questi ultimi casi la maggior presenza di piante rende possibile avere un centro città molto più “fresco” della periferia, il fenomeno opposto a quanto avviene invece nel nord-est d’Italia.
[z.s.]


