Tecnologie quantistiche: la “necessità” della quarta rivoluzione

17.05.2021 – 09.45 – Parlare di rivoluzioni lo si può fare solo a posteriori – quando, guardando indietro, ci rendiamo conto che si sono accumulati tanti cambiamenti piccoli e apparentemente insignificanti, ma sufficienti a produrre una trasformazione qualitativa, e non solo incrementale, della condizione umana. (Zygmunt Bauman)
Siamo stati abituati a studiare la storia dell’innovazione come una sequenza di salti tecnologici da una rivoluzione all’altra. Verso la fine del ‘700, con l’introduzione dei telai a vapore, si è assistito alla prima rivoluzione industriale, seguita, un secolo dopo (1870), dalla seconda rivoluzione industriale, che ha consentito di portare all’interno dei processi produttivi l’energia elettrica, nonché una migliore organizzazione del lavoro con le catene di montaggio. In tempi più recenti (1970), grazie all’adozione dell’informatica e dei processi industriali presidiati da robot, si è parlato invece di terza rivoluzione industriale mentre, oggi, ci si sta sempre più inoltrando in quella che viene definita come la quarta rivoluzione industriale, grazie all’interconnessione lungo la supply chain di prodotti e processi, generata dall’internet delle cose e dalle nuove tecnologie digitali.

Se è vero che la storia è maestra di vita, allora è anche vero che da essa possiamo trarre qualche insegnamento su quelli che sono stati gli elementi principali che hanno caratterizzato tutte le rivoluzioni tecnologiche, andando ad analizzare le ricorsività che si sono succedute nel corso degli anni:

  • partono piano ma poi non si possono fermare;
  • accelerano processi già presenti nella società;
  • sono esponenziali anche rispetto alla variabile tempo tra l’una e l’altra (si accorcia il tempo della nuova rivoluzione: 100 anni tra la prima, seconda e terza, 50 per la quarta, 20 – forse – per la quinta?);
  • generano incertezza/paura rispetto alla espulsione di lavoratori con competenze non adeguate e alla polarizzazione del potere;
  • se guidate possono rappresentare uno snodo dei processi redistributivi della ricchezza (middle class anni ‘80);
  • si possono anticipare/prevedere analizzando i segnali deboli.

La somma di queste considerazioni è riportabile per analogia anche nell’ambito della fisica quantistica, relativamente alla quale si sta assistendo ad una profonda riflessione rispetto al prossimo futuro. La prima rivoluzione quantistica ha coinciso con la scoperta e la comprensione delle leggi della meccanica quantistica a inizio Novecento, e ha permesso, anche se non con lo sfruttamento diretto delle proprietà quantistiche della materia, lo sviluppo di tecnologie fondamentali per la quarta rivoluzione industriale, come ad esempio i laser o la fibra ottica. La seconda rivoluzione quantistica invece si sta preparando proprio grazie alla capacità di “addomesticare” proprietà della materia come l’entanglement o la sovrapposizione di stati, e sta apparecchiando la tavola con innovazioni radicali in campi come la comunicazione, la sensoristica e la capacità di calcolo.

Uno dei temi più rilevanti emersi nel dibattito pubblico rispetto a questa seconda rivoluzione quantistica è come questo avanzamento tecnologico potrà, in un futuro non troppo lontano, diventare una vera e propria rivoluzione industriale, in grado di generare ricchezza nei terminali finali della catena del valore, ovvero nelle regioni e nei territori. La paura, tuttavia, è che trattandosi di tecnologie estremamente costose, complicate e difficili da gestire, esse possano rimanere di fatto appannaggio delle grandi corporation a livello globale, senza la possibilità di riversare valore nel punto di applicazione.

Sembrerebbe un problema già visto. Abbiamo già vissuto la rivoluzione informatica degli anni ’70 e ’80 e probabilmente abbiamo anche imparato qualcosa da poter riversare nei processi di governo di questa prossima rivoluzione. Facciamo un esempio, molto vicino a quella che è la realtà triestina: la gestione della logistica di un hub intermodale complesso (nave, treno, gomma); il miglioramento della sensoristica potrebbe generare una migliore diffusione e precisione della raccolta dei dati in tempo reale che, elaborati attraverso dei modelli quantistici potrebbero generare un’ottimizzazione delle operazioni e dei trasporti (minor consumo di energia, minor traffico, minor consumo di risorse) che potrebbero essere a loro volta gestiti su infrastrutture di comunicazione con sistemi di criptatura inviolabili.

Questi cambiamenti possono essere guidati da un sistema regionale dell’innovazione che sia in grado di immaginare una proposta ad alto valore aggiunto per il proprio futuro, ad esempio, supportando l’insediamento di start up specializzate in questo tipo di operazioni tecnologiche: fisicamente il computer quantistico starà anche in un data center al polo nord, ma il beneficio resterà sicuramente a Trieste.

di Giovanni Cristiano Piani

[Giovanni Cristiano PianiDa più di 20 anni si occupa di innovazione, trasferimento tecnologico e proprietà intellettuale. Dal 2010 è responsabile dell’ufficio di trasferimento tecnologico dell’Università degli Studi di Trieste in cui ha seguito il deposito e la gestione di oltre sessanta famiglie di brevetti e la creazione di numerosi spin-off universitari e studenteschi. È inoltre docente a contratto, sempre per l’Ateneo triestino, di “Normativa e brevettazione” nel programma universitario di Scienze e Tecnologie Biologiche e di “Business Model Canvas” nel programma universitario di Ingegneria Industriale. Svolge correntemente conferenze, seminari e corsi di formazione su gestione della proprietà intellettuale e creazione di startup/spinoff sia a livello universitario (dottorato, studenti, ricercatori) e non universitario (imprenditori, professionisti, consulenti), nonché consulenza aziendale sulla protezione e gestione strategica della proprietà intellettuale.]