Finisce l’era Bergoglio. Chi guiderà la Chiesa dopo Papa Francesco?

22.04.2025 – 12:44 – La morte di Papa Francesco, avvenuta ieri mattina, lascia nella Chiesa cattolica un vuoto che non è solo spirituale, ma anche geopolitico, culturale, umano. Jorge Mario Bergoglio non è stato un pontefice qualunque: è stato il Papa che ha scelto di chiamarsi Francesco, che ha fatto della povertà un vessillo, della misericordia una rivoluzione, dell’apertura un campo minato da percorrere a piedi nudi. Ora che il suo tempo si è chiuso, un nuovo capitolo attende di essere scritto sotto gli affreschi silenziosi della Cappella Sistina. Saranno 135 i cardinali chiamati a eleggere il suo successore, superando il limite tradizionale dei 120. E ben 108 di loro sono stati nominati proprio da Francesco. Un conclave che parlerà lingue e accenti del mondo intero, e che dovrà decidere se proseguire lungo la via tracciata dall’argentino o correggerne la rotta.

Chi guiderà la Chiesa nel terzo millennio post-cristiano, tra guerre culturali, crisi ecologiche e deserti spirituali? Pietro Parolin, Segretario di Stato, è il nome che torna più spesso nei corridoi vaticani. Uomo di diplomazia e governo, ha guidato la macchina curiale nei giorni in cui Bergoglio era ricoverato. Ha il physique du rôle, i numeri e le alleanze. Ma proprio per questo, potrebbe risultare troppo prevedibile.

L’alternativa italiana più “francescana” è Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, presidente della CEI, volto della Chiesa “di strada” e vicino ai temi sociali tanto cari a Francesco. Il suo profilo progressista lo rende amato da molti, inviso a qualcuno.

Dall’altra parte del mondo, il filippino Luis Antonio Tagle incarna perfettamente il respiro globale della Chiesa: giovane, empatico, visionario. Se il prossimo Papa dovesse venire dall’Estremo Oriente, sarebbe lui.

C’è poi la suggestione africana, un’ipotesi che aleggia da decenni: il cardinale congolese Fridolin Ambongo o il ghanese Peter Turkson, rappresentano Chiese vive, in crescita, ma ancora poco rappresentate a livello di vertice.

Sul fronte europeo, salgono le quotazioni del francese Jean-Marc Aveline, moderato, dialogante, vicino al pensiero di Francesco ma con uno stile proprio. E c’è anche l’ungherese Péter Erdő, figura solida, conservatrice, che garantirebbe una sterzata rispetto al corso progressista.

Ma se c’è qualcosa che la storia insegna è che il conclave non ama i copioni scritti. Lo sanno bene i sostenitori di Angelo Scola, dati per vincitori nel 2013. E prima ancora, chi non avrebbe scommesso su un vescovo di Cracovia nel 1978.

D’altronde, in Vaticano, si mormora da sempre: chi entra Papa in conclave, ne esce cardinale. Ma chiunque venga eletto, dovrà fare i conti con l’eredità di Francesco. Un’eredità ingombrante, non solo per le riforme tentate ma per la visione del mondo che ha incarnato: una Chiesa povera tra i poveri, aperta ma non sempre compresa, più vicina alle periferie che al potere.

Sarà il prossimo Papa a decidere se quella visione deve diventare norma o restare eccezione.

[c.v.]

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