10.02.2025 – 11.01 – Trieste continua ad essere soggetto prediletto della geopolitica italiana, sopravvalutando forse il suo reale peso economico. Lo ha dimostrato il XII Festival di Limes, tenutosi tra il 7 e il 9 febbraio 2025 a Genova; in quest’ambito il tema dell’evento era ‘L’ordine del caos. Un giro del mondo delle crisi geopolitiche a partire da quella americana, con Trump appena insediato’, al cui interno ‘Fra Genova e Trieste: vie della seta contro via dell’oro‘ ha trattato proprio il capoluogo giuliano tra opportunità e rischi connessi alle influenze americane e cinesi.
Il punto di partenza, ormai annoso, era il Memorandum siglato per la Via della Seta ancora nel 2019 dal governo Conte, poi ripudiato dai successivi governi, con un progressivo irrigidimento da Draghi a Meloni verso posizioni atlantiste. Si discute invece di un’alternativa Via del Cotone o Via dell’Oro dall’autunno del 2023, quando se ne propose l’ideazione durante il G20 di Delhi; una Via concepita quale creatura esclusivamente geopolitica, per la quale non vi sono ancora né infrastrutture, né sufficiente potenza di export, presente invece nel caso cinese. Oggigiorno questo concetto è stato allargato all’IMEC, un presunto corridoio economico dall’India, al Medio Oriente, all’Europa. Trieste potrebbe giocare un ruolo in tutte e due le Vie, fermo restando che un traffico marittimo con la Cina è sempre esistito, mentre per l’india è tutto da costruire.
Partendo proprio da queste premesse Carlos Roa, Visiting Fellow e direttore della Keystone Initiative al Danube Institute e Associate Washington Fellow all’Institute for Peace and Diplomacy, ha presentato un intervento di storia, ricapitolando le precedenti ‘Vie dell’oro’ dall’età romana ai califfati. Per lo studioso, a suo tempo direttore esecutivo di The National Interest e pertanto esponente di una visione di destra filoamericana, la Via dell’Oro si riallaccia a quest’esperienze, in linea con la nuova politica Trump.
“La politica attuale è quella della dottrina della Fortezza Atlantica, intrapresa dal post guerra fredda; la priorità è ora tutta conferita all’emisfero occidentale”. Sebbene ciò “non sia un disimpegno, ma un riposizionamento”, trapela tuttavia la volontà “di rafforzare il fronte nazionale domestico a fronte di una maggiore concorrenza”.
E Trieste? “Io la paragonerei, dal punto di vista orientale, allo stesso ruolo giocato da Rotterdam nell’Europa del Nord”; ovvero “un cuscinetto strategico contro Pechino”.
Wang Zichen, Research Fellow e direttore per le comunicazioni internazionali al Center for China and Globalization (Ccg), ha portato invece il punto di vista cinese: una prospettiva neutrale, tutta tesa al commercio. Zichen infatti ha osservato che ricorrono “20 anni dall’avvio del partenariato strategico Cina-Italia, 700 anni dal viaggio di Marco Polo e 55 dall’inizio dei rapporti diplomatici Italia-Cina”. Sul fronte dei rapporti Italia-USA, “la Cina non vede tutto ciò come un ostacolo per andare avanti nei rapporti bilaterali”, dopotutto “c’è un rafforzamento della fiducia politica; entrambi i capi di stato si sono incontrati più volte e ricordo che 5 ministri italiani hanno visitato la Cina negli ultimi anni”.
Anzi “un simile livello di contatti regolari non è qualcosa di così comune per il nostro paese” ha rimarcato Zichen.
Invece, guardando al profilo economico, “il commercio bilaterale è aumentato da 10 miliardi a 70 negli ultimi anni; l’Italia inoltre è il maggiore partner commerciale europeo in Asia per la Cina”.
“Quali sarebbero i danni delle aziende cinesi operanti nei porti occidentali? – ha lamentato Zichen – Ricordo che, dal momento della sigla di partnership tra le aziende cinesi e il porto del Pireo in Grecia, questo ha aumentato il traffico container di 6 volte, passando da 93esimo a 46esimo nella classifica mondiale”.
Serve pertanto “un approccio calmo, basato sui fatti”.
Laris Gaiser, professore di studi sulla sicurezza, membro dell’ITSTIME presso l’Università Cattolica di Milano e Senior Fellow al centro studi GLOBIS dell’Università della Georgia (USA), ha incentrato tutto l’intervento sulla natura di “città non italiana” di Trieste, definendola “ultima colonia italiana” e “città conquistata e riconquistata nel novecento”.
Nel farlo però Gaiser – nato in Iugoslavia, ma chiaramente con le sue radici nell’Austria – ha riproposto vecchi stereotipi sui Balcani, considerati “un luogo irrazionale”, fonte di caos e disordine.
Attualmente, per l’Italia, “Trieste è la nostra Panama nel senso che ci fa entrare in tutti quei mercati dell’Europa centrale in precedenza chiusi a Roma; ed è il nostro Piave, cioè si configura come la retroguardia del fianco est sotto il profilo militare, per il controllo dei Balcani e dell’Europa centrale
Massimo Deandreis, Direttore Generale di SRM, Centro di Ricerca Economica legato al Gruppo Intesa Sanpaolo, ha portato il punto di vista di un operatore economico, il quale ha subito chiarito che “oggettivamente la Cina ha una potenza di commercio di esportazione a livello mondiale che l’India non ha; vi sono potenzialità, ma non c’è reale concorrenza”. Insomma, “la disparità è rilevante”.
Oggigiorno “Trieste è già un porto europeo per i numeri della movimentazione merce e grazie alla ferrovia costruita dagli Asburgo”; inoltre “grazie all’intermodalità lo diventerà anche Genova quando verrà completato il terzo valico”.
Via della Seta o Via del Cotone? Per Deandreis “c’è spazio sia per Cina che per l’India, sotto il profilo economico” infatti “IMEC rimane un vantaggio, fornisce un punto di accesso in più”.
Luca Sisto, Direttore generale presso Confitarma – Confederazione Italiana Armatori, ha condotto un lungo intervento sulla flotta italiana, ammettendo in conclusione i limiti intrinseci degli scali della penisola: “Tutti i porti italiani muovono assieme quanto movimenta in 10 mesi il solo porto di Rotterdam” ha ammesso. Un dato, di nuovo economico, dal quale la geopolitica non dovrebbe prescindere.
[z.s.]


