‘Patoco ma non troppo’. Colori e sfumature del dialetto triestino con Linda Simeone e Romana Olivo

17.11.24 – 08:00 – Il dialetto triestino è una lingua multiforme e piena di espressioni che fanno spuntare un sorriso. Parole colorite, o meglio, da colorare, nel vero senso della parola.
Nasce anche da qui l’idea di Linda Simeone, autrice del libroTe son bela come el cul dela padela” (ed. Bora.La, 2023) un piccolo album da colorare che riporta le più variegate sfumature dialettali, da quelle più usate a quelle di cui se n’è quasi persa traccia, emulando i libri ‘mandala‘ che aiutano in un terapeutico svago e rilassamento della mente. Sì, anche con le ‘parolaze’, per intendersi.
I diversi colori della lingua triestina, infatti, attestano come il nostro dialetto sia cambiato nel corso dei secoli, fino a diventare una lingua del tutto diversa da quella utilizzata a cavallo tra ‘700 e ‘800.

Bisogna pensare che il triestino sia una lingua morta? In parte è così, fosse solo per il fatto che le giovani generazioni sono sempre meno inserite nelle tradizioni locali, proiettate nel mondo della comunicazione globale. D’altra parte, i dialetti sono dei fedeli specchi della società e del mutamento di essa, come sostiene Romana Olivo, da vent’anni insegnante di ‘Recitazione dialettale’ all’Università della Terza Età.

“Il dialetto triestino di un tempo aveva una matrice ladino-friulana, solo successivamente ne assunse una veneta, per meglio dire Veneziana – spiega Romana Olivo – Trieste è sempre stata un crocevia di popoli, specialmente quando Venezia possedeva relazioni commerciali con il Mediterraneo orientale, il veneziano era divenuta una lingua franca”.

È un triestino ‘rinnovato‘, dunque, quello di oggi, cresciuto di pari passo con il mutamento della società, risultato di una stratificazione linguistica frutto di vari influssi, deformazioni e contaminazioni.

“Da dove deriva l’espressione ‘Andar a sburtar radicio’? O l’etimologia della parola ‘pantegana’?”, prova ad incuriosire l’appassionata linguista nostrana che nella sua carriera ha fatto parte di diverse compagnie e gruppi teatrali dialettali.

Ed è proprio curioso sapere che un tempo, nella zona di Sant’Anna a Trieste – dove oggi c’è il cimitero – si coltivava il radicchio, cosicché l’espressione appena citata divenne un modo tutto triestino per parafrasare l’atto di passare a miglior vita.
O che il termine ‘pantegana’ deriva dall’unione di ‘ghenos’, stirpe in greco, e ‘Pontikòs’, cioè che proviene dal Ponto, dato che gli animali raggiungevano le nostre terre tramite le navi provenienti dal Mar Nero e dalle regioni circostanti.

“Il triestino, oltre ad aver influssi dal tedesco, dallo sloveno, dall’ebraico, presenta anche contaminazioni francesi. Ad esempio, la parola ‘coverte’ ( le coperte) richiama il verbo francese “covertir”, per l’appunto, coprire – spiega Romana – o ancora, ‘remitur‘ (confusione) si plasma sul ‘demi-tour’ che veniva comandato nell’esercito durante la dominazione francese di inizio ‘800 con un sonoro battito di fucile a terra, per ordinare il dietro front ai soldati”.

Un mondo dietro al dialetto triestino, ma anche dentro di esso, in un sorprendente miscuglio di lingue. Se poi la scoperta può essere accompagnata anche da uno sfogo artistico (e dalle sempre ben presenti parolaze) lo studio dell’etimologia non potrebbe essere più interessante di così.

[e.s.]

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