Naja, in Europa è destinata a ritornare la coscrizione obbligatoria?

10.11.2024 – 08.00 – Sarà la crisi scatenata dallo scoppio dei conflitti in Ucraina e in Medioriente o più semplicemente la necessità di una maggiore sicurezza nazionale a causa della minaccia rappresentata dal terrorismo internazionale. Il risultato è che molte nazioni europee stanno riconsiderando l’opzione della coscrizione obbligatoria, una pratica abbandonata o sospesa quasi ovunque in Europa tra gli anni ’90 e i primi dieci anni del duemila. La recente evoluzione degli scenari internazionali sta però riportando in auge la percezione del rischio di conflitti fra Stati. Contesti dalle caratteristiche ben diverse dalle cosiddette operazioni di pace condotte negli anni a centinaia se non migliaia di chilometri di distanza dai confini nazionali.

Il tema suscita svariate controversie. Gli argomenti a sostegno della leva obbligatoria spesso contemplano la tutela dei valori civili, che l’addestramento militare può fornire alle reclute competenze utili anche in situazioni belliche e stimolare il senso d’appartenenza nazionale. Le critiche invece sostengono che la coscrizione obbligatoria rappresenti una palese violazione dei diritti individuali della persona. Insomma, di una scusa per tentare di fare fronte alle difficoltà di reclutamento delle rispettive forze armate nonché di un tentativo di alimentare in modo anacronistico lo spirito “patriottico”.

In Europa attualmente prevale la volontarietà della leva militare: in Belgio dal 1994, in Portogallo dal 1999, in Regno Unito dal 2001, in Spagna dal 2002, in Francia dal 2006. Ma oggi torna e cresce l’interesse per forme di coscrizione obbligatoria   rimasti in essere come accade in Austria, Finlandia, Grecia o Svizzera ad esempio, in forme e articolazioni  differenti. 

Ma qual è la situazione in Italia? Qui la cosiddetta “‘Naja” era stata abolita nel 2005 con la legge numero 226 del 23 agosto  2004. Una norma proposta dall’allora ministro della difesa Antonio Martino, durante il governo guidato da Silvio Berlusconi. Il primo politico che tornò a parlare della reintroduzione della ferma obbligatori è stato Matteo Salvini nel corso della campagna elettorale del 2018.  All’epoca venne calcolato che allo Stato italiano organizzare un addestramento militare di base della durata di sei mesi sarebbe costato circa 15 miliardi di euro. L’anno scorso, in occasione del raduno degli Alpini svoltosi a Udine, la premier Giorgia Meloni, commentando l’argomento osservò che il tema «si può  sicuramente affrontare come ipotesi volontaria, alternativa al servizio civile». Al tempo stesso il presidente del Senato, Ignazio La Russa si disse favorevole all’ipotesi, accennando a una “mini Naja di 40 giorni” da realizzarsi su base volontaria.

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