Inaugurata all’Irci la mostra “1954: Trieste è italiana, la zona B è perduta”

26.10.2024 – 07.30 – Il sole d’Italia a Trieste sarebbe giunto il 26 ottobre del 1954, rappresentato dall’ossimoro di una giornata di pioggia. Ma quel giorno, di festa per un’intera città, era anche un giorno di mestizia per tutti gli italiani che ancora vivevano nella Zona B del Territorio Libero di Trieste. Da Albaro Vescovà a Cittanova, passando per Capodistria, Isola e Pirano, un altro esodo ricominciava, per concludersi alla fine di quel decennio, trasformando quella che era la netta maggioranza dell’area in un una esigua minoranza. Il confine in quel 26 ottobre 1954 si spostava ancora, con la cessione dei cosiddetti “Monti di Muggia”. Quel giorno infatti anche i villaggi di Faiti, Bosici, Santa Brigida, Crevatini, Albaro Vescovà furono ceduti alla Jugoslavia. Qualcuno di questi si era stanziato in zona da poco, esule dall’Istria. Un altro esodo, due volte esuli.

Di tutto questo parla la mostra “1954: Trieste è italiana, la Zona B è perduta” inaugurata ieri al Civico Museo della Civiltà istriana, fiumana e dalmata di via Torino. È una storia fatta di immagini dell’epoca, ma anche di manifesti originali, delle divise della Polizia del Governo Militare Alleato (i famosi “cerini”), le lambrette dei primi anni ’50 e tanto altro. E poi le facce ritratte nei tanti campi profughi sparse per l’Italia. «Il 26 ottobre 1954 – ha ricordato il presidente dell’Irci Franco Degrassi – furono decine di migliaia gli istriani in piazza, con il tricolore al collo e la bandiera dell’Istria listata a lutto. Se volessimo semplificare, potremmo dire che la medaglia ha le sue due facce indiscutibilmente contrapposte, che il 26 ottobre è il Giano bifronte di una verità senza giustizia».

Scrisse allora il giornalista e scrittore capodistriano Pier Antonio Quarantotti Gambini: “Da un lato commozione: commozione per l’arrivo imminente dei nostri soldati, dall’altro angoscia: angoscia per il distacco della zona B, angoscia per il nuovo passo avanti realizzato dalla Jugoslavia di Tito verso la periferia della città”. Un’angoscia che niente poteva sanare.

La mostra rimarrà aperta tutti i giorni fino al prossimo 30 marzo con orario dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 16.30 alle 18.30. 

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