24.05.2023 – 09.48 – Esplosione al Pentagono: un nuovo 11 settembre, crolla Wall Street. Per fortuna dura poco, perché è un falso, ma se ne vanno miliardi di dollari e il mondo trema. E rieccoci qua: fake news. Il video è falso: è generato da un’intelligenza artificiale, non è neppure un gran che, ma viene condiviso subito da tutti compresi account Twitter verificati, è quella raffica di click micidiali dallo smartphone di chi non si è fermato neppure per un momento a pensare. E se fosse stato un falso fatto bene? Se fosse stato un Deepfake – questo è il loro nome – rappresentante un attentato fatto a capi di governo, o un episodio di guerra che il governo avversario avesse usato come scusa per reagire? Chissà.
In un Deepfake, persone che sembrano reali vengono messe in una scena che sembra reale e dicono o commentano cose che forse sono successe o stanno accadendo, con tanto di audio e voce che sembrano reali, senza che niente di tutto ciò che si vede sia vero e allo stesso tempo senza che ci sia la possibilità di distinguerlo dal vero. L’occasione sulle pagine dei giornali è quella del Pentagono: il rischio non è nuovo. Le fake news veicolate via video, in particolare attraverso i Social che si prestano a questo perfettamente – in quanto velocissimi, non controllati da una redazione, privi di una chiara figura dirigente al quale un giudice possa attribuire delle responsabilità (e, quando serve, una pena) e al confine quindi fra legge e nebbia – sono sulla nostra tavola ogni giorno già dal 2018, anno in cui la tecnologia che permette di realizzare clip (definirli ‘filmati falsi’ sarebbe sbagliato in quanto non c’è, appunto, nulla di filmato) con l’ausilio di intelligenza artificiale ha iniziato a esser nota al pubblico. Deepfake, o “falsi profondi” nel senso di talmente ben fatti dall’essere indistinguibili da un video reale, anche se visti in alta definizione. Si tratta di clip che possono essere realizzati con strumenti ora molto economici se rapportati alle loro capacità, potenzialmente accessibili a tutti – il software per realizzare un Deepfake si trova gratuitamente sul popolare network di Github, la piattaforma di hosting web nata da un’idea di Linus Torvalds, papà di Linux, che permette ai programmatori – milioni di programmatori – di condividere i loro progetti e di lavorare meglio gestendo in modo innovativo gli aggiornamenti e le versioni. Far risparmiare tempo al nuovo sovrano d’Inghilterra incollando la sua testa in una foto digitale su una posa diversa oggi costa, a un fotografo, poco; altrettanto poco costa montare un video nel quale un carro armato ucraino ne distrugge dieci di russi, o viceversa, o il presidente Zelensky invita il popolo ucraino a desistere dalla resistenza e la nube radioattiva diventa più grande di quella che è, e così la guerra diventa anche uno scontro di video e di disinformazione. Costava poco far girare video falsi in pandemia; costa ancora meno farli girare oggi, visto che a costar sempre meno sono le IA: per crearli bastano un computer spesso ben sotto ai diecimila euro (quattro ne bastano e forse avanzano), e tempo a disposizione, che spesso si trasforma per chi lo fa in denaro (non sonante in quanto sono criptovalute, ma ben adeguatamente trasformabile in soldi veri) se la falsificazione viene fatta per conto di terzi e a pagata sul Dark web.
I primi esperimenti datano anni Novanta, all’università di Berkeley e nella Silicon Valley: non erano che metodi per testare se il cosiddetto ‘machine learning’, ovvero la capacità di un computer di addestrare un altro computer imparando dai dati forniti e migliorando con l’esperienza senza doverlo per forza programmare ogni volta, fosse possibile o no. Epoca passata, in cui si viveva l’euforia del nuovo millennio in arrivo e tutto era molto teorico, molto primitivo. Via via negli anni di trovarsi in un Deepfake successe ad attori e attrici, cantanti, senatori e deputati, capi di governo e generali, e successe persino a Mark Zuckerberg, bontà sua, messo online con la voce doppiata in modo da farlo sembrare uno di quegli arcinemici stupidi dei film di spionaggio che minaccia di far saltar per aria il mondo: milioni di visualizzazioni. Oggi aziende, editori, governi, agenzie di sicurezza e privati cittadini – l’esempio è quello del porno Deepfake realizzato a scopo di ricatto – si trovano di fronte a informazioni e notizie delle quali non possono più fidarsi non avendo più gli strumenti per distinguere il vero dal falso. Per contrastare il fenomeno, l’Unione Europea sta pensando all’Artificial Intelligence Act; vista la piega presa dal GDPR, che da punto cardine nella difesa dei dati personali si sta ora trasformando in una montagna di burocrazia digitale fatta di cose che nessuno neanche legge e che sorpassa con un click senza neanche pensarci più. E viste alcune brutte figure sull’IA prima fra tutte quella italiana con ChatGPT, il timore è che l’AIA, che cita espressamente i Deepfake come rischio molto grande, possa nascer morto o non nascere affatto, se si perde in tematiche riguardanti il desiderabile obbligo per i sistemi di intelligenza artificiale di essere ‘trasparenti’, ovvero di avvisare sempre chi guarda del fatto che potrebbe star guardando qualcosa di falso: nessuna pena senza una legge, certo, ma la pena che diventa inapplicabile a un’intelligenza artificiale – che, è bene ricordarlo, non ha personalità né fisica né giuridica – vale un zero altrettanto tondo. Pensare poi di riconoscere a una IA la capacità di commettere reati e di sopportarne le relative conseguenze (nel momento in cui non si è ancora deciso se un Social network è per davvero e appieno responsabile di quello che fa) apre ambigue, futuribili tematiche sulle quali gli esperti di diritto che stanno nascendo in queste settimane potranno discutere nel 2050; per ora è acqua nel deserto.
Forse la strada per combattere i Deepfake e le false notizie in rete non può essere che quella già percorsa dalla stampa dall’Ottocento in poi: rimettere il giornalista in strada, fargli verificare di persona, certamente anche con gli strumenti che la tecnologia gli mette a disposizione e che deve saper usare. Farlo diventare autorevole assieme alla sua redazione, fargli riconquistare la fiducia dei lettori, che oggi ha perso: c’è chi lo fa, molti professionisti della comunicazione in tutto il mondo si stanno unendo e molte redazioni rinnovando. Il punto è che oggi c’è di mezzo la politica, tanto per cambiare: il problema non è più il solo DeepNude. Se di Mark Zuckerberg o di Bill Gates possiamo, anche se a loro non fa piacere, ridere senza grosso danno, di ridere di Vladimir Putin o di Volodymyr Zelensky – ben consapevoli di ciò che c’è in ballo – ci viene meno voglia. E vedere che in primo piano, davanti a molti fatti importanti, mancano le facce di giornalisti giovani, indipendenti, che parlino dell’uno e dell’altro lato senza troppi filtri e censure, fa un po’ specie. Inquieta.
[r.s.]


