25.02.2023 – 07.01 – La storia delle carte da gioco è variegata e particolare, ricca di incertezze; nate in Cina, le carte si diffusero in Europa nei secoli a cavallo tra il tardo Medioevo e l’inizio dell’età moderna, attraverso gli scambi culturali conseguenza delle crociate e dei commerci con i paesi musulmani prima e dell’impero ottomano dopo. Le carte italiane avrebbero pertanto origini orientali; solitamente si cita a questo proposito la serie di carte ‘Muluk Wanawub’ presente al Museo Topkapi di Istanbul. Il mazzo di carte in questione, scoperto nel 1939, risale al XIV secolo. Il mazzo presenta molti dei simboli delle carte odierne; numerali di spade, di coppe, di bastoni e di denari. È notevole in tal senso che le carte siano così poco mutate nei secoli, seppure mantenendo una storia oscura, essendo un oggetto di uso comune, facilmente fraintendibile per altri giochi. Molte fonti basso medievali parlano di giochi ricollegabili alle carte; però non vi è mai un’assoluta certezza e spesso giochi di scacchi sono stati scambiati per giochi di carte, in assenza di una descrizione precisa. La sola menzione, di per sé, non è sufficiente. Spostandosi nell’area dell’Italia nord orientale e dunque nel Veneto e nel Friuli Venezia Giulia qui le carte da gioco erano vicine al modello ‘mamelucco’ o ‘saracino’ conservato a Istanbul, tradendo così un influsso del vicino mondo ottomano. Le carte triestine, veneziane, bresciane e trevigiane appaiono tutte caratterizzate da stilemi che le differenziano dall’altro, grande, modello appartenente all’Italia meridionale. Specificatamente le spade sono ricurve (influsso della scimitarra?) e quando sono due vengono incrociate in alto e in basso; i bastoni sono ornati e a propria volta incrociati tra di loro; le coppe sono adorne di fregi e ornamenti.
Dopo una prima diffusione negli agglomerati urbani tra il ‘400 e ‘500, le carte sono mutate in Europa assai poco, limitandosi a variazioni regionali e/o nazionali. Ciò rende paradossalmente difficile datare un mazzo di carte, specie considerando come i minuti dettagli siano rimasti identici; casi classici la xilografia e la coloritura delle carte. Nell’ottocento, ad esempio, le carte venivano creare tramite fogli di carta sovrapposti e dorso ‘rivoltinato’ lungo il contorno; tecniche tali e quali venivano utilizzate tre secoli prima, nel XVI secolo. Pertanto comprendere l’età di un mazzo di carte, specie considerando quanto ‘fragile’ sia il materiale di partenza, è singolarmente difficile.
Nel caso di Trieste e della zona del Litorale austriaco, le carte da gioco iniziarono a diffondersi dai ‘centri’ di Venezia e Ravenna. Il settecento fu il primo secolo di grande diffusione delle carte da gioco; un po’ tutti le utilizzavano, passando dalla locanda, alla caffetteria, al palazzo ‘nobile’. Troviamo una menzione nel 1729, quando viene prescritta un’imposta sulle carte da gioco. Poi, nel 1734, vi è la prima fabbrica di carte, ad opera d’un certo Ventura a Cormons. Il 27 luglio 1744 invece il governo rinnova la proibizione dei giochi d’azzardo, dando vigore a una vecchia Risoluzione del 9 marzo 1697. Tuttavia l’ostilità verso il gioco di carte non diminuisce la sua popolarità; e nel 1759 compare la prima fabbrica a Trieste, ad opera di Raffaello Marsiglio. Anche Gorizia non è da meno; nel 1770 un certo Nicolò Cattinelli inaugura un’altra fabbrica di carte, poi proseguita dal parente Angelo che infine la chiuderà per sostituirla con un’osteria. L’industria delle carte da gioco a Trieste vede poi il succedersi della fabbrica di Angelo Valla (1776) e di Lorenzo Cimador, quest’ultima infine acquisita da Don Antonio Rubio (1807).
Un chiarimento: qui si parla di ‘fabbriche’, perché effettivamente ‘fabbrica’ era il termine utilizzato. Tuttavia si trattava di piccole imprese artigiane, spesso a conduzione famigliare, senza né sistematicità, né apparati tecnologici moderni. Occorre immaginare l’operato più di un artista che di un operaio alla catena da montaggio, lontano dalle caratteristiche della prima rivoluzione industriale. Non è questa, onde essere chiari, la storia della Modiano; e nemmeno dei tanti produttori locali di carte triestine nell’ottocento, questi sì maggiormente simili al concetto di ‘industria’ odierna, con capitale di partenza, operai e produzione in serie.
Cosa distingueva le carte da gioco triestine? Le carte derivavano dal modello bresciano, trevigiano e veneziano; nel corso dell’ottocento giunse ad avere un carattere proprio, con nomi precisi e quanto mai ‘riflesso’ culturale del periodo. Troviamo pertanto nomi come re Lear, Ali Mehmet, il doge Ziani e Luigi XIV; tra i fanti figure storiche e contemporanee come Victor Hugo, Nicolò Machiavelli, Lord Byron e Schiller; le dame invece aveva differenze nazionali, erano infatti la Spagnola, Greca, Francese e Alemanna. Inoltre il rovescio delle carte veniva utilizzato per scenette comiche, spesso legate a trend politici e culturali del periodo. Proprio in quest’ambito, considerando quanto ‘viva’ fosse la scena politica triestina, dalla metà dell’ottocento in poi anche le carte divennero un’arena nazionale, dove le diverse ‘anime’ di Trieste duellavano a colpi di motteggi e strali satirici.
Fonti: Pietro Tomasin, Il re delle carte triestine e Giulio Bernardi, Le carte triestine dell’800 in La Bora (fine anni Settanta/inizio anni Ottanta).
Ranieri Mario Cossar, Lares, febbraio 1940, a propria volta citato da La Bora.
[z.s.]


