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lunedì, 27 Giugno 2022

La Serbia, il gas russo e l’accordo fatto. Sullo sfondo, un’Europa incapace di decidere

02.06.2022 – 12.17 – Oltre a quello asiatico e di Taiwan, sullo sfondo della guerra in Ucraina c’è un altro contesto geopolitico che mina la coerenza, e soprattutto la resilienza, del fronte che si è schierato, anche militarmente, in difesa dell’Ucraina: quello dei Balcani. Ed è altrettanto dinamico e in evoluzione, in direzioni che l’UE non preferirebbe. L’accordo fra la Russia e la Serbia sul gas annunciato quattro giorni fa dal premier serbo Aleksandar Vucic e il fornitore statale russo Gazprom (lo stesso che ha già tagliato, nelle ultime settimane, le forniture a cinque nazioni ritenute ostili: Polonia, Bulgaria, Finlandia, Olanda e Danimarca) è arrivato infatti in un momento molto delicato per i leader dell’Unione Europea, impegnati in un confronto serrato su cosa e come fare per non perdere la faccia con Volodymyr Zelensky (e il mondo) di fronte all’annunciato (e non concretizzato) sesto pacchetto di sanzioni. Sanzioni che comprendono in qualche modo una parte del petrolio russo, ma non il gas: Gazprom, del resto, taglia il gas perché l’Europa non lo paga in rubli (come ha imposto). La Serbia rimane quindi rifornita d’energia dalla Russia, così come l’Ungheria, che assieme alla Slovacchia e alla Repubblica Ceca è stata esentata – non c’era altro modo per evitare fratture definitive – dal partecipare all’embargo sul petrolio. La Turchia, che ha forte influenza nell’area dei Balcani ed è uno dei paesi NATO più importanti militarmente, ha già manifestato la sua contrarietà a posizioni troppo rigide con Vladimir Putin, e si propone già da febbraio come mediatrice.

La Serbia non è uno stato UE, ma è già parte, in modo importante, del piano di allargamento dell’Unione Europea, che vuole espandersi ancora maggiormente a est e vede nei Balcani, sia da un punto di vista storico che economico, un elemento chiave per la sicurezza del continente. È proprio la Serbia la chiave di questa politica di allargamento UE: è da sempre un grande paese, e può essere l’ago della bilancia in moltissime decisioni economiche e geopolitiche della regione. La Serbia è però anche amica della Russia, con la quale ha fortissimi legami: economici, storici, culturali, politici e militari legati alla difesa, che non scomparirebbero il giorno in cui Belgrado dovesse diventare una capitale dell’Unione Europea. Ecco quindi che la situazione, già prima molto delicata a causa del Kosovo, con la guerra in Ucraina diventa ancora più complessa: come conciliare la guerra non dichiarata (ma combattuta anche con le armi italiane, sul campo) fra Unione Europea e Russia, e il forte interesse che l’UE ha per l’ammissione della Serbia, senza la quale l’intero progetto europeo teso al 2030 non avrebbe più un senso? Il governo di Vucic ha intese economiche già in piedi con Cina, Russia ed Unione Europea allo stesso tempo, e pur appoggiando diverse decisioni prese contro la Russia non l’ha formalmente sanzionata e non si è apertamente allineata con Ursula von der Leyen: per l’UE la Serbia resta però importante, e più di qualche mugugno non c’è stato. L’accordo con Gazprom potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso, visto che cancella di fatto le speranze degli stati europei che volevano indebolire l’influenza di Putin nei Balcani, portando quindi a un congelamento del processo di ammissione di Belgrado?

Difficile; una parte della fiducia finora dimostrata a Belgrado verrà certamente meno, ma è più probabile che nulla cambi nella sostanza, essendo ora piuttosto l’Ungheria del solidamente rieletto Orban, e la sua influenza sulle opinioni pubbliche dei paesi euroscettici, il centro dell’attenzione, e che la Serbia si attenda una controproposta energetica tedesca. L’accordo siglato fra la Serbia e Gazprom, del resto, copre solo i prossimi tre anni, tempo che – realisticamente – potrebbe essere quello necessario per arrivare a una soluzione di pace stabile in Ucraina. Mantenere tutti dalla stessa parte i ventisette paesi sotto le stelle fino ad allora, l’Italia in particolare (vicina ai Balcani, con 2 euro al litro alla pompa e un aumento fortemente speculativo almeno già del 15-20 per cento al consumo su ormai praticamente qualsiasi cosa, dalla pittura murale al caffè al bar alle arance), non sarà facile. Concludere dicendo che gli Stati Uniti non sono affatto compiaciuti per la decisione di Vucic è scontato: del resto, Washington non può, con semplicità, esser sempre definita “amica dell’Europa” in tutto e su tutti gli aspetti, tant’è che elogia Boris Johnson come capace di “lavorare bene” con l’Unione Europea “nonostante la Brexit”. Eppure oltre che sul piano militare e della fornitura di armi, sulle quali Johnson cerca di eccellere, bisognerebbe capire bene a cosa Washington si riferisca, visti i disastri portati dalla Brexit stessa più al Regno Unito che all’UE; il Regno Unito sembra avviato a diventare economicamente la cinquantunesima stella USA prima del Portorico, cosa che George Washington stesso non avrebbe né mai immaginato, né, probabilmente, desiderato. Dalle nostre parti, nella settimana in cui i leader dell’Unione concretizzano, con l’accordo-non accordo sul petrolio russo, la loro peggior figura da decenni, Vucic mette al sicuro l’economia del suo paese per qualche tempo. Una politica energetica comune capace di farlo, anche in risposta alla guerra in Ucraina, rimane invece ancora fuori dalla portata delle mani di un’Europa, quella di oggi, da dimenticare, e che fa di tutto per sbagliare tutto. Gli sviluppi, nei prossimi mesi, rimarranno interessante da osservare, così come il valore reale del denaro nei portafogli italiani.

[r.s.]

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Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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