02.05.2022 – 07.01 – La carta stampata ha il dono (o la maledizione) di rendere familiari e d’uso comune nomi che difficilmente i cittadini avrebbero mai utilizzato nel lessico quotidiano. L’emergenza Coronavirus insegna, con un lessico a metà tra l’anglicismo e lo (pseudo) medico: tamponi, paziente zero, droplet, infodemia e tante altre. L’invasione dell’Afghanistan prima e dell’Iraq dopo riportarono a inizio duemila in auge città e località che non si sentivano dai tempi dell’invasione sovietica e dell’impero britannico: nomi di villaggi e montagne che avrebbero altrimenti rievocato scenari orientalisti, ma che oggigiorno associamo ad attacchi terroristici, rastrellamenti e confusi tentativi occidentali di nation-building. Ora il conflitto in corso tra l’Ucraina e la Russia ha permesso di dissotterrare una vasta collezione di anticaglie linguistiche: i titoli e lo stile ammiccano alla guerra fredda, permettono un balzo agli anni Settanta e Ottanta; ma la geografia delle battaglie e degli scontri riporta in realtà alla Prima Guerra Mondiale, a quella Galizia e quei Carpazi dove combatterono e morirono contro lo zar un’intera generazione di triestini.
Ma quando comparvero, per la prima volta, queste parole tanto sulla bocca di tutti?
Nel caso giuliano, recuperando lo strumento nuovo di zecca dell’archivio storico de Il Piccolo (ma senza dimenticare che tanto a destra, con L’Indipendente, quanto a sinistra, con l’attivissimo Il Lavoratore non era certo l’unico quotidiano triestino), la parola “Ucraina” debutta sul giornale nell’edizione serale del 17 dicembre 1919. Non è la prima volta che la giovane nazione viene trattata dal giornale; già in precedenza si parlava di “ucraini”, ma assai raramente di “Ucraina”. Si menzionava l’etnia, forse il popolo: non la nazione. A seguito della proclamazione della Repubblica Popolare Ucraina (23 giugno 1917) e dopo la riapertura del giornale a seguito dei disordini bellici (la sede data alle fiamme nel 1915), il termine inizia a circolare.
Intitolato “Gli Stati del Baltico si alleano“, è un breve articoletto dove si segnala la prossima “conferenza interbaltica”, volta a riunire Estonia, Lituania Lettonia, Finlandia, Polonia e Ucraina in funzione anti russa, a seguito dei risultati “evidentemente negativi della conferenza della pace coi bolscevichi”. Ma non manca neppure la “Russia bianca”, con la quale si fantasticava una possibile sinergia.
La dilaniata Mariupol, accanto a una menzione per un viaggiatore ivi proveniente nel 1886, compare per la prima volta nell’edizione serale del 5 maggio 1905. Si tratta di un breve trafiletto, intitolato “Altri disordini“, dove si rammentano i “gravi disordini antisemitici”, avvenuti a Sinferopol, Mariupol e Meliotopol. “Furono svaligiati alcuni negozi” annota laconico il cronista; si tratta di quei pogrom zaristi fomentati dalla polizia russa, volti a indirizzare il malcontento popolare verso la popolazione ebraica. I pogrom ebbero ripercussioni tanto a Vienna, quanto a Trieste, con impetuose ondate migratorie composte dagli ebrei orientali russi. Proprio dalla città di Trieste, “porta di Sion”, i rifugiati s’imbarcavano alla volta di Israele.
E Kiev? Viene menzionata per la prima volta il 30 dicembre 1888, informando che la temperatura era di 12 gradi sotto lo zero. Un tormentone immancabile per ogni giornale: la rubrica “Che tempo che fa”.
[z.s.]


