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mercoledì, 5 Ottobre 2022

Guerra e garanzie per la pace in Ucraina, alti i rischi per i paesi che si offrono. Italia compresa

03.02.2022 – 11.53 – L’Italia è disponibile a garantire la sicurezza dell’Ucraina: lo ha detto in più occasioni il ministro Luigi Di Maio; che cosa significano, per il nostro paese, queste parole? Forse solo un, ennesimo e molto pericoloso, tentativo di trovare uno spazio al sole nel momento in cui dai tavoli più importanti (oltre che dai mondiali di calcio), compresi quelli sull’Ucraina, l’Italia viene sistematicamente esclusa. La NATO e gli Stati Uniti (il peso, nella discussione, va invertito) sono impegnati da giorni nella discussione su come poter garantire, se si dovesse realmente giungere a un cessate il fuoco in cambio di una neutralità dell’Ucraina, che la già annunciata rinuncia alla richiesta di entrare nell’Alleanza atlantica non voglia dire un nuovo futuro attacco russo con l’annessione di altri territori oltre al Donbass, che si da già per perso (in caso contrario, Putin non avrebbe vie d’uscita percorribili senza rimetterci la faccia). Queste discussioni, alle quali gli ucraini non sono stati invitati, sono difficili per motivi che si possono facilmente immaginare: nessuno è sicuro che Putin non voglia in realtà solamente guadagnare tempo per riorganizzare le proprie forze militare impegnate sul terreno, nessuno è sicuro di cosa Zelensky effettivamente voglia dopo l’attacco diretto a Belgorod, quindi dentro la Russia, non più in zona di guerra.

Proprio l’attacco al deposito di Belgorod, una delle cose che l’Europa, vista dal di fuori, non voleva e che sposta di nuovo in alto l’asticella dei possibili accordi (una potenza che si difende può farlo, e questo è ammesso dalla diplomazia, in qualsiasi modo; un contrattacco in territorio avversario, per quanto simbolico e fatto da pochi elicotteri quindi ben poco influente sullo scenario di guerra, è una cosa diversa) nel momento in cui si preme per la pace. Anche la visita a Kiev di Roberta Metsola, che non è il Papa, e che se non come desiderio di entrare nei libri di storia poco si spiega, la pace, oggi, con il suo “slava Ukraini” (scritto forse con leggerezza e con non molta conoscenza del riflesso culturale che per un popolo slavo possa avere), non l’aiuta altrettanto: dal 1917 la risposta è “gloria agli eroi!” e dopo il tempo delle due guerre del secolo breve il motto è stato usato dai gruppi ucraini nazionalisti, compreso (e anzi primariamente) quello di Stepan Bandera, che nel giugno 1941, all’invasione di Hitler, proclamò un’indipendenza ucraina richiedendo l’annessione alla Germania nazista. “L’Italia spegne il fuoco con il cherosene”, l’Unione Europea per bocca della Metsola rischia di farlo, pensando al cittadino russo che non ama forse Putin ma odia il nazismo, con la benzina.

È molto difficile che gli Stati Uniti e gli alleati europei possano offrire all’Ucraina il tipo di protezione, comprese garanzie militari e legali, che Zelensky richiede, ovvero un trattato che comprenda gli Stati Uniti stessi e il Regno Unito che mimi l’articolo di mutuo intervento della NATO e che faccia automaticamente scattare una reazione militare in caso di attacco (una replica anche della situazione del 1939: all’invasione della Polonia, Francia e Regno Unito si trovarono in guerra con la Germania, anche se meno automaticamente di quanto comunemente si pensi in quanto si cercò, anche dopo l’attacco, freneticamente, di evitare la guerra globale). Un simile trattato dovrebbe costituire una garanzia di protezione solo dalla Russia? O anche dalla Bielorussia o da altri paesi? Coinvolgerebbe o escluderebbe una reazione nucleare? Vorrebbe dire la presenza di forze armate statunitensi in Ucraina (come Joe Biden è sembrato far intendere qualche giorno fa, immediatamente poi smentito dalla sua stessa diplomazia)? L’Ucraina ha sottolineato che un accordo di protezione, per essere solido, deve venir ratificato dai parlamenti dei paesi coinvolti in esso, ma che cosa ne pensano i cittadini proprio dei paesi che l’Ucraina invoca, fra i quali l’Italia, finora per nulla consultati (disabitudine che i governi susseguitisi dopo l’arrivo di Monti e Renzi hanno preso, quella di governare per decreto, visto che alle urne non si va)? E il sostegno economico all’Ucraina per la ricostruzione? Se un accordo di protezione dovesse in pratica risultare in una copia dell’Articolo 5 della NATO, risulterebbe immediatamente inaccettabile alla Russia visto che proprio per questo (e non per motivi ideologici) si è scesi in guerra e verrebbe rifiutato, e quindi a che serve, per Zelensky, invocare questa strada nel momento in cui ribadisce che niente tranne una piena disponibilità dei paesi dell’ipotetico trattato (ripetiamo: Italia compresa, per bocca di Luigi Di Maio che però in questo non sembra molto d’accordo con Giuseppe Conte), quindi anche militare, a difendere l’Ucraina sarebbe accettata?

Il rischio che il “mettere gli stivali” sul suolo dell’Ucraina possa causare un attacco diretto della Russia alle forze armate dei paesi garanti è altissimo e risulta agli analisti molto superiore rispetto alla teoria che la presenza dei garanti induca la Russia a non farlo per paura. Per questo, come riportano molti organi di stampa estera, ufficiali di alto livello sia nella NATO che negli Stati Uniti ritengono accidentato e prematuro il poter parlare di garanzie, e mostrano sorpresa di fronte alle dichiarazioni ucraine post Istanbul che questo trattato di protezione possa già essere sul tavolo: più facile si tratti di propaganda, un tipo di trabocchetto mediatico però nel quale la Russia, che conosce i negoziatori (e i paesi) occidentali molto meglio dell’Ucraina se non fosse per i decenni di esperienza della Guerra fredda, difficilmente può cadere. “Siamo in discussione costante con l’Ucraina sui metodi che possiamo utilizzare per aiutare la sovranità e la sicurezza del suo territorio”, ha specificato la Casa Bianca tre giorni fa, “ma, in questo momento, non c’è niente di specifico sulle garanzie di sicurezza”, e il viceministro della Difesa del governo di Boris Johnson, Dominic Raab, ha risposto alla BBC ricordando che l’Ucraina non è un paese NATO e che quindi il Regno Unito non interverrà militarmente contro la Russia.

Perché Metsola, quindi? C’è chi pensa, e a farlo è in particolare la Polonia, che l’ingresso accelerato nell’Unione Europea possa essere un modo per aggirare la difficoltà di un trattato di protezione e far arrivare all’Ucraina più supporto e direttamente. Neppure questo ha molte possibilità di trasformarsi in qualcosa di concreto: in primo luogo diversi parlamentari europei hanno già detto di ritenere che l’UE non possa diventare il protettore militare dell’Ucraina in assenza della NATO, e ciascun paese UE ha il veto nei confronti dell’ingresso di un nuovo stato membro e sui ritmi stessi di discussione dell’eventuale accettazione. I paesi UE sono ventisette: il percorso di ingresso dell’Ucraina nell’Unione, anche se pubblicamente ampiamente sostenuto, facilmente si insabbierebbe poi in aula, considerato che l’idealismo lascia il posto alla Realpolitik, quando si tratta di votare, e cose molto più semplici dell’ammissione di uno stato oggi in guerra si trascinano nei meandri del Parlamento europeo da vent’anni senza trovare una via d’uscita. Per poter ammettere l’Ucraina, l’UE avrebbe quindi bisogno prima della fine della guerra, e non sembra dietro l’angolo: ecco perché una parte di paesi sembra convinta che una soluzione possa essere mandare ancora più armi e più denaro, in modo da far vincere Zelensky. Se però Zelensky smette di difendersi, e attacca oltre i confini russi, lo scenario cambia, e si traccia una nuova linea rossa oltre la quale molte nazioni potrebbero trovarsi nel momento in cui un convoglio di armi e personale di supporto viene colpito, come bersaglio legittimo (è accaduto in tutte le guerre moderne: toccò nel 1915 al transatlantico Lusitania, carico anche di munizioni e affondato da un sottomarino tedesco) dalla Russia in Ucraina o prima di arrivare in Ucraina compresi i militari delle nazioni che quelle armi le consegnano; militari italiani inclusi.

[r.s.]

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Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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