04.03.2022 – 07.01 – L’elettrificazione delle banchine gioca, all’interno della riconversione green progettata in Italia e con specifico riferimento ai fondi del PNRR, un ruolo centrale: si tratta di uno degli investimenti di maggiore impatto per i porti italiani, Trieste compresa. La riconversione dei moli, assieme al cold ironing, prevedono tuttavia una produzione di energia elettrica oggigiorno assente nello scalo; e proprio a questo proposito il porto giuliano si sta attrezzando per produrre in autonomia l’energia necessaria. Un progetto che rientra tra gli intenti di lungo periodo dell’Authority, in sintonia con una funzione (anche) industriale dello scalo che non si limiti al carico/scarico passivo delle merci. Il futuro del porto non è il porto, D’Agostino docet.
Quali forme potrebbe assumere questa produzione energetica? La soluzione più probabile sembra essere, allo stadio attuale, un impianto di GNL (gas naturale liquefatto), senza però quella rigassificazione fonte a suo tempo della durissima opposizione della cittadinanza.
Il GNL verrebbe sfruttato per produrre elettricità, rifornire Adriafer e autotrasporti e infine potrebbe potenzialmente generare utili, attraverso una redistribuzione con gli hub presenti in Regione e altrove. Adriaports ipotizzava poi l’utilizzo di mini centrali a bordo di chiatte per redistribuire l’elettricità prodotta dal GNL; o l’utilizzo di celle a combustione. Durante l’ultima edizione della Barcolana 22, il presidente dell’Authority aveva anche lanciato l’idea di una mini centrale eolica sulla Diga. La centralità dell’uso delle centrali a gas nei piani di riconversione, porto di Trieste compreso, si dovrà ora scontrare con il conflitto in corso tra Ucraina e Russia. In tal senso, considerando il passaggio a Seastock di Giuliana Bunkeraggi, il GNL sembra essere l’opzione più probabile; d’altronde se ne discuteva già in epoca pre Covid, all’interno della differenziazione delle attività portuali.
[z.s.]


