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lunedì, 8 Agosto 2022

Imparare a “dire la propria”, si può? Timidezza e paura del giudizio. Telemaco risponde

01.12.2021 – 09.20 – Tutti abbiamo delle domande difficili, scomode da articolare, questioni che non sappiamo a chi porre, che non riusciamo a dire.
Telemaco risponde” è uno spazio in cui poterle mettere in parola, anonimamente, ricevendo una risposta cucita su misura.
È possibile contattare Telemaco Trieste, associazione formata da psicologhe e psicoterapeute che si occupa della clinica dell’infanzia e dell’adolescenza, all’indirizzo: [email protected].

Domanda: Buongiorno, sono Gloria, ho 25 anni e scrivo per un problema che mi sembra fuori moda. Sono molto timida, mi imbarazzo facilmente, faccio spesso (o quasi sempre) fatica a dire la mia. Sul lavoro sta diventando un problema perché non riesco a dire di no e mi ritrovo oberata di tantissime cose. Poi torno a casa e vorrei avere qualcuno con cui parlare…ma non è che abbia una relazione o molti amici. Non voglio raccontare tutta la storia della mia vita ma è stato sempre così, anche da ragazzina. Si può cambiare? Non so se sia una domanda che ha senso, ma vorrei comunque chiedere qualche spunto. Grazie.

Risponde Anna Cicogna per Telemaco Trieste: Cara Gloria, mi colpisce molto questo suo definirsi “fuori moda”. Da un certo punto di vista ha certamente ragione, viviamo in un tempo in cui siamo tutti spinti ad essere “performanti”, capaci, sicuri di noi stessi, pronti ad attirare e a sostenere lo sguardo. La timidezza, intesa non solo come introversione patologica ma anche come semplice riservatezza, non è particolarmente messa in valore. Al di là di un’analisi del tempo in cui siamo però, la sua domanda dice sia di una sofferenza reale che di una volontà di cambiare, dunque proverò a dire qualcosa di questo. Scrive di non riuscire, o di fare molta fatica a dire la sua, di non riuscire a dire di no anche quando vorrebbe. Le due cose, come immagino abbia ben presente, non sono affatto scollegate.
Non poter dire la propria e non poter dire di no hanno a che fare con un non voler o non poter scontentare l’altro. Con l’impossibilità di sostenere uno sguardo che giudica. Il problema però non è tanto l’altro che abbiamo davvero di fronte quanto, piuttosto, quello che ci portiamo dentro, che spesso è molto più severo, addirittura crudele.
Un mio paziente, molto “fuori moda” anche lui nel suo essere timido, mi diceva di come prima di parlare passasse ogni pensiero al vaglio di una sorta di tribunale interno, che produceva sempre la stessa sentenza: non va bene, sei inadeguato. Una sentenza che, in realtà, non aveva niente a che fare con il pensiero in questione, la condanna era sempre a priori.
Cosa succede quando si parte dal presupposto di essere sempre inadeguati? Spesso, nel tentativo di non esporsi al rifiuto, si ricercano segni d’approvazione nell’altro, segnali che ci possano far capire che siamo sulla strada giusta, che stiamo dicendo o facendo la cosa giusta, se non arrivano c’è la chiusura, la parola si perde, non si riesce “ a dire la propria”. Ma c’è un ma, anzi due.

-Da un lato l’altro non è sempre pronto a dare le conferme desiderate, non è sempre disponibile, non sempre risponde e alle volte è, molto semplicemente, distratto.

-Dall’altro bisogna chiedersi: giusta in che senso? 

Il modellarsi nel tentativo di non dispiacere, di non provocare mai un sopracciglio alzato o un segno di disapprovazione non fa che chiuderci sempre di più nella gabbia della condanna implacabile del nostro stesso giudizio e della perdita di ogni spontaneità.
Che fare dunque? È possibile cambiare? È possibile non essere più timidi?
Credo che la timidezza non sia un tratto da combattere rovesciandola nel suo contrario, anzi. Piuttosto il lavoro deve andare nella direzione del “lasciarsi essere”. Lasciarsi essere che significa anche essere impacciati, a volte goffi, lasciarsi balbettare, arrossire, incespicare.
Lasciarsi essere timidi dunque e, proprio per questo, riuscire a far emergere la propria parola senza giudicarla come sbagliata in partenza, senza giudicarsi sbagliati in partenza.
In questo senso un percorso terapeutico può essere un allenamento possibile, al dire, anche quando è imperfetto, all’esporsi allo sguardo dell’altro anche quando ci si sente in disordine, all’imprevedibilità del discorso. Scoprendo inaspettatamente, anche fuori dalla seduta, che la possibilità di creare un vero legame parte proprio dal poter svelare qualcosa di autentico, rossore alle guance compreso.

 

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