06.10.2021 – 08.45 – Tutti abbiamo delle domande difficili, scomode da articolare, questioni che non sappiamo a chi porre, che non riusciamo a dire.
“Telemaco risponde” è uno spazio in cui poterle mettere in parola, anonimamente, ricevendo una risposta cucita su misura.
È possibile contattare Telemaco Trieste, associazione formata da psicologhe e psicoterapeute che si occupa della clinica dell’infanzia e dell’adolescenza, all’indirizzo: [email protected].
Domanda: Buongiorno, Vi scrivo perché vorrei un consiglio da voi. Sono mamma di un bambino di 7 anni. Io e il papà ci siamo separati di recente, di comune accordo e senza alcun tipo di conflittualità. Mio figlio però continua a chiederci di tornare insieme e soffre molto la nostra decisione. Che cosa fare in questi casi? Io sto male per lui, a volte penso che siamo stati egoisti nei suoi confronti e convivere con il senso di colpa è ogni giorno più difficile.
Risponde Elena Paviotti per Telemaco Trieste: La sua domanda tratta tematiche molto frequenti della clinica odierna. La nostra associazione si trova spesso a lavorare con questo tipo di questioni, sia con voi genitori che con i vostri figli. C’è chi arriva da separazioni dense di conflitti e chi, come lei, ha potuto affrontare in modo “pacifico” con il proprio partner questa difficile scelta.
La fine di una relazione è però sempre qualcosa di complesso e doloroso, al di là della comunanza di intenti. Tutto ciò si inasprisce quando si hanno dei figli, verso i quali come è giusto che sia ci si sente investiti di grandi responsabilità.
Sarebbe troppo facile ridurre la delicatezza del lutto di un amore al solito “oggi non si sa più amare”, “oggi non si resiste più”. Senza dubbio la nostra società ha messo a dura prova l’ideale di famiglia dei nostri nonni ma il passatismo serve a ben poco nell’affrontare le problematiche del contemporaneo.
La verità è che generalizzare un discorso è sempre sbagliato ed è necessario considerare ogni caso, ogni coppia ed ogni situazione a sé. La psicoanalisi in fondo tenta di fare proprio questo: leggere il particolare. Tenterò qui per quello che posso di offrire delle possibili riflessioni, più che delle risposte che non possono considerare per forza di cose la vostra specifica storia.
Ci sono tre punti della sua domanda su cui vorrei soffermarmi: l’amore, il senso di colpa, il legame tra un genitore e un figlio.
Il rapporto con l’amore è qualcosa di squisitamente soggettivo: non esiste una definizione possibile. L’amore può nascere, ardere, durare e, purtroppo per tutti noi, può anche finire. Perché? Anche in questo caso non esiste risposta universale. Dipende dai due che “si sono” amati, da loro come singoli e da loro come coppia. È possibile resistere ad una fine? Sì, per qualcuno lo è, ma non per tutti. Dipende poi da come ogni coppia decide di declinare quella possibile fine. Qualcuno riesce nel rilancio del legame stesso, altrettanti no.
Ed allora si è di fronte ad un bivio decisivo: fingere e fingersi o confrontarsi con l’esito inevitabile di quella stessa fine, ossia la separazione. A volte può risultare molto più difficile questa seconda strada perché lasciarsi implica un lutto. Il lutto di un rapporto, di un passato, di un presente e di un futuro. Il lutto di un ideale d’amore, di famiglia per come l’avevamo immaginata e desiderata, ed il passaggio ad una nuova e sconosciuta forma di stare al mondo. Ci vuole coraggio a stare insieme ma non ce ne vuole di meno a scegliere di allontanarsi quando non si è più (sufficientemente) felici insieme. Tengo a sottolineare che con “felicità” non voglio intendere affatto l’appagamento pieno ed ideale proprio dell’innamoramento. Una coppia felice è qualcuno però che può scegliersi, nonostante tutte le fatiche e gli inciampi, giorno per giorno, amandosi al di là dei miraggi ideali che la nostra società ci mette dinanzi.
Un figlio desiderato è e dovrebbe essere la realizzazione di un amore di coppia. Una realizzazione che certamente poi prende vita propria e sbaraglia ogni aspettativa incarnandosi in quel nome proprio che gli è stato assegnato, ma dovrebbe nascere da un desiderio di due e dall’amore di due.
Ogni soggetto umano in fondo spera e fantastica che la sua origine sia fondata su un profondo desiderio di legame tra coloro che sono la sua mamma e il suo papà. Ogni bambino vorrebbe vedere i propri genitori (di nuovo, sufficientemente) felici insieme. Purtroppo però non è sempre così e, a volte, è stato così fino ad un certo punto per poi trasformarsi in altro.
È difficile per un bambino confrontarsi con la separazione dei propri genitori? La risposta è: Sì, lo è. È molto difficile.
Credo però che sia necessario porsi altri due interrogativi fondamentali: come stavano, quegli stessi bambini, quando ci vedevano infelici? Quando litigavamo sempre? Quando non riuscivamo più a guardarci? Quando non riuscivamo più a volerci? Quando, semplicemente, non ci amavamo più?
E poi: È possibile proteggere un figlio dalla verità?
Ecco, credo che sia questo il punto. Nella mia esperienza clinica con figli di genitori separati emerge spesso il desiderio profondo del vedere riuniti i propri genitori. Allo stesso tempo però è fortissima l’angoscia che raccontano rispetto al periodo precedente alla scelta di separarsi. Non si può nascondere la verità ai bambini; loro vedono -inconsciamente- meglio degli adulti. Ciò che non viene detto spesso diventa fucina di fantasie da parte dei bambini stessi, generando confusione e ansia che spesso vengono tradotte in quelli che sono i sintomi tipici dell’infanzia. I figli iniziano dunque a raccontare, attraverso il loro corpo e la loro stessa esistenza, quello che i genitori non riescono a dirsi. Lacan diceva che il bambino diviene “il sintomo della coppia”. Per iniziare a liberarsi da quella posizione il primo passo è che mamma e papà, per primi, possano confrontarsi con quella verità tanto difficile da dire.
Il senso di colpa è qualcosa che riguarda più noi adulti, che desidereremmo vedere i nostri figli sempre felici ed appagati sentendoci così dei genitori perfetti per loro. Ebbene, Freud diceva che la genitorialità è un mestiere impossibile. Ed ogni genitore (ma anche ogni figlio) sa di cosa parlava il padre della psicoanalisi: c’è sempre qualcosa che fa difetto nella posizione genitoriale. Oserei dire ‘per fortuna’.
L’amore non si insegna, ma si testimonia. Offrire ai propri bambini una testimonianza d’amore infelice, rabbioso, menzognero, non li renderà degli adulti migliori né più capaci d’amare. Aiutarli invece ad affrontare l’impossibile dei loro desideri su di noi è quello che possiamo fare.
Separarsi non è una colpa, bensì una responsabilità. Assumerla in prima persona come tale è necessario al fine di far digerire ai figli questo piccolo grande lutto che, loro malgrado, li coinvolge ma attenzione, non li riguarda. Spesso capita di ascoltare adulti che hanno vissuto un’infanzia sentendosi i responsabili dello stare insieme infelice dei propri genitori. “Stare insieme solo per i figli” non può essere una strada percorribile perché a quel punto sì che quel giovane soggetto crescerà con un senso di colpa e di responsabilità che non doveva appartenergli.
Colette Soler, psicoanalista infantile francese, diceva che “ai bambini non si deve mentire”. Ci sono verità che vanno dette, nella forma più consona attraverso cui essa possa essere raccontata a loro. Non si può proteggerli da ogni forma di dolore ma li si può aiutare a farne qualcosa di proprio di quella sofferenza. La psicoanalisi, in questo senso, offre uno spazio privato e personale nel quale ognuno, genitore o figlio che sia, possa dire del proprio dolore, della rabbia, del senso di colpa, dei desideri. Costruendo così una propria versione dell’amore, al di là dell’altro, sociale o famigliare che sia.


