La dinastia degli Skuljevich: tra fede religiosa e auto celebrazione

25.09.2021 – 07.01 – La graduale trasformazione dell’idea di nazione – dall’illuminismo settecentesco, ai decenni rivoluzionari, all’elaborazione dello stato nazione otto/novecentesco – coinvolge anche le singole comunità etnico-religiose di Trieste, con esiti alterni.
Il sostrato dell’appartenenza religiosa si mescola alla novità di una nazione nella quale riconoscersi; che sia sotto l’ombrello dell’Austria o in una giovane patria al di fuori dell’impero.
L’esempio corre alla Grecia che proprio nel 2021 festeggia duecento anni dalla storica liberazione dall’oppressore ottomano (1821); o, nel caso in questione, al giovanissimo Regno di Serbia.
L’orgoglio che sperimenta il triestino serbo-ortodosso nell’ottocento è pertanto peculiare, perché mescola l’identificazione religiosa risalente all’età moderna con l’entusiasmo identitario nazionale.
La chiesa – nella qualità di sede fisica, di edificio a sé stante – assume un significato particolare: non è solo il luogo di culto, ma il simbolo della nazione.
Non si tratta di un dato scontato, anzi; nel caso dell’identità nazionale italiana questa si forma in contrapposizione con una chiesa percepita avversa, nemica. Il patriottismo è spesso anticlericale, spesso apertamente critico delle gerarchie ecclesiastiche.
In questo contesto andrebbero sottoposte a revisione alcune storie delle grandi famiglie serbo-ortodosse di Trieste dove l’elemento religioso sembra preponderante: senza negare la sincerità della fede, spesso l’essere pii era anche essere patriottici. E una chiesa magniloquente, innegabilmente ricca manifestava il benessere della comunità e della nazione che rappresentava.

Palazzo Skuljevich (Trieste Metro)

In questa chiave interpretativa si potrebbe leggere le disavventure della famiglia Skuljevich/Škuljević la cui fortuna commerciale appare connessa alle donazioni religiose.
La famiglia originariamente proveniva da Mostar; è possibile individuare tre generazioni la cui vita si dipana nel corso del diciannovesimo secolo. Inizialmente abbiamo i fratelli Evtimije (Eutimio e Girolamo 1803-1859); a cui segue Giovanni (1802-1881) e infine Cristoforo (1834-1909).
Già con i fratelli Eutimio inizia la costruzione di quanto diverrà l’immenso Palazzo Skuljevich con la firma dell’architetto italiano Domenico Corti, infaticabile costruttore del Borgo Giuseppino (Ospedale Maggiore, Palazzo Vivante, ecc ecc). I primi progetti risalgono al 1832; il rimaneggiamento della facciata di Giuseppe Baldini al 1863; nel 1903 verranno restaurate le facciate e ingrandite le finestre. Ma l’apporto artistico maggiore rimane quello del pittore Eugenio Scomparini (1845-1913) che affrescò nel 1890 la Sala della Musica con un Coro di amorini, una saletta laterale con un “ornato pompeiano”, prima di procedere al suo capolavoro: le Allegorie rispettivamente della Primavera, della Musica e del Canto al piano nobile.
La cura con la quale la dinastia Skuljevich aveva costruito il proprio palazzo non è tuttavia
minimamente comparabile alla quantità di donazioni e fondi che la famiglia allocò a favore della Chiesa di San Spiridione, la quale deve molto della sua ricchezza a Girolamo e Cristoforo.
Il primo donò nel 1850 la cornice (riza) in argento opera dell’orafo moscovita Ivan Semenovic Gubkin per l’icona bizantina del Cristo Gran Sacerdote; il secondo donò la Crocifissione su marmo, decorata con argento e pietre preziose, tutt’oggi presente sull’altare.
Non erano donazioni occasionali; Cristoforo infatti per onorare i genitori donò alla chiesa 4
candelabri di metallo argentato e successivamente altri 4 di bronzo veneziano (1899) tutt’oggi presenti presso l’iconostasi. La stessa fonderia di Venezia – la “Micheli” – fuse la lampada in bronzo per la cappella del cimitero serbo-ortodosso, anch’essa donata da Cristoforo.
Verso gli inizi del ‘900 Cristoforo finanziò inoltre la campana di nord est della Chiesa e l’altare in argento raffigurante l’Ultima Cena di Leonardo, nuovamente opera della Micheli.
Complessivamente è stato calcolato che Cristoforo abbia donato a San Spiridione il vertiginoso ammontare di 100mila corone, senza calcolare gli immobili e i manufatti sacri.
La famiglia Skuljevich era indubbiamente mossa, nei suoi intenti, da sincera fede religiosa; dalla volontà di restituire quanto Dio (e Trieste) avevano loro donato in termini di ricchezza e fortuna commerciale. Eppure è interessante analizzare come questo profondo filantropismo s’intrecciasse strettamente col ruolo di guida della comunità serbo-ortodossa. Tanto Giovanni quanto Cristoforo giocarono un ruolo attivo tra i triestini di nazionalità serba: Giovanni fu presidente della comunità illirica nel 1868 mentre Cristoforo, dopo aver studiato in Svizzera, divenne il leader della comunità nel 1877, 1883, 1885, 1892-94 e 1900-1908. Il successo commerciale della famiglia ne permise l’ascesa politica interna alla comunità; e infine tutto ciò si riflesse nell’attività benefica a favore della Chiesa.
In questa cornice ricchezza, politica e religione appaiono strettamente intrecciati coerentemente con la natura di Porto Franco di Trieste.

Chiesa di Santissima Trinità e San Spiridione

Adottando quest’ottica interpretativa due piccoli indizi nella vita di Cristoforo Skuljevich appaiono significativi.
L’archivio della comunità serba include, con riferimento agli Skuljevich, i disegni non solo del loro Palazzo, quanto i progetti e i piani per Piazza Venezia. Proprio infatti nell’antica Piazza Giuseppina si scelse di erigere un monumento in memoria di Massimiliano d’Asburgo. E tra le carte per il palazzo di Cristoforo compaiono anche i progetti per la collocazione della statua e persino la posizione e la forma di panchine e aiuole. Segnale di quanto il potere della famiglia travalicasse dal palazzo alla Piazza, si appropriasse di spazi pertinenza del Comune di Trieste. Non a caso quando l’edificio passerà alla comunità serbo-ortodossa, questa lo utilizzerà quale prima sede consolare del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni dove tra il 1922 e il 1923 operò quale vice console Ivo Andrić, premio Nobel per la letteratura (1961), per l’indimenticabile “Il ponte sulla Drina”.
Suscita invece stupore tanto per l’audacia, quanto per il simbolismo sotteso, la proposta che Cristoforo compì a fine ottocento alla comunità della quale era leader. Skuljevich propose infatti di comprare interamente il palazzo Curtovich-Opuich con l’unico scopo di demolirlo alle fondamenta.
In questo modo la piazza antistante la Chiesa serbo-ortodossa sarebbe raddoppiata di dimensioni, “liberando” la facciata principale che tutt’ora prospetta sulla stretta via di San Spiridione.
La proposta era sensata sotto il profilo architettonico, ma nuovamente manifestava una volontà d’azione propria più di un sindaco o di un’amministrazione pubblica che di un leader di una minoranza religiosa.
In questa cornice di gesti filantropici e ricchezza manifesta, la Chiesa di San Spiridione acquista caratteri di orgoglio nazionale: la ricchezza dei suoi arredi, del suo “ornato” simboleggiano il benessere dei serbo-ortodossi, un orgoglio nazionale che viene identificato direttamente con la famiglia Skuljevich. In tal senso la scelta della sede consolare non è che la naturale prosecuzione di questo processo di costruzione identitaria.

[L’articolo in questione è parte di un podcast in lavorazione sulla storia delle famiglie serbe triestine, in collaborazione con l’Associazione Culturale Giovanile Serba]

[z.s.]
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