Un mare di cure. Gli Ospizi Marini della Trieste imperiale

03.07.2021 – 07.30 –Un ospizio de veci” Oggigiorno la parola Ospizio è sinonimo di casa di riposo; un luogo di degenza, con una connotazione negativa. Una persona non va in ospizio; ci finisce, piuttosto. Eppure un secolo fa la parola Ospizio avrebbe trasmesso tutt’altra immagine: ovvero quella di un luogo solare, in riva al mare, popolato da centinaia di bambini e ragazzi. Avvicinandosi all’Ospizio ottocentesco avremmo infatti notato le figure dei medici e delle infermiere; e avvicinandoci ancora avremmo notato il respiro corto, le gambe anchilosate e la pelle straziata dei piccoli pazienti. Trieste, come altre città ottocentesche balneari, gestì infatti a lungo diversi ospizi marini che erano destinati a curare e rinforzare nel corpo i bambini poveri che soffrivano di scrofola e tubercolosi. Malattie strettamente sociali, perchè legate a una dieta insufficiente  e a un’igiene, specie nei quartieri industriali di Trieste, impedita dalla rete idrica mal funzionante o, nel caso peggiore, strozzata dai prezzi delle compagnie private che a Trieste esercitavano uno spietato monopolio sull’acqua.
La scrofola, va da sé, era sempre esistitita; in particolare il Medioevo si era caratterizzato per il fenomeno dei “re taumaturghi”, studiato da Marc Bloch, dove l’imposizione delle mani “regali” causava la scomparsa della mattia. Non un atto divino, ma il semplice comportamento del morbo: la scrofola infatti può regredire autonomamente, ma solo in via transitoria. Quale malattia, è singolarmente persistente.

Ospizio marino di Valdoltra, foto da Ortopedska bolnišnica Valdoltra

Verso la metà dell’ottocento, in sinergia con paralleli sforzi di debellare malattie chiaramente legate a situazioni di degrado e povertà (colera docet), anche la scrofola prima e la tubercolosi dopo furono inserite all’interno dei programmi sanitari. In particolare le malattie in questione furono protagoniste di una guerra sanitaria tra la visione franco-belgaambientalista” che preferiva i sanatori di alta montagna e quella tedesca “sanatoriale” che invece prediligeva i sanatori balneari.
Ma il primo a proporre apposite strutture per la cura della scrofola fu un italiano; il medico fiorentino Giuseppe Barellai (1813-1884) il quale raccomandava l’istituzione di “ospizi marini gratuiti per scrofolosi indigenti”.
La classe liberal-nazionale con tendenze filoitaliane che si era affermata a Trieste dall’ultimo quarto dell’ottocento recepì precocemente questa novità dall’Italia; ma gli stessi medici triestini si unirono al coro che chiedeva un ospizio per i bambini triestini malati. Tra questi merita ricordare il chirurgo Giovanni Cappelletti, il protofisico di origini serbe Giorgio Nicolich e il dott. Eugenio Guastalla. Il podestà Massimiliano D’Angeli presiedette così il primo “Comitato per gli Ospizi Marini del Litorale Austro-Ungarico” (1873), mentre parallelamente a Grado un analogo comitato iniziava la cura al mare di sei bambini scrofolosi, grazie all’intervento del conte Carlo Coronini Cronberg.
Le cure consistevano nell’elioterapia e nei bagni di mare, con l’obiettivo di rafforzare corpi tragicamente gracili e rachitici. Le alghe e le spugne in effetti contengono iodio, tutt’oggi di valido aiuto nella guarigione.
Il primo “storico” ospizio dell’impero nacque proprio nella cittadina gradese due anni dopo: era il “primo Ospizio Marino Austriaco” (Erste oesterreichische Seehospiz Grado) intitolato successivamente alle Arciduchesse Stefania e Isabela d’Asburgo e, dal 1925, alla principessa Jolanda di Savoia. Non si limitava ad accogliere la prole triestina, ma ingrandito dal 1890, includeva anche i bambini dall’entroterra austriaco e boemo.
Trieste presto imitò la sorella gradese inaugurando un “Ospizio marino per fanciulli poveri scrofolosi” nella villa Rieter, nella zona di Ponziana, ad opera della “Società degli Amici dell’Infanzia” (SAI, 1884). Anche in questo caso la struttura ospitava i figli poveri dalle regioni settentrionali austriache.
La Società, presieduta in origine dal Barone Giuseppe de Morpurgo, voleva però fornire una sede più adeguata; e grazie alla donazione del benefattore Girolamo Greco la SAI inaugurò una nuova sede presso il mare, a Chiarbola, sulla strada per Servola.
La SAI costruì un bell’edificio arioso e soleggiato, affidato alle cure del dott. Arturo Castiglioni sr. Il discorso pronunciato nell’occasione dell’inaugurazione auspicava che l’Ospizio avrebbe permesso “di tenere le membra, unica fonte di futuri scarsissimi guadagni, sottratte al ferro mutilatore del chirurgo, mercé la forza medicatrice dei bagni marini“. L’Ospizio venne poi acquistato nel 1905 dalla compagnia navale dei Cosulich per trasformarlo nella “Casa dell’emigrante“, dove sarà luogo di grandi speranze e grandi truffe, a danno di poveri contadini e regnicoli spediti a cercare fortuna oltremare. Oggigiorno corrisponde all’Istituto comprensivoItalo Svevo“.

Cartolina dal sito “Istria italiana”

Intanto dalla scrofola le preoccupazioni sanitarie si andavano concentrando sulla “sorella” tubercolosi. La SAI e La Società contro la Tubercolosi proposero un sanatorio già a fine ‘800, ma incontrarono un sostanziale disinteresse dalle autorità comunali.
La situazione cambiò qualche anno dopo, quando nel 1902 il protofisico dott. Achille Costantini consegnò un’infuocata relazione sanitaria dove si analizzava San Giacomo e Cittavecchia, entrambi trasformatosi in focolai pandemici, che da tempo richiedevano una bonifica ambientale.
Alle richieste delle associazioni triestine fece eco anche la Società Viennese Lungenhilfverein capitanata dal prof. Teodor Escherich dell’Università di Vienna. Non si trattava di un vezzo o di un allarmismo sociale; nel solo 1905 su una popolazione di 200.000 abitanti erano stati annoverati 6.000 malati con un tasso di mortalità del 17%.
Si decise infine di costruire un Ospizio marino nella zona di Val d’Oltra (oggi Valdoltra), tra Trieste e Capodistria, servita da una linea di vaporetti. A seguito dell’inaugurazione nel 1909, l’Ospizio ospitò già nell’anno seguente 600 bambini malati. Il direttore, dott. Emilio Comisso, era stato il responsabile dell’ambulatorio ortopedico dell’Ospedale Civico di Trieste. Vi lavorerà anche il medico Giulio Grandi che diverrà poi un noto primario stomatologo dell’Ospedale Maggiore.
Dopo la prima guerra mondiale l’edificio ospitò dal luglio 1919 la sanità militare italiana che lo utilizzò per gli invalidi da guerra che soffrivano di tubercolosi chirurgica, mentre la Croce Rossa Giovanile Americana vi ospitò centinaia di bambini viennesi e successivamente centinaia di ragazzi ammalati di tubercolosi ossea provenienti dalla Cecoslovacchia.
Intanto, tra gli anni Venti e Trenta, l’Ospizio si andava trasformando in un Ospedale ortopedico, destinato alle riabilitazioni. La scrofola, intorno alla seconda metà degli anni Trenta, era ormai sotto controllo grazie all’utilizzo dei sulfamidici e al miglioramento delle condizioni igieniche. Curiosità: nel 1933 vi verrò aperto un “Centro di studi per la fisiologia dell’uomo al mare“, ad opera del prof di Torino Amedeo Herlitzka.
La struttura verrà infine chiusa nel 1943 durante la seconda guerra mondiale e con essa il ricordo degli ospizi marini e dei loro piccoli pazienti ingrigirà nel tempo.

Articoli correlati: Zeno Saracino, Il lato oscuro dell’Austro-Americana, “colosso” della Trieste che fu, Trieste News, 30 gennaio 2021

Fonti: Aldo Marinuzzi, Gli Ospizi Marini, in Il Lanternino: bimestrale di storia della medicina e medicina sociale, numero 4, 2000
Ospedale ortopedico Valdoltra/ Ortopedska bolnišnica Valdoltra

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Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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