11.12.2020 – 15.19 – Il ministro Lamorgese “non è mai stata positiva” al virus SarS-CoV-2. La notizia è arrivata da Open e AdnKronos ed è stata confermata dal Ministero dell’interno: test errato, e scure sui media, rimproverati per aver “diffuso in tempo reale la notizia” senza che fosse possibile prima verificare. Conferma anche dalla direzione generale dell’ospedale Sant’Andrea di Roma: evento definito “raro ma possibile“.
Evento raro, quello dei tamponi inaffidabili? Vediamo: secondo le pubblicazioni specializzate, come Lancet, tanto raro non è. A mettere Lamorgese sotto i riflettori è stato quindi un test falsamente positivo: seguito da altri negativi, ma comunque verificatosi.
I problemi dei test di rilevamento del Covid-19 (in particolare quelli denominati RT-PCR), per quanto il test stesso rappresenti il miglior standard operativo utilizzabile e utilizzato finora nel corso della pandemia, non sono una novità. In determinati contesti, spiegano le pubblicazioni scientifiche, il test RT-PCR può essere affidabile fino al 95 per cento, mai al 100 per cento: il 95 per cento coincide con una situazione ideale (in laboratorio e con carica virale alta) e l’affidabilità cala a seconda delle condizioni di contorno. È per questo che i servizi sanitari della maggior parte dei paesi colpiti dal Coronavirus raccomandano prudenza non solo nei comportamenti delle persone (come lavarsi le mani o evitare vicinanza e contatti fisici non necessari) ma anche nell’esecuzione dei test, che dovrebbero essere multipli, supportati da un quadro clinico più completo includente l’esame del paziente e radiografie.
Il tutto si scontra con la necessità di essere rapidi: inutile, infatti, avere una risposta dopo giorni di attesa nel momento in cui una persona contagiata asintomatica, che porti in sé una carica virale alta, può contagiare altre persone senza esserne consapevole, a meno che la persona non venga isolata già nel momento in cui il tampone viene fatto e prima di sapere il risultato. E ancora peggio è avere situazioni di falsi positivi e falsi negativi.
In marzo, la maggior parte delle persone sottoposte al test erano malate (buona parte di esse: seriamente) e ricoverate in ospedale. Da allora però il numero dei test quotidiani è cresciuto esponenzialmente (con potenziale calo delle condizioni di controllo), mentre sono calate, sensibilmente, le ospedalizzazioni; la possibilità di intercettare una persona positiva con un test prima che essa possa contagiare altre persone si è anch’essa modificata esponenzialmente, ma in verso negativo: prevenire è diventato in pratica impossibile, e il tampone è una constatazione di positività a posteriori. Che evidenzia, allo stesso tempo, un’altra problematica: fra il 5 e il 30 per cento dei tamponi danno risultati di falsa negatività (da qui la necessità di ripetizione) e almeno dall’1 al 4 per cento possono dare risultati di falsa positività. Com’è possibile? Le spiegazioni ci sono e sono ben note: contaminazione durante il test con il tampone che va a toccare qualcos’altro (basta poco), comportamenti dei reagenti di laboratorio, reazioni in presenza di altri virus o materiale genetico. Non sono problemi meramente teorici: il CDC statunitense ha dovuto ritirare, nella primavera scorsa, una prima fornitura di tamponi di prova nel momento in cui si è riscontrato che proprio a causa della contaminazione dei reagenti davano risultati di falsa positività.
Le percentuali di errore non si esprimono in numeri bassi (su mille tamponi, almeno 100 potrebbero dare risultati sballati), e se le conseguenze che destano maggior attenzione sono quelle sui falsi negativi (vista la pericolosità della malattia e la rapidità di diffusione del virus), ai falsi positivi non va tanto meglio, come si è visto nel caso di Lamorgese: un’intera compagine ministeriale, anche strategicamente critica per una nazione, potrebbe finire in isolamento preventivo. Non è cosa da poco neppure per un lavoratore della sanità o un operatore di una RSA, ritrovarsi falsamente positivo, visto l’impatto mediatico della situazione e la possibilità di ritrovarsi sui giornali dopo poche ore. False positività potrebbero bloccare l’attività di un’intera residenza per anziani o di un reparto d’ospedale, costringendoli a trasferire gli ospiti altrove (magari nel bel mezzo di un dicembre o gennaio); false negatività potrebbero agevolare la diffusione della malattia al loro interno arrivando a una situazione di “tutti contagiati” prima che sia possibile reagire.
Il tutto ha un risvolto economico-finanziario: tempo e operatività persi a causa dell’autoisolamento vogliono dire denaro, in paesi già in caduta libera come PIL. Il tutto ha un risvolto psicologico: ancora una volta l’isolamento, la paura che gli altri possono provare nei confronti di chi viene ritenuto malato. Insomma sui test non troppo affidabili non c’è tanto da scherzare: l’episodio Lamorgese lo dimostra. Soluzioni? Purtroppo, al momento, nessuna, se non la necessità di verificare, seguire con scrupolo gli standard e le procedure e non premere sull’acceleratore mediatico. Difficile, per la società del dilemma Social network: aspettare e ragionarci su sembra il problema principale.
[f.f.][r.s.]


