12.12.2020 – 08.58 – Punto Franco, l’associazione dove Trieste si incontra: è stata la sua settimana, ed è la settimana di Francesco Russo. “Francesco Russo si candida a sindaco di Trieste”, “scalda i motori”, “scende in campo”, “prende la rincorsa”, “presenta la sua squadra”: una pioggia di definizioni (preponderantemente sportive) per una candidatura al ruolo di avversario di Roberto Dipiazza (avversario politico, naturalmente; fra i due, finora, grandissimo rispetto e attestazioni di reciproca stima, e anche qualche tiro al pallone in quel di Chiarbola). Candidatura che, a dire la verità, è davvero molto attesa. Si percepisce una certa aspettativa, e la politica locale (e non solo) attende la conferma: la chiede quasi a gran voce. E questo, per un candidato in corsa, è già un segnale molto forte. Francesco Russo candidato sindaco (quasi una non notizia, ormai) fa notizia?
“Non tanto. La notizia non è: Francesco Russo scende in campo. Francesco Russo, in campo c’è già. Ho scelto, due anni fa, di fare un percorso personale e politico: di rientrare da Roma, di prepararmi e di impegnarmi in prima persona. Tutti i politici vogliono andare a Roma, io da Roma sono tornato a Trieste. Che io ci sia non è un mistero per nessuno”.
Russo, Punto Franco è un modo per cercare di cambiare la politica cittadina?
“Mi fa molto piacere che me lo chiediate perché è esattamente quello che cerco di spiegare in queste ore. Come prima cosa, voglio dire che Punto Franco è un grande esperimento, spero che tutte le triestine e i triestini vengano a vederlo e che parlino con noi”.
La semplificazione giornalistica porterebbe a dire: Russo scende in campo e presenta la sua lista. È il titolo delle tivù.
“Sia il ‘presenta la lista’ che il ‘Russo scende in campo’ sarebbero due non notizie: per quanto riguarda la lista, Punto Franco è qualcosa di più, e vivrà nei rioni della città. Per quanto riguarda la candidatura ho detto chiaramente, e in più occasioni, che per motivi di salute deciderò solo l’anno prossimo, a fine febbraio 2021. Va molto meglio; sono ancora in terapia, però. Per correttezza fino al momento in cui non sarà finita non avanzerò mie candidature”.
Qual è la notizia, quindi?
“Che sono scese in campo per Punto Franco, da subito, cento persone qualificate che provengono dal mondo della scienza, dell’istruzione, dell’impresa, dell’economia, sindacale, dell’arte… raramente una cosa così si è vista in questa città. Queste persone sono punti di riferimento all’interno delle loro comunità; dicono che una Trieste diversa è possibile”.
PuntoFranco ha un numero di sostenitori in aumento. Anche questa è una notizia.
“E di ora in ora. Sono contento: è un’adesione trasversale. La notizia è proprio questa: si prova a dialogare fra identità diverse. Proviamo a riannodare i fili fra la società e la politica”.
Non è cosa da poco, come sfida da affrontare, in un’epoca in cui la distanza è ormai quasi incolmabile.
“Incolmabile no: profonda, sì. Fino a quarant’anni fa, era normale, a Trieste, che personalità non politiche si confrontassero anche su temi di società e politica: mi vengono in mente alcuni nomi, penso a Margherita Hack, ad Hausbrandt, De Banfield. A Cecovini, che prima di sindaco è stato avvocato. Queste personalità davano la propria disponibilità anche a ricoprire, per la città, ruoli istituzionali come quello di consigliere comunale. Negli anni, tutto questo si è perso: i cittadini si sono allontanati dalla politica. Non è né una scoperta nuova, né un segreto. Molti mi hanno confidato il loro imbarazzo a esporsi politicamente: oggi fare politica non attrae. È questo il segnale di come fra politica e società si sia scavato un fossato. Di conseguenza, la politica è diventata ancora di più solo un mestiere e ha perso in qualità”.
Ha iniziato Berlusconi? A personalizzare troppo, intendo.
“Si. Ormai però, e non so se questo sia causa o conseguenza, la personalizzazione della politica ha indebolito quelli che erano i corpi sociali, intermedi: le associazioni, i sindacati, i circoli territoriali. In questi luoghi intermedi si poteva imparare, ci si poteva esprimere e si formava, per il paese, una classe dirigente. L’intermedio è scomparso e ci si è identificati nel solo leader: manca il filtro. Siamo tutti regrediti alla ‘politica del capo’ e all’impegno personale. E siccome siamo appunto persone, ciascuno di noi fa bene, al massimo, il proprio mestiere”.
Mi sembra molto chiaro. E allora Punto Franco diventa il canale di comunicazione.
“È un’ambizione. Quella di creare uno schema di gioco completamente diverso per una squadra nuova, nella quale il capo non conta”.
Non c’è già il Movimento 5 Stelle?
“Certo. Nacque come risposta a un vuoto. Non è un caso, però, se in tutte le ultime consultazioni locali gli elettori hanno scelto candidati di liste civiche, anche nelle regioni in cui i partiti sono molto strutturati. Anche nel Veneto di Luca Zaia: c’è Lega, ma c’è più Zaia che Lega”.
Ma si può immaginarla davvero, una campagna elettorale senza un capo?
“La campagna elettorale, e dovrà essere una -bella- campagna elettorale, sarà fatta di schieramenti che si confrontano su idee e che si misurano sulla capacità di realizzare dei progetti. E creare relazioni nazionali e internazionali. Con Trieste e il suo sindaco al centro”.
Adesso, con Roberto Dipiazza, non è così?
“Adesso assistiamo a concorsi di bellezza e incontri di candidature. Non deve essere questo”.
Se PuntoFranco non è la lista Russo, e il movimento è trasversale, a qualcuno tremano i polsi?
“Ho percepito qualche disagio e gelosia.”
Per essere ancora più chiari, un Punto Franco affrancato dai partiti esistenti?
“Assolutamente si. Gli elettori ci dicono che la classica dinamica destra-sinistra non piace più. Anzi, ancora peggio: è incomprensibile.”
I giovani in una città di anziani? In Punto Franco, i giovani ci sono.
“Si. Soprattutto a loro chiederemo di disegnare le proposte per il futuro. Senza che questo sminuisca o dispiaccia agli altri e ai molti che hanno aderito portando esperienze di tutto rispetto. I giovani finora il modo di impegnarsi in politica, anche quando avrebbero voluto, non l’hanno quasi mai trovato. E chi aveva già esperienza non aveva un modo di trasmettere. Ci sono poi i giovani di Volt, che fino a poco tempo fa nessuno conosceva, e sono molto felice di vedere tutte queste esperienze positive”.
C’è anche Riccardo Laterza, fra i giovani di Punto Franco?
“Seguo con interesse la sua esperienza. Molti dei temi che propone sono sovrapponibili a quelli che affronteremo, in particolare sulle periferie urbane e sui giovani stessi. Immagino che se anche da parte loro ci sarà una propensione, come sembra, le nostre strade si incroceranno.”
Come mai il centrodestra triestino è granitico sulla candidatura Dipiazza?
“Non hanno, in questo momento, candidature alternative. Granitico, però, non direi: vedo delle fratture molto importanti, e questo al di là dell’iniziativa di Franco Bandelli, che è molto attivo e segnala un malessere della destra stessa. Anche Fratelli d’Italia non ha ancora deciso in via definitiva per Dipiazza. Le divisioni della giunta Dipiazza, che non ha un’identità, si vedono anche dal voto di ieri alla Camera, con Forza Italia che si esprime contro Zeno D’Agostino. A Trieste però non si può ragionare così: non reggono né lo schema romano Partito Democratico-Cinquestelle, né la destra classica”.
Cosa farà Fratelli d’Italia nella corsa al sindaco?
“Non lo so. Sappiamo però che Claudio Giacomelli, su una vicenda specifica, ha definito qualche mese fa Dipiazza come il peggior sindaco degli ultimi cinquant’anni”.
Fra destra e sinistra, cosa chiedono gli elettori triestini, Russo?
“Soprattutto a livello amministrativo, vogliono risposte precise e concrete, che abbiano attuazione rapida. Realizzare la galleria di Piazza Foraggi o la nuova piscina terapeutica, oppure dare un volto a Porto Vecchio, è una cosa di destra o di sinistra? Il destra-sinistra oggi non viene più capito”.
La galleria in Piazza Foraggi, però, non la può far meglio proprio un sindaco come Dipiazza piuttosto che un movimento di 100 persone? Insomma, non potrà essere Punto Franco ad agire: dovrà essere Francesco Russo.
“Le leadership, se sono consapevoli di essere temporanee e al servizio di un progetto più ampio, sono una cosa positiva. Sono assolutamente necessarie. Come ho detto chiaramente io non mi nascondo e se le mie condizioni di salute a febbraio mi permetteranno di farlo io ci sarò. Se però il leader è da solo al comando, come è successo negli ultimi anni, finiscono per mancare le competenze e il confronto. A Trieste le cose che un tempo Dipiazza riusciva a fare non si realizzano più: negli ultimi cinque anni non si sono fatte neppure le opere pubbliche”.
Nulla di rilevante, secondo lei? Eppure, Trieste ha fatto grandi passi avanti.
“Nulla. Niente che sia attribuibile a questa amministrazione. Le cose importanti si sono verificate in ambito portuale e logistico, con la nomina di Zeno D’Agostino, voluta dal centrosinistra”.
E il Porto Vecchio di oggi nasce dall’iniziativa di Francesco Russo.
“Si.”
Dipiazza, però, l’ha ringraziata pubblicamente per il suo lavoro.
“Con Dipiazza c’è stata buona collaborazione: questo, sicuramente. Ma la giunta Dipiazza oggi è debolissima e molto divisa al suo interno. Mancano risposte: le proposte compaiono un giorno sui quotidiani, poi scompaiono e non se ne sente più parlare. Che siano ovovie o piscine terapeutiche”.
Il tema ‘piscina terapeutica’, vedo, ritorna: ne ha parlato anche ieri sera, a Telequattro.
“Ne parlo perché adesso si parla di due piscine, e non riusciamo a farne neanche una. Cerchiamo almeno di sistemare quella che c’è, prima di pensare a quella nuova. Vorrei dire: rimettiamo al centro i progetti. Quando si parla di cose concrete la differenza non è fra destra e sinistra, ma fra muoversi e rimanere immobili”.
Trieste è immobile?
“Lo è stata a lungo. E non era un problema di destra e sinistra. A Trieste, in particolare, negli ultimi anni, l’immobilismo ha avuto un nome e cognome, ma non è solo questo.”
Nome e cognome?
“Penso che la differenza fra Marina Monassi e Zeno D’Agostino sia sotto gli occhi di tutti”.
È possibile che sia proprio il sindaco la figura che incontra gli imprenditori internazionali?
“Lo si fa in tutte le città più attive e dinamiche del mondo. Il sindaco deve essere il primo a saper fare un buon marketing del proprio territorio. Trieste è al centro delle attenzioni internazionali, eppure nessuno dei fondi d’investimento che ha visitato la città nell’ultimo periodo si è fermato avviando un progetto. E le risorse ci sono, e sarebbero spendibili”.
Questo è un punto chiave: penso al Porto Vecchio. Perché gli investitori che vengono a vedere Trieste non si fermano a Trieste?
“Non c’è la capacità di presentare le potenzialità che abbiamo. Con Dipiazza non c’è la capacità di pensare in grande e non si crea un dialogo. Naturalmente ci vogliono strutture all’altezza. E un progetto all’altezza”.
Quanti anni ci vorranno, per il Porto Vecchio?
“Se partiamo subito: vent’anni, almeno. Una squadra di bravi amministratori sa che deve avere il coraggio di investire su cose che non vedrà”.
Riusciremo a sbloccare i punti franchi?
“Io sono ottimista. Nessuno pensava di riuscire a sbloccare Porto Vecchio e dopo quarant’anni ci siamo riusciti. Credo che per i punti franchi si possa fare presto e ho avviato un discorso con il Ministro dell’economia. Il blocco è lì”.
Dopo il Covid, per Trieste, prevede un periodo lungo di ripresa? In un paese, purtroppo, con il PIL a meno dieci.
“Alcune cose non torneranno come prima. Spero però che con l’estate del 2021 la vita possa essere di nuovo quasi normale. Dipende molto da noi, da Trieste stessa: qui ci sono delle potenzialità che possiamo cogliere. Rispetto alle grandi città, saremo avvantaggiati, anche in termini di qualità della vita e sicurezza dopo il Covid. Però dobbiamo dare risposta immediata ad alcune situazioni, alle nuove povertà che stanno nascendo: penso ai piccoli negozi. Temo che molti faranno fatica a superare l’inverno. Mi piacerebbe da subito, in maniera bipartisan, a fare qualcosa”.
Per i negozianti, qualcosa di concreto?
“Ad esempio chiudere, già nel periodo natalizio, alcune grandi vie, e trasformare il centro in un grande centro commerciale all’aperto. E ascoltarli, cercando di costruire una soluzione assieme a loro, in modo trasversale”.
Periodicamente, glielo chiedo. Che voto da’ al governo?
“Complessivamente abbiamo tenuto bene l’emergenza. È chiaro che governare da Roma regioni oggi molto diverse tra di loro è veramente complicato: si creano delle disparità. Sindaci e presidenti della regione avrebbero potuto prendersi qualche responsabilità in più. Credo comunque che ognuno stia cercando di fare del proprio meglio. Il governo della Regione Friuli Venezia Giulia ha fatto bene; temo solo che nelle ultime settimane si sia persa la capacità di prevenire i problemi: il Veneto ha infatti fatto meglio. Il nostro sistema regionale, in particolare quello sanitario, è fortemente sotto stress, e penso, sì, a chi si ammala di Covid, ma anche a chi, come me, ha dei problemi di salute diversi, delle malattie importanti, e oggi è in difficoltà e vede saltare appuntamenti e operazioni”.
Della spiaggia, Russo, parleremo la settimana prossima?
“Si. La presentiamo”.
[r.s.]


