Europa Centrale
23.11.2020 – 09.35 – Slovenia: nonostante il suo paese abbia votato diversamente, il premier Janez Janša si è detto d’accordo con la scelta (già annunciata) di Ungheria e Polonia di non approvare il bilancio pluriennale 2021-2027 (valore 1074 miliardi di euro), in disaccordo con l’inserimento di una clausola che obbligherebbe tutti gli Stati beneficiari di fondi Ue a rispettare lo Stato di diritto.
Perché conta: l’uscita di Janša, che ha chiamato in ballo l’esperienza totalitaria di molti paesi entrati nell’Ue nel nuovo millennio per giustificare l’iper-sensibilità di questi paesi a qualunque ingerenza esterna, come il monitoraggio dello Stato di diritto operato dalle istituzioni Ue, ha soprattutto un forte valore simbolico.
Queste manifestazioni pubbliche di sostegno chiariscono quanto il premier sloveno ambirebbe ad arruolare anche il proprio paese nella schiera dei paesi ribelli a velleità autocratica, permettendo al “fronte sovranista” di espandersi e accogliere un nuovo membro. Al momento Janša può contare, tuttavia, su una maggioranza troppo risicata e frammentata per avverare simili ambizioni. Di fatto il suo governo è sostenuto da un’accozzaglia di partiti molto distanti dalle sue posizioni, che hanno però accettato di formare un esecutivo guidato da lui per la paura di venire spazzati via qualora si fosse ridata la parola agli elettori. E molti dei provvedimenti più controversi adottati da questo governo sono stati spiegati con la circostanza straordinaria della pandemia. Una situazione incomparabile con il parlamento addomesticato dal governo in Ungheria o con la straripante maggioranza che blinda il governo polacco. Anche per questo Lubiana non ha emulato i due colleghi mitteleuropei, ma si è accodata alla versione della Commissione. Con la sua mossa Janša sembra aver voluto dire ai colleghi magiari e polacchi: “vorrei ma non posso”. A meno che nuove elezioni non gli consegnino una maggioranza più fedele, primo passo verso la dismissione del modello di democrazia liberale, come insegnano i suoi precursori.
Per approfondire: Inside Lubiana. Janez Janša ha ottenuto pieni poteri come Orbán. La Slovenia si scopre sovranista [Linkiesta]
Ungheria: contravvenendo (ancora) alla linea e al diritto Ue, il paese sta preparandosi ad accogliere alcune dosi del vaccino Sputnik V prodotto dalla Russia, efficace nel 92% dei casi secondo le autorità russe ma ritenuto non ancora affidabile dagli organismi internazionali preposti, e starebbe valutando di produrlo in loco.
Perché conta: la mossa pare dettata molto più dalla geopolitica che da esigenze sanitarie. Le norme comunitarie prevedono che nessun vaccino possa essere commercializzato nei paesi Ue prima di aver ricevuto l’imprimatur dell’Agenzia europea per i medicinali, l’organismo comunitario che ha sede ad Amsterdam, mentre lo Sputnik V verrà invece esaminato esclusivamente dall’Istituto nazionale ungherese di farmacia e nutrizione. L’Ungheria sarà così, nuovamente, l’unico Stato a contravvenire alla regole dell’Unione. Ufficialmente il motivo è che i vaccini trattati dalla Commissione europea, che ha già siglato accordi con cinque aziende produttrici per un totale di due miliardi di euro, non saranno disponibili già per inizio 2021 e quindi rivolgersi ai russi permette di accorciare i tempi e fare degli ungheresi la prima popolazione europea a venire immunizzata contro il coronavirus.
Nobili ragioni che tuttavia non paiono essere la spiegazione più verosimile. Per attori scalpitanti come Russia e Cina, sempre alla ricerca di occasioni propizie per ravvivare il proprio soft power, la pandemia ha rappresentato una ghiotta opportunità per dimostrarsi partner ben disposti e caritatevoli, sfruttando anche il deficit di attenzione degli Usa, alla prese con un’estenuante campagna elettorale e con ancora più turbolente elezioni. Anche il vaccino russo fa parte di questa tattica.
E Budapest, testa di ponte di Mosca nell’Ue, non si è fatta pregare. Importando dosi di vaccino dalla Russia e iniziando addirittura a produrlo in patria, l’Ungheria rilancia l’immagine positiva dell’amico moscovita. Alla corte di Viktor Orbán Mosca cerca proprio questo: uno Stato Ue disponibile a convalidare le proprie narrazioni in cambio di qualche intesa economica e, soprattutto, del mutuo riconoscimento in quanto pioneristiche e visionarie potenze emergenti capaci di scardinare gli equilibri regionali e forse anche planetari. Come probabilmente anche l’efficacia delle stesso Sputnik V, questa auto-glorificazione non si fonda su dati di realtà, ma partecipa comunque a una narrazione utile sia a incutere timore sul palcoscenico globale sia a esaltare la base in patria.
Per approfondire: Orbán all’arrembaggio [Limes]
Balcani Occidentali
Bosnia: alle elezioni municipali di domenica scorsa si è registrato l’exploit dei partiti di opposizione, che in molte città chiave hanno sbaragliato i partiti etnici, al potere da sempre.
Perché conta: in un paese retto da un sistema istituzionale disegnato apposta per far vincere le formazioni etniche (gli accordi di Dayton, siglati venticinque anni fa), questa tornata ha lanciato un veemente segnale di cambiamento.
Il partito bosgnacco (Sda) ha perso nella capitale Sarajevo, dove ha prevalso una formazione multietnica e liberale. L’Sda, inoltre, non è riuscito a vincere nemmeno a Tuzla e a Zenica, dove sono stati riconfermati i sindaci uscenti, di orientamento socialdemocratico e slegati dalle appartenenze etniche.
Similmente, per la prima volta dal 1998 il partito serbo (Snsd) del caudillo bosniaco Milorad Dodik è stato sconfitto a Banja Luka, capitale della Republika srpska, e a Bijeljina, altra città importante dell’entità. Il caso di Banja Luka è particolarmente significativo: il nuovo sindaco sarà il ventisettenne Draško Stanivuković, tra i più attivi politici dell’opposizione e molto vicino alle rivendicazioni del movimento “Giustizia per David”, la più vibrante espressione di dissenso popolare emersa in Republika srpksa negli ultimi anni.
Il partito croato (Hdz) sembra aver retto meglio dei due rivali, ma ha comunque riportato alcune sconfitte brucianti.
Secondo gli osservatori più attenti, il buon risultato delle opposizioni si spiega in gran parte con la pandemia, che ha invogliato gli elettori a concentrarsi più su temi concreti – sanità, infrastrutture, corruzione – e meno su quelle canoniche questioni etnico-identitarie che rappresentano il pilastro del consenso dei partiti etnici. Che in pubblico si fanno la guerra (in passato anche militarmente, oggi solo retoricamente), ma in privato saccheggiano di comune accordo le risorse pubbliche e si spartiscono gli incarichi.
Difficilmente le prossime elezioni si terranno in questo clima così favorevole alle opposizioni, ma questa tornata ha suonato un campanello d’allarme per le tre formazioni responsabili dell’ormai cronico stallo in cui la Bosnia versa dalla fine del conflitto: la loro egemonia non è incontestabile.
Per approfondire: Bosnia Erzegovina, istituzioni bloccate al mercato di Dayton [Osservatorio Balcani e Caucaso]
Serbia – Montenegro: nell’arco di meno di un mese, le comunità ortodosse dei due Stati balcanici hanno dato l’ultimo saluto ai loro due leader, il metropolita montenegrino Amfilohije e il patriarca serbo Irinej, deceduti entrambi per Covid19.
Perché conta: ricostruire in poche righe le biografie di due personaggi così influenti nelle vicende che hanno interessato la regione (post)jugoslava negli ultimi tre decenni, riuscendo anche a delinearne le differenze, è un’opera improba. Sia Amfilohije che Irinej sono stati due interpreti magistrali del nazionalismo serbo e del progetto ad esso consustanziale, l’edificazione della Grande Serbia, l’unione sotto un unico cielo di tutte le popolazioni serbe dei Balcani. Quando Belgrado provò ad avverare questo desiderio manu militari scatenando una guerra fratricida per serbizzare le porzioni orientali di Bosnia Erzegovina e Croazia, Amfilohije si spese attivamente per supportare lo sforzo bellico, benedicendo i bombardamenti su Dubrovnik ed elevando criminali di guerra come il leader paramilitare Željko Ražnatović detto Arkan e il capo dei serbo-bosniaci Radovan Karadžić a campioni della nazione serba. Cercò poi di impedire la secessione del Montenegro dalla Serbia nel 2006. Negli ultimi anni aveva coagulato attorno a sé i segmenti più combattivi dell’opposizione allo strapotere del presidente montenegrino Milo Đukanović, contribuendo in modo decisivo alla sua recente disfatta. Al funerale di Amfilohije sono intervenuti infatti anche il premier in pectore Zdravko Krivokapić e il neo-presidente del parlamento Aleksa Bečić, due dei candidati usciti vincitori dalle elezioni dello scorso agosto. Fedele agli stessi principi (simbiosi di nazionalismo serbo e ortodossia, granserbismo e russofilia) anche Irinej, a sua volta presente al funerale dell’amico montegrino, si era imposto negli anni come il garante del legame millenario tra Serbia e Russia. Aveva incontrato sovente il presidente russo Vladimir Putin, insignendolo dell’Ordine di San Sava, la massima onorificenza accordabile dal clero serbo-ortodosso, anche a mo’ di ringraziamento per la generosa partecipazione di Mosca alle spese per la costruzione del Tempio di San Sava a Belgrado. Quanto Irinej abbia incarnato il connubio tra fede e politica l’ha sintetizzato il presidente serbo Aleksandar Vučić dichiarando che il defunto “amava la Serbia e i serbi in tutto il mondo e il futuro degli stessi in Kosovo, così come nell’entità a maggioranza serba della Bosnia, la Republika Srpska: queste erano tra le sue principali preoccupazioni”.
Organici al potere, sempre pronti a sobillare i fedeli contro il vicino di culto avverso, irremovibili nel loro patriottico anti-occidentalismo, Amfilohije e Irinej sono rimasti fermi al (primo) Novecento, cercando di contribuire alla creazione di uno Stato mono-etnico e imperialista (la Serbia) anche mentre il resto del Vecchio continente iniziava a nuotare in direzione opposta.
Per approfondire: Montenegro: i funerali del metropolita Amfilohije [Osservatorio Balcani e Caucaso] e Serbia: Il ruolo della Chiesa ortodossa serba nella sua storia [East Journal]
Bulgaria – Macedonia del Nord: la settimana scorsa Sofia ha messo il veto sull’inizio dei negoziati di adesione all’Ue di Skopje, polverizzando la credibilità dell’Ue nella regione. Una vicenda già trattata da Trieste all News e approfondita recentemente su Linkiesta.
s.b


