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domenica, 25 Settembre 2022

I vapori Lloydiani. La nascita dell’arsenale di Androna Campo Marzio

12.09.2020 – 08.00 – La storia dell’industria triestina appare legata a due ordini di fattori; in primo luogo il porto con la sua graduale evoluzione da porto-emporio a porto di movimentazione delle merci, in secondo luogo uno sviluppo urbano limitato dalla presenza del ciglione carsico.
Conseguentemente, con la vistosa eccezione del Punto Franco Nord (Porto Vecchio), il patrimonio di archeologia industriale a Trieste ha dovuto fare i conti con demolizioni e ricostruzioni, legate alla necessità di aggiornare gli stabilimenti nel corso del ‘900.
Il complesso di edifici di Androna Campo Marzio, in quest’ambito, rappresenta un’eccezione alla regola: magazzini, stalle e officine parzialmente conservatasi dal 1830 al 1880 tutt’oggi utilizzati o come zona di stoccaggio o come “stalle” dei moderni destrieri ovvero automobili e motociclette.
I primi insediamenti nell’area risalgono agli anni Trenta dell’ottocento quando la Società di Navigazione del Lloyd austriaco (1833) decise di munirsi di una propria officina e fonderia.
Le prime navi erano state costruite nei cantieri inglesi e nel cantiere Panfili, ma presto il Lloyd spostò la costruzione “in casa”, destinando la zona di Campo Marzio a centro operativo.
Il principale interlocutore a questo proposito fu un imprenditore inglese, John Iver Borland.
Dopo essersi fatto le ossa nel commercio delle granaglie a fine ‘700, Borland si era dedicato all’industria, diventando il primo “barone” del vapore nella Trieste della Restaurazione.
Con alle dipendenze un piccolo esercito di 800 operai Borland rimodellò radicalmente la zona di Chiarbola inferiore: costruì il piazzale e il viale di Sant’Andrea, “sbancando” la collina retrostante; sistemò il Piazzale dell’Artiglieria; e fu il primo a iniziare la costruzione dell’odierna via Franca.
La visione di Borland non si limitava all’urbanistica, ma vedeva a Trieste quelle stesse potenzialità che avevano permesso la crescita delle grandi città industriali inglesi. Non a caso definiva Trieste una “seconda Liverpool”.

Il soffitto del Magazzino n. 2 di Borland

Borland propose così al Lloyd di costruire due grandi magazzini/ granai che avrebbe successivamente offerto in locazione con un canone annuo fissato a 6000 fiorini (17 gennaio 1838).
Il Borland utilizzò poi il materiale di scarto sfruttato nello scavo del colle di Sant’Andrea per porre le prime basi di Viale Romolo Gessi. Per il servizio delle officine e della fonderia Borland inoltre mobilitò le maestranze inglesi che svolsero pertanto un ruolo di maestri per gli operai triestini formando un primo nucleo di esperti artigiani e meccanici. Si trattava di un sistema integrato, perché accanto ai magazzini e ai locali di lavoro, l’imprenditore ordinò di erigere un molo con attrezzature di movimentazione delle merci e una gru che permettesse quell’aggancio “al mare” necessario per una compagnia di navigazione. Il molo Borland, com’era chiamato, verrà poi interrato nel 1884.
I primi edifici furono pertanto i due grandi magazzini sul lato sinistro della strada, a cui seguirono un’officina e una fonderia. Una prima mappa, del 25 gennaio 1838, mostra il magazzino tutt’ora esistente al n.6 e un altro, accanto, in via di costruzione. Una mappa del 1842 presenta tre nuovi edifici sul lato destro, accanto ai 2 magazzini sul lato sinistro.
Borland aveva compiuto un azzardo, confidando nel futuro del Lloyd Austriaco. I lavori infatti nella costruzione dell’Androna e nella stessa zona di Chiarbola avvennero attraverso prestiti che contava di ripagare tramite l’assegnazione di opere pubbliche. Ma così non avvenne; e Borland andò in fallimento. Non a caso dopo questa disavventura vietò sempre ai tre figli di recarsi nell’“ingrata” Trieste.

Mentre l’arsenale del Lloyd continuava a lavorare, proseguiva con lentezza il completamento dell’ala destra dell’Androna Campo Marzio. Ci fu prima il progetto di una tettoia (1852), poi d’una scuderia ideata dall’Ing. Vallon, sul fondo di proprietà di Demetrio Economo (1872) e infine, nel 1883, il progetto “multifunzione” di una scuderia con un fienile soprastante e di una fabbrica di botti che comprendesse abitazioni per le famiglie.
In generale, dopo quest’ultima sistemazione, la via di Androna Campo Marzio è rimasta pressoché immutata: le funzioni sono cambiate, ma quant’erano officine e “scuderie” rimangono luoghi di lavoro o immagazzinaggio.

Il magazzino n. 1

Le stalle e le rimesse presentano murature con grossi blocchi di arenaria, strutture orizzontali e coperture con capriate di legno, aperture circolari e balconi in facciata e pilastrini in ghisa negli interni. Strutture solide e robuste, ma qual era caratteristica dell’epoca, con una “ruvida” grazia.
Il magazzino n. 1, all’indirizzo n. 6 di Androna, presenta tutt’oggi un bel portone decorato, sormontato dalla scritta “Siderurgica Commerciale”. Questo fu il primo magazzino costruito da Borland, più volte rimaneggiato. Meglio conservato invece è l’edificio accanto, il Magazzino n. 2, al n. 8 di Androna. In via eccezionale, dopo alcuni anni di abbandono, il luogo è visitabile grazie alla mostraPassion for Space” dello studio dell’architetto austriaco Peter Lorenz.
Se ne può ammirare le grandi mura di pietra, con archi di arenaria, così come le passerelle e le strutture in legno. L’edificio si eleva in altezza; letteralmente cattedrale dell’industria. Le mura spoglie nascondono però la finezza del ferro battuto alle finestre. Sembra che fosse adibito a officina per le caldaie.
Passando al lato sinistro dell’Androna, l’ultima officina, prospiciente alla sede universitaria della Facoltà di Studi Umanistici, era la scuderia e rimessa progettata dall’Ing. Vallon. Un edificio piccolo, ma progettato fino al minimo dettaglio, con gusto neoclassico. Retrocedendo al n. 3 di Androna Campo Marzio, nell’officina FIAT, è possibile levare lo sguardo e scoprire, incastonata nella pietra, un bassorilievo raffigurante una testa di cavallo.

Ma come funzionava l’Arsenale? Quale aria (o meglio, fumo!) si respirava?
Francesco dell’Ongaro ne offre una vivida descrizione sul giornale liberale “La Favilla” (9 giugno 1839): “Già Trieste vede un arsenale nascente, il quale non può mancare di prosperare prontamente, tanta è la cura e l’interesse che vi posero i direttori del Lloyd e principalmente il signor Alessandro Toppo, il quale avendo a suo bell’agio visitato i migliori arsenali e le rinomate officine inglesi, è per ogni rispetto degnissimo di presiedere più da vicino a questo nuovo stabilimento”.

“Questa officina, abbastanza vasta e capace, è situata verso S. Andrea dove il monte fu obbligato ad arretrarsi per dar luogo alle recenti costruzioni del signor Borland. Sarebbe indiscreto che si aspettasse di vedere una fonderia già capace di darci questi immensi recipienti che formano la parte principale della macchina e molto più che s’aspettasse di vedere popolate l’arsenale da soli artisti italiani. Non mancano però nella nostra officina vasti fornelli ed incudini che ci daranno le àncore e le ampie caldaie che più spesso abbisognano di essere riparate e reintegrate; non manca una fonderia per il bronzo, ed escono belli e forbiti dal tornio lunghi cilindri di bronzo e di ferro parti di non lieve importanza nelle macchine a vapore, e che finora si pagavano a caro prezzo già fatte altrove”.

La visuale dall’interno del Magazzino. n.2

Le osservazioni di Francesco dell’Ongaro evidenziano un’industria ancora legata a un modello artigianale, lontano dai ritmi massificati dell’ultimo quarto dell’ottocento. In quest’ambito gioca un ruolo importante la sottolineature sulle “Parti” nelle “macchine a vapore”. A questo stadio dello sviluppo industriale lo stabilimento non era capace di produrre da sé tutte le parti di un motore per i piroscafi, ma grazie alla produzione “casalinga” di singole componenti il Lloyd abbatteva drasticamente i costi, acquisendo peraltro il know-how prerogativa dei britannici.

Fonti: Diana de Rosa, I monumenti del lavoro: aspetti dell’archeologia industriale a Trieste e Monfalcone, Trieste, Edizioni Villaggio del Fanciullo, 1989

Zeno Saracino, La “seconda Liverpool”: la comunità inglese nella Trieste asburgica, Trieste All News, 6 ottobre 2018

[z.s.]
[Riproduzione riservata]

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Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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