Passato Prossimo, la Risiera di San Sabba: una storia di uomini e di scelte

24.09.2020 – 14.35 – È il 7 dicembre 1941 quando Hitler rende operativa la direttiva “Nacht un Nebel” (“Notte e nebbia”). Non la più nota, certo una delle più agghiaccianti. Precede di quattro giorni una delle decisioni più impulsive (e a lungo termine fallimentari) del Fuhrer: la dichiarazione di guerra agli Stati Uniti. Hitler sottovaluta la forza e capacità di reazione americane nell’immediato, sempre più prigioniero della propria fuorviante idea, smentita negli anni successivi: la popolazione statunitense dimostrerà di non essere né debole per natura, né dedita solo allo swing e alla musica jazz. Dietro al titolo wagneriano della direttiva (autore per cui Hitler aveva un debole: è una citazione tratta dall’opera “Das Rheingold”, l’Oro del Reno) ci sono le indicazioni per reprimere ancora più spietatamente gli avversari politici, dando – come spesso nello stile nazista – una veste istituzionale e ordinaria alla violenza e alla prevaricazione dei diritti umani fondamentali. La “Notte e nebbia”, inizialmente limitata alla Germania ma subito estesa a tutti i territori in varia misura subordinati al Reich, prevede l’eliminazione, se possibile fisica, di chi è accusato di “reati contro lo Stato tedesco o la potenza occupante” o coloro i quali ne mettono in pericolo la sicurezza. È una delle tante definizioni vaghe delle direttive naziste, che così lasciano spazio alle interpretazioni – e arbitrii – di chi le deve applicare. Bersaglio di tali disposizioni sono le formazioni di resistenza al nazismo che stanno iniziando a prendere corpo in Europa, in particolare nei territori occupati ad est.

La “Nacht und Nebel” innesca un meccanismo decisivo per la storia di Trieste: la sua applicazione infatti apre la strada all’azione dei reparti dell’Einsatzkommando Reinhard, corpo specializzato di pronto intervento, composto in gran parte da fanatici nazisti e impiegato in compiti essenzialmente politici. Deve probabilmente il nome al vicecapo della Gestapo Reinhard Heydrich, colui il quale fu incaricato di coordinare la messa in pratica della “soluzione finale” ebraica. Questo corpo, soprattutto, non era alle dipendenze dei comandanti della Wermacht. All’indomani dell’occupazione di Trieste da parte dell’esercito tedesco, nell’autunno 1943, una parte dell’Einsatzkommando Reinhard viene inviata in città. A guidarla è Odilo Globocnik, un gerarca, triestino di nascita, detto “il boia di Lublino” perché in qualità di capo della polizia e delle SS nell’omonimo distretto polacco, aveva reso sistematica l’eliminazione dei prigionieri, dando l’ordine di erigere i campi di Sobibor, Belzec, Maidanek e Treblinka. Destituito dall’incarico, probabilmente per malversazione, era stato poi riabilitato dall’amico Friedrich Rainer, che ritrova all’ombra di San Giusto nelle vesti di Commissario supremo del Litorale Adriatico.

Al loro arrivo a Trieste, Rainer e Globocnik trovano una città facente parte di una zona di operazioni militari, la “Adriatisches Küstenland” in cui le autorità tedesche si erano ufficialmente sostituite a quelle italiane, anche sotto il profilo giuridico, appropriandosi dell’amministrazione civile, di fatto sottraendo la città all’Italia. Questo permette loro (Globocnik è di nuovo capo della polizia e delle SS) una notevole libertà d’azione.

Perché l’Einsatzkommando, un corpo specializzato nell’eliminare ogni ostacolo al “Nuovo ordine” nazista, si trova a Trieste? Si tratta innanzitutto di applicare anche in questa zona i metodi di sicurezza messi in atto in tutti i territori sottomessi al Reich. Il folle sogno purificatore di Hilter in queste zone si declina in una epurazione dalle razze ritenute “inferiori”: ebrei, certo (e Trieste all’epoca delle leggi razziali ha una delle maggiori comunità italiane), ma anche e soprattutto slavi. Il trattamento disumano riservato dai nazisti a questi ultimi è allora già noto dai metodi usati nell’occupazione della Cecoslovacchia e della Polonia. Conquistare il Litorale Adriatico significa perciò anche “tedeschizzarlo”. Alla componente razziale si unisce poi una constatazione bellica e una strategica: il movimento partigiano sloveno e croato infatti in queste zone è particolarmente agguerrito e la Venezia-Giulia è considerata una cerniera importante tra il fronte italiano e quello balcanico.

Sono alcune delle premesse che portano agli orrori della Risiera San Sabba, ex stabilimento per la pilatura del riso che in un periodo preciso dell’occupazione tedesca è adibito a campo di detenzione, smistamento e sterminio. Eppure inizialmente la Risiera è pensata dai tedeschi come base logistica militare e di polizia e centro di rifornimento per i capisaldi tedeschi in Istria. Col tempo – e il peggiorare della situazione militare globale tedesca –  trasforma la propria destinazione: da un lato in centro di smistamento dei detenuti, che qui sono raccolti per poi essere incolonnati verso luoghi tristemente noti (Auschwitz tra gli altri), dall’altro di sterminio. Elementi decisivi di questo passaggio sono il forno crematorio e un vano, chiamato comunemente “garage”, nel quale venivano chiusi i prigionieri e immesso gas venefico. Secondo quanto riporta Ferruccio Fölkel, in “La Risiera di San Sabba”, dal 4 aprile 1944 questa rudimentale camera a gas entra in azione. Il garage era collegato al forno crematorio da una porta nascosta. Va usato l’imperfetto e non più il presente, perchè questi ambienti, insieme al camino da cui usciva il lugubre “fumo giallo”, di eco gucciniana, furono fatti saltare in aria dai tedeschi in ritirata, nella notte tra 28 e 29 aprile. Un’azione che oggi rende difficile ricostruire con esattezza la pianta del campo originale.

Chi veniva condotto a San Sabba? La risposta è decisiva per capire la funzione del campo. La costruzione di un centro di detenzione, smistamento e sterminio proprio a Trieste ha alla base motivazioni certo razziali, le più aberranti, ma anche politiche e militari: la linea di Rainer e Globocnik mira prima di tutto a combattere la resistenza jugoslava per mantenere il potere politico ed economico nella zona. Circa in 5 000 perdono la vita a San Sabba, tra 15 e 20000 passano per le sue celle, pochissimi di questi faranno ritorno a casa. Sono internati in maggior parte partigiani comunisti sloveni e croati, ma vanno annoverati anche i combattenti per la resistenza italiana e gli ebrei. La Risiera di San Sabba è un caso peculiare sotto molti aspetti: è l’unico campo di smistamento, detenzione e sterminio nel nostro paese dotato di forno crematorio e, soprattutto, è situato all’interno del perimetro cittadino, seppur in un rione periferico com’era allora San Sabba.
Qui si apre un interrogativo più etico che storico, al contempo affascinante e spinoso. Nel caso dei più grandi e noti complessi di sterminio di Auschwitz e Birkenau, posti fuori dai centri abitati, molti tra psicologia e filosofia si sono interrogati nel dopoguerra su come la popolazione polacca locale, a conoscenza degli abomini commessi a poca distanza da loro, potesse sopportare il pensiero di non poter (o voler?) agire in difesa degli oppressi. Vale anche per San Sabba?

Elio Apih in “Trieste” afferma che “La città sopportò e tacque. Si è affermato che non si sapeva ma, perlomeno a chi aveva responsabilità e informazioni, i fatti, sia pur con approssimazione, erano noti; (…) non consta che quel posto sia mai stato disturbato”. Se l’assenza di un sabotaggio o di un attacco diretto al campo durante l’occupazione nazista è un fatto, trovare la causa del comportamento tenuto dai triestini di allora è pretenziosa utopia, risalire al numero di quanti sapevano cosa succedeva dentro le mura dell’ex pilatura ancor di più. Tuttavia ricostruire alcuni aspetti della Trieste in cui vivevano può avvicinarci a loro. Innanzitutto, come detto, la città era stata sottratta alla giurisdizione della Corte di Cassazione di Roma ed era sotto il diretto controllo tedesco. Le autorità del Reich si erano sostituite a quelle italiane e l’occupazione, a differenza di altre città italiane all’indomani dell’8 settembre, non si era trasformata in una conquista (come fu per Roma ad esempio), ma solo un passaggio di consegne – anche se questo non nega l’esistenza di un movimento partigiano locale, che fu anche duramente colpito e punito dai nazisti -. La classe dirigente cittadina dell’epoca faceva parte di un tessuto commerciale e industriale in difficoltà già prima dello scoppio del conflitto e vide nei tedeschi uno scudo dall’avanzata comunista che incombeva sulla Venezia-Giulia (e a molti all’epoca Stalin faceva più paura di Hitler). La stessa propaganda dei partigiani jugoslavi aveva poca presa sui dirimpettai italiani, date le mai nascoste pretese titine di annessione di Trieste, e anziché unire i due movimenti di resistenza riaccese il nazionalismo triestino, inasprendo i conflitti etnici storicamente in atto nella regione. Il vescovo della diocesi di Trieste e Capodistria, mons. Santin, esponente di un clero che anche ai livelli più alti (si pensi ai silenzi di Pio XII) in quegli anni accettò pesanti compromessi, per quanto intimamente fosse di sentimenti vagamente antitedeschi, portava avanti una posizione anticomunista e dunque sommessamente permissiva verso l’amministrazione tedesca. Santin si impegnò nella liberazione di Giani Stuparich (portato a San Sabba dai tedeschi perché di discendenza ebrea da parte di madre), ma disse a guerra conclusa di non sapere cosa era accaduto a San Sabba.
Per di più Rainer al momento del suo insediamento si pose agli occhi degli interlocutori locali prima di tutto come anticomunista, nascondendo invece gli aspetti anticapitalisti del Terzo Reich. Questo tranquillizzò la borghesia triestina e, per quanto la presenza occupante non riscuotesse grande consenso, la classe dirigente decise di collaborare con essa alla gestione della cosa pubblica, di fatto accettandola, in una sorta di “resistenza legale”. Tale atteggiamento in alcuni casi si tradusse in vero collaborazionismo, come dimostrano, anche questo è peculiare per Trieste, le molte delazioni tra cittadini. Si tratta di una pagina oscura della storia triestina, eppure la frequenza delle denunce in città è una costante fin dalla fine dell’epoca asburgica. Esemplare è in quei mesi il caso di Mauro Grün, vero Giuda nel XX secolo: ebreo, noto con vari nomi (Grini ma anche Verdi e dott. Manzoni), fece della delazione un lavoro remunerato (secondo una fonte partigiana percepiva 7000 lire per ogni ebreo che faceva arrestare, secondo Fölkel la cifra si aggirerebbe attorno alle 5000) e segnalò molti correligionari alle autorità naziste operando tra Venezia e Trieste. Dormiva a San Sabba con la moglie, entrambi furono eliminati durante la ritirata dei tedeschi.

Al di là degli interessi e delle paure individuali di chi visse quei giorni, la storia di Trieste si intreccia con quella di tutta Italia, spaesata e indifesa dopo la resa badogliana dell’8 settembre, è una storia di scelte. Per quanto la penisola fosse terreno di scontro tra l’esercito alleato e quello tedesco, la decisione a cui ogni italiano fu chiamato in quei giorni era tra fascismo e antifascismo. Piccolo passo indietro: Mussolini aveva formato il suo primo governo nel 1922, consolidato definitivamente la sua egemonia tra il ’24 e il ’25. Questo sginifica che gli italiani erano reduci da quasi vent’anni di regime totalitario. I giovani e giovanissimi che allora si trovarono di fronte a una scelta epocale non avevano vissuto altro che questo: partito unico, assenza di elezioni e di dialettica politica, pervasività e onnipresenza della propaganda, anche nei programmi scolastici. Eppure molti scelsero la Resistenza, dando vita a uno dei più forti movimenti partigiani del continente. A Genova i tedeschi si arresero all’insurrezione cittadina prima dell’arrivo delle truppe americane, a Trieste erano ormai alle corde quando arrivarono i neozelandesi del generale Freyberg (lo stesso che, nell’inverno del 1944, pretese il bombardamento dell’abbazia di Montecassino per spezzare il fronte tedesco). Roma, per ammissione degli stessi alti ufficiali nazisti che vi operarono, fu la capitale sottomessa che diede più filo da torcere al Reich. Questo va ricordato oggi, per evitare facili revisioni sulla Resistenza e banalizzazioni del suo ruolo storico. Nella liberazione della penisola, per quanto impossibile senza l’intervento alleato, il ruolo dei giovani e delle giovani partigiani (non è retorica, le energie fisiche per portare avanti una guerra di quel tipo le potevano avere solo loro) è innegabile ed è stato riconosciuto anche dai vincitori. Non ci ha resi a nostra volta vincitori di quella guerra, ma ha mostrato che una parte del paese, pur con le sue incongruenze interne, rifiutava il fascismo e l’occupazione nazista. La quale, anche questo non va dimenticato, propugnava i propri sogni di espansione globale attraverso la schiavizzazione, l’asservimento e, in via ufficiale dopo conferenza di Wansee del 1942, lo sterminio di interi popoli. Questo è lo scenario in cui i nostri nonni e bisnonni si trovarono a scegliere, anche nel caso di Trieste e nei giorni di San Sabba. Scelte di cui ancora oggi portiamo la memoria e l’eredità.

[d.g.]