La Chiesa collaborò col Nazismo? Dalla Germania, una riflessione profonda

05.05.2020 – 17.12 – Un recente articolo apparso sul Times ha messo in evidenza una presa di posizione duramente autocritica da parte del clero cattolico tedesco riguardo al comportamento tenuto dalla Chiesa nei confronti del nazismo. Lo spunto è arrivato dal recente rapporto del consiglio dei vescovi cattolici, nel quale si approfondisce il comportamento degli alti prelati tedeschi tra il 1939 e il 1945. Il riflesso del risultato dello studio è un’ammissione di colpa da parte del complesso ecclesiastico cattolico, che, di fronte alla seconda guerra mondiale, sebbene non condividesse le politiche dei governi che portarono al conflitto, non prestò – per ammissione degli stessi esponenti ecclesiastici attuali – “abbastanza attenzione alle sofferenze degli altri”. È una presa d’atto che deriva dai documenti presentati: emerge, infatti, come nei mesi di guerra molti vescovi, preti e suore furono complici del progetto di potere e conquista hitleriano, chi con un tacito assenso di fronte alle violenze e ai soprusi, chi con un supporto attivo al fronte.

Il rapporto non fa riferimento agli anni precedenti al 1939, rispetto ai quali disegnare un quadro generale in ambito tedesco è forse ancora più complicato. Il nazionalsocialismo era, fin dalle sue premesse ideologiche, anticattolico, e col passare del tempo assunse toni neo paganeggianti: alla creazione di questa simbologia contribuì in modo decisivo un ideologo del Partito Nazionalsocialista stesso, Alfred Rosenberg, con il suo vendutissimo “Il mito del XX secolo”, libro aggressivamente anticristiano e inserito dal Vaticano nell’indice dei libri la cui lettura era proibita ai fedeli. In più, nella bellicosa concezione hitleriana, vera bussola degli indirizzi politici del Partito, un caposaldo era l’interpretazione della storia umana come una continua lotta tra razze, nella quale solo la più forte avrebbe prevalso. Una posizione difficilmente conciliabile con quelle della Chiesa di Roma, che pure con il Reich condivideva l’opposizione al comunismo e una certa tradizione antisemita di lunga data. Le reazioni ufficiali del clero tedesco, quando ancora il partito nazionalsocialista non era salito al potere, furono inizialmente contrarie: nel 1931 e 1932 molti vescovi tedeschi esortavano i loro fedeli a non iscriversi al NSDAP (sigla tedesca per Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori). Anche nel periodo di espansione del consenso hitleriano, le aree territoriali tedesche più refrattarie al messaggio nazionalsocialista rimasero quelle più cattolicizzate, cioè il sud e l’ovest. Un rapporto non lineare dunque da entrambe le sponde, e non è in dubbio che Hitler sognasse di sostituire il cristianesimo, percepito come rivale perché unica grande forza morale rimasta in Germania, con una nuova e paganeggiante religione nazionalsocialista. Ma come si arrivò all’assenso, in alcuni casi silenzioso, in altri concreto, della Chiesa alle iniziative del Terzo Reich durante la seconda guerra mondiale?

Difficile dare una risposta unica. Di certo una svolta decisiva ci fu nel 1933. In gennaio Hitler venne nominato cancelliere e in luglio strinse un accordo con il Vaticano di Pio XI. Fu una spinta decisiva al già traballante sistema di potere weimariano: con la firma sul concordato, il Vaticano di fatto riconobbe l’attività del partito hitleriano, facendo venir meno il proprio appoggio al partito cattolico tedesco del Zentrum, uno dei più corposi del Reichstag (il Parlamento tedesco) e che di Hitler era oppositore. L’accordo sarà seguito dopo pochi giorni dalla soppressione di tutti i partiti tedeschi ad eccezione del NSDAP. Le strutture organizzative cristiane, e in particolar modo cattoliche, tedesche furono le uniche ad essere risparmiate dalla soppressione, ma vennero messe all’angolo dal clima di soprusi e repressione che infuriava tutto attorno. A partire da quell’anno e per tutta la seguente decade, come riporta il Times, le parti ballarono “un tango imbarazzante tra ostilità e collaborazione”, in cui, da un lato, i vescovi non condividevano forse “la giustificazione dei nazisti per la guerra sulla base dell’ideologia razziale, ma le loro parole e le loro immagini hanno dato aiuto sia ai soldati che al regime che perseguiva la guerra, poiché hanno dato alla guerra un ulteriore senso di finalità”. Dall’altro, le critiche interne al corpo ecclesiastico tedesco, che pure non mancarono, furono arginate dal cardinale Adolf Bertram secondo cui “la prudenza” era “l’unica via di sopravvivenza” e le voci fuori dal coro, come quella eroica del vescovo di Münster, Clemens von Galen, non pesarono sulla bilancia.

Molto complessa è anche la posizione in merito che assunse Papa Pacelli. Pio XII, infatti si schierò contro le leggi razziali hitleriane del 1937, con un’enciclica diretta ai vescovi tedeschi, tuttavia una parte della storiografia del dopoguerra pone sulle sue spalle la responsabilità di non aver mai denunciato gli orrori dell’Olocausto durante il secondo conflitto mondiale. Il punto è controverso e non va dimenticato il ruolo del Vaticano nel proteggere ebrei, antifascisti (Saragat, Nenni e De Gasperi furono nascosti a San Giovanni Laterano) e molti altri durante l’occupazione tedesca. Su questa scelta del pontefice pesarono anche i timori, in caso di una sua esposizione pubblica contro Hitler, delle ritorsioni che si sarebbero potute abbattere sulle decine di migliaia di cattolici tedeschi. Una scelta, quella del silenzio, tragica e dettata anche dalla ricerca del male minore, ma rispetto alla quale non avremo mai la controprova della giustezza. In tal senso è di grande interesse storiografico la recente apertura degli archivi vaticani relativi al pontificato di Pacelli, fino al 2 marzo scorso inaccessibili anche agli studiosi.

Anche la storia vescovile di Trieste soffrì i tormenti di quei decenni travagliati. Luigi Fogar, vescovo triestino dal 1923 e sostenitore del diritto delle minoranze (in particolare slovena e croata) di poter ascoltare la messa nella propria lingua, si scontrò con le sempre più asfissianti restrizioni fasciste in materia di italianizzazione della liturgia. Sotto la pressione sempre più insistente di Benito Mussolini, la Santa Sede lo allontanò nel 1938, nominandolo arcivescovo di Patrasso. Il suo successore, Antonio Santin, che a fine conflitto guiderà le trattative di resa con i soldati tedeschi rimasti in città, contribuendo a preservarla dalle distruzioni, si presentò il 4 settembre 1938: quattordici giorni dopo, nel capoluogo giuliano e durante la preparazione della Conferenza di Monaco alla quale si stava recando, Mussolini annunciò le leggi razziali, sviluppate nel corso dell’estate ormai alla fine.

[d.g.]