13.06.2020 – 07.30 – I primi tedeschi giunsero a Trieste verso la metà del Settecento: si trattava o di imprenditori in cerca di fortuna o di protestanti altrimenti perseguitati; a differenza dei cittadini ebrei, serbi, greci e così via i tedeschi cattolici non avevano reale ragione per spostarsi a Trieste se non per il movente economico.
La politica di germanizzazione, intrapresa sotto Giuseppe II d’Asburgo e rivolta, in un’intenzione pre stato-nazione, a fornire un’ossatura burocratica e razionale all’impianto multietnico dell’impero austriaco, costituì il primo insediamento di una comunità di spessore tedesca.
Col tempo la comunità crebbe, sebbene senza mai raggiungere numeri imponenti; nel 1846, stando a una rilevazione statistica della quale si sospettano numeri “gonfiati”, i tedeschi erano 8mila ovvero il 10% della popolazione. Il controverso censimento del 1910 registrava 148.398 abitanti di lingua italiana (65,54%), 56.916 di lingua slovena (25,13%), 2403 di lingua serbo croata (1,06%) e 11.856 (5,23%) di lingua tedesca. Numeri stavolta ritoccati per difetto, senza considerare il plurilinguismo della stragrande maggioranza dei triestini; c’era chi parlava una lingua, ma s’identificava in una diversa nazione; e viceversa. Questi dati però risultavano ingannevoli, perché i tedeschi in realtà rivestivano un ruolo di punta nella società del periodo: pur essendo la terza minoranza nazionale di Trieste, erano presenti tra le fila della burocrazia, dell’esercito, della stampa, della finanza, occupando così un ruolo paradossalmente maggioritario.
In quest’ambito i circoli culturali tedeschi a Trieste rivestirono un ruolo sovranazionale, preferendo dedicare la propria fedeltà agli Asburgo: l’azione di tutela della lingua e della cultura tedesca non si rinchiudeva in sé stessa, ma cercava un ruolo attivo, di ponte tra popoli e culture. Specie a livello teatrale e musicale, i tedeschi triestini dimostrarono una formidabile apertura alle novità, all’insegna di un’innovazione che si andrà a perdere solo con il ventesimo secolo. In quest’ambito i pangermanisti e gli ultra-nazionalisti tedeschi comparvero a Trieste solo molto tardi: gli stessi operai tedeschi che accorsero nella nuova area di Servola e della Ferriera si arrabbiavano con i tedeschi “triestini”, denunciandone la (volontaria) assimilazione nel clima cittadino. A differenza delle associazioni nazionaliste di fine ottocento, i circoli culturali germanici formalmente non avevano un divieto statuario all’ammissione di soci che non fossero tedeschi. Una clausola che verrà invece introdotta con le associazioni “patriottiche” del 1880 e del 1890.

I primi, importanti, circoli di ritrovo tedeschi risalgono agli anni successivi al 1848, tra gli anni Cinquanta e Sessanta dell’ottocento: il 12 aprile 1850 veniva inaugurata la Triester Turn und deutschen Gesang-Verein, altrimenti nota come La Società di ginnastica e di canto tedesco. I giovani preferivano la novità dello sport, mentre la sezione corale era rivolta agli adulti. Seguì dopo qualche anno la Mannersang Verein (Liedertafel) che alternava gite a Servola e sul Carso a balli e brani corali. Associazioni tuttavia ancora molto “caserecce” al confronto di quanto diverrà lo Schillerverein.
Nell’occasione del primo centenario della nascita di Federico Schiller (1759-1805), dopo una solenne commemorazione a Trieste, i presenti decisero di fondare un’associazione culturale. I soci sarebbero stati primariamente tedeschi, ma nelle intenzioni dei fondatori l’associazione era rivolta a tutta la borghesia commerciale e in generale alle “persone colte”. L’obiettivo era di favorire iniziative nel campo scientifico, letterario (conferenze) e ovviamente musicale (concerti). I fondatori volevano “interrompere la monotonia dei godimenti musicali locali (teatro dell’opera) con opportune esecuzioni corali (Liedertafel) e orchestrali (orchestra sociale di dilettanti)”. C’era pertanto un (giustificato?) orgoglio nella nuova associazione, consapevole del suo carattere di novità e di una “missione” alla quale rimarrà fedele nella sua storia.
La proposta avvenne nell’occasione del 10 novembre del 1859; si costituì allora un apposito “Comitato Schiller” e nel 1860 si procedette a sottoporre i necessari documenti alle autorità per l’approvazione. Il 7 febbraio 1860 lo Schillerverein si assicurò i locali dell‘ex casinò greco, dentro l’allora “nuovo” Tergesteo; il 15 febbraio la Società si costituiva con 232 membri ordinari e 52 straordinari; raggiungerà tra il 1850 e il 1860 duemila soci; il 24 febbraio 1860 infine la Società ingaggiava il suo primo maestro di musica e/o direttore di orchestra, Julius Heller. I primi incontri svelarono come il luogo non bastasse per gli incontri; si affittò allora il Teatro Mauroner e successivamente si trasferì la sede in casa numero 560 di Via Lazzaretto Vecchio.
Merita riportare, durante l’inaugurazione del 1860, il prologo di uno dei direttori, Heinrich von Littrow, membro di spicco della flotta austriaca e abile cartografo, il cui padre e fratelli sono tutt’ora famosi nel campo dell’astronomia.
L’autore si immagina che nella notte fonda Schiller sia apparso ai fondatori della Società per ringraziarli di essersi ricordati di lui al fine di far rifiorire l’arte in una città dedita in prevalenza ai commerci. Esorta, quindi, i soci a vivere in buona armonia tra loro.
Va bene, dice, il comprare ed il vendere, tenendo libri per le entrate e per le uscite, ma il denaro non è tutto, c’è anche lo spirito. Voi che vivete nella città di Trieste, fedelissima all’imperatore d’Austria, accogliete nella Società anche le vostre donne, che sono una grande potenza, ma raccomandate loro di non esagerare nella cura del loro abbigliamento. Alla fine, come i grandi patriarchi della scrittura, vi benedico.

Il testo è interessante nella misura in cui affianca momenti seri e ironici (il riferimento ai patriarchi, le donne, ecc ecc) e soprattutto per il rimprovero mosso ai triestini, troppo persi dietro il puro guadagno (il comprare e il vendere). Forse si potrebbe rimproverare a Littrow una certa arroganza; la città del 1860 vantava già una fiorente vita musicale e culturale alle spalle. Eppure rimane una bella immagine di quanto protesa al commercio – “città-porto” davvero! – fosse la Trieste di quegli anni.
Un bel ricordo dei primi anni dello Schillerverein proviene da un testimone d’eccezione, quello stesso Julius Kugy che diverrà poi membro di spicco della Società. Nella biografia “La mia vita nel lavoro, per la musica, sui monti” (1969) Kugy ricorda quando appena bambino assistette a un concerto dello Schiller:
Ero ancora ragazzino quando la Società Schiller fece eseguire la Creazione di Haydin diretta da Heller (nel 1867). Fu in un teatro, il “Teatro Armonia”, dove eravamo tutti in un palco. Mio padre mi aveva preparato, ma ricordo che il sacro passo della Bibibia, scolpito per l’eternità: “Sia fatta la luce!” mi travolse. Il babbo aveva le lacrime agli occhi. L’orchestra era formata di professionisti e buoni dilettanti, il coro di membri della Società. La parte di soprano dell’arcangelo Gabriele era eseguita con voce affascinante da una signorina Ricci: portava un abito celeste, angelico, e a me sembrava che fosse appena discesa dal paradiso. C’era un tenore stupendo, primaverile, il dotto Gnesda, e un bravo basso, Kitke, discepolo o imitatore di Standigl. La mamma rimase incantata dal duetto di Adamo ed Eva, eseguito in maniera nobile e commovente da una signora Goracucchi e un barone Giorgio von Zahony. In noi restò viva a lungo, quella Creazione.
Fonti: Pierpaolo Dorsi, La collettività di lingua tedesca, in Storia economica e sociale di Trieste. I, La città dei gruppi (1719-1918), a cura di Roberto Finzi e Giovanni Panjek, Trieste, Lint, 2001
Silvana De Lugnani, La cultura tedesca a Trieste dalla fine del 1700 al tramonto dell’impero absburgico, Edizioni Italo Svevo, 1986.
Giuseppe Radole, Lo Schillerverein a Trieste: storia e personaggi; con i contributi di: Paolo Da Col, Adriano Dugulin, Eugenio Ravignani, Marco Sofianopulo, Marco Maria Tosolini, Pietro Zovatto, in memoria di Giuseppe Radole; a cura di Marco Sofianopulo, Udine, Pizzicato, 2010


