America in fiamme dopo la morte di Floyd: se ‘Antifa’ non è libertà, e preoccupa

02.06.2020 – 14.54 – George Floyd è un disoccupato con una particolare caratteristica che negli Stati Uniti non è di solito sinonimo di uguaglianza: ha la pelle nera. Entra in un negozio, e commette un reato grave: compra le sigarette pagando con una banconota falsa. Vista e considerata la rilevante entità del fatto, i gestori del negozio, che se ne accorgono subito, rincorrono Floyd, ma lui non le vuole restituire e loro decidono di chiamare la polizia; tutto sommato, è legittimo, non fa niente se le sigarette non valgono nulla e che, se si fosse deciso di regalargliele, Floyd sarebbe ancora vivo. È una questione di principio: entrare in un negozio e rubare non si può. Quello che i gestori del negozio non possono sapere è che con la seconda auto della polizia arriveranno gli agenti Derek Chauvin, 17 provvedimenti disciplinari a carico (uno dei quali per un conflitto a fuoco mortale), e Tou Thao, che, come il nome fa capire, di bianco non ha nulla; anche lui con provvedimenti disciplinari a carico. Una bella coppia, di quelle che nei telefilm fanno molto polizia corrotta e violenta. Com’è andata a finire, lo sappiamo; anche che quello di George Floyd non sia altro che un assassinio brutale lo sappiamo già. Il giudice dovrà pronunciarsi, ma le prove video sono schiaccianti: Chauvin soffoca Floyd mentre Thao fa la guardia. Ci fermiamo qui; l’America è anche quella di un razzismo che non è mai scomparso, che si è solo sopito per breve tempo negli anni Novanta e che è riesploso più di prima, negli anni 2000, con la rinascita del suprematismo bianco. Assieme alla protesta, largamente pacifica, contro gli agenti di polizia americani, si scatena anche la rabbia Antifa: e qui ci fermiamo, per cercare di capire che cosa sia il movimento che Donald Trump vuole ora equiparare al terrorismo e perché abbia scatenato una raffica di scontri violentissimi che fanno apparire quelli di Hong Kong come un nulla (e sanciscono l’1 a 0 mediatico di Xi Jinping contro Trump, naturalmente solo in superficie, per quanto riguarda i diritti umani).

Antifa, una sigla in colore rosso e nero che non è lontana dai muri di casa nostra e che abbiamo visto, anche di recente, sulle nostre strade, non è una vera e propria organizzazione (e questo è il primo problema di Donald Trump). Si tratta di un movimento eterogeneo. La sigla sta per ‘antifascista’; con l’antifascismo, però, anche se affonda le sue radici negli anni Venti e Trenta dell’Italia e della Germania del secolo scorso (nella parte sinistra del panorama politico) ormai ha poco a che fare: i suoi appartenenti si descrivono come socialisti, anarchici, comunisti o genericamente anticapitalisti, uno spettro piuttosto ampio che alla fine vuol dire tanto e niente. Quando vanno in manifestazione per provocare si vestono di nero, coprono la faccia con una maschera; e spesso durante le proteste indossano un elmetto per non essere identificati: sono i ‘black bloc’, a Genova distrussero negozi e bancomat, un simbolo capitalista, e incendiarono automobili, provocando una reazione della polizia che andò oltre ogni limite e diritto umano. Proprio il non avere scrupoli di fronte all’uso della violenza li ha distinti da altri gruppi; è un movimento maschile, ma non solo, e fra i ‘black bloc’ impegnati nel lancio di pietre si sono più volte viste anche molte donne al grido di ‘colpiamoli come si meritano’. Antifa non ha veri e propri capi, o vere e proprie sedi; non ha un manifesto politico preciso o una chiara ideologia che non sia quella della contrapposizione a tutto ciò che i suoi aderenti ritengono ‘di destra’ o, come si sente dire più spesso, ‘fascista’: cattolici, moderati, repubblicani, liberali, persone persino di sinistra democratica e comunque molto lontane dalle ideologie totalitarie sono stati più volte etichettati da Antifa come ‘fascisti’. Un’etichetta che può essere meglio letta come ‘diversi da noi’, e in effetti non sembra esserci un filone di pensiero unico che unisca gli aderenti al movimento, che raccoglie anche ambientalisti, No-Tav e No-Tutto, movimenti per la liberalizzazione e il sostegno all’immigrazione, appartenenti a minoranze (negli Stati Uniti, quelle indigene come gli indiani americani) o attivisti LGBT, se non la pura e semplice opposizione all’autorità costituita: in questo risuona Pierre-Joseph Proudhon, morto nel 1865, padre dell’anarchismo che non è anarchia in quanto essendone l’applicazione del metodo di lotta ammette, appunto, anche la violenza stessa e le regole d’ingaggio, finendo per essere contraddittorio e sconfinare in ciò che si prefigge di combattere. Per gli anarchisti, ‘fascismo’ vuol dire in ultima istanza ‘stato’, e Mussolini non c’entra.

Negli Stati Uniti, il procuratore generale William Barr ha accusato elementi radicali violenti di essersi inseriti nelle proteste, pacifiche e legittime, per la morte di George Floyd in modo da provocare violenza e caos per loro scopi personali; oggettivamente, è quello che è accaduto, e l’FBI si è mobilitato per identificare e arrestare gli agitatori violenti appartenenti ad Antifa e ad altri gruppi analoghi. Gli anarchici statunitensi, naturalmente, non sono rimasti in silenzio e hanno accusato il Governo di dare la colpa a loro senza prove, ricordando che la protesta è una reazione popolare di massa contro un sistema corrotto e ingiusto. Dichiarare Antifa come gruppo terroristico, a ogni modo, per Donald Trump non è così semplice: condannarlo a priori e senza indagini, sulla base della sola ideologia per quanto contrapposta a ogni forma d’ordine, sarebbe anticostituzionale e contrario alla libertà di pensiero e d’espressione. Anche se contro i gruppi di destra (è accaduto nel 2012 a Chicago o a Charlottesville nel 2017 in risposta alla strage compiuta da un neonazista), Antifa brandisce spranghe e manganelli, e va all’assalto; in Oregon e in California gli appartenenti al movimento hanno sfondato porte e finestre e lanciato bottiglie Molotov. E anche se una parte del movimento Antifa vorrebbe la protesta non violenta, fatta di manifestazioni pacifiche, graffiti e manifesti, discorsi e canzoni; purtroppo non sembra essere in maggioranza. Le frange anarco-insurrezionaliste legate alla sinistra radicale ed estrema paiono aver preso il sopravvento (sabato, su Telegram, sono circolati messaggi che hanno definito la Guardia Nazionale del Minnesota come ‘facile bersaglio’ incoraggiando le persone a rubare le armi ai poliziotti e a usarle), e questo ha ormai sollevato la preoccupazione delle istituzioni, perché la destra suprematista bianca non starà a guardare: la risposta di un presidente degli Stati Uniti che incita a ‘sparare ai saccheggiatori’ in un momento in cui il rispetto dei diritti civili è fragile sotto il peso delle restrizioni causate dal Coronavirus non aiuta.

Ed ecco che, di fronte alla verticalizzazione della risposta, il timore per ciò che accade negli Stati Uniti, al di là dell’orrore (nient’altro si può provare) per il gesto di Derek Chauvin, l’agente che ha ucciso Floyd, arriva anche da noi. Ed è spaventoso vedere come molte delle mostruosità verbali degli anni Trenta si ripresentino di nuovo, e si trasformino poi in spari di pallottole di gomma contro la folla e in bottiglie incendiarie: che siano questi mostri vestiti in giacca blu e cravatta rossa, o portino una maschera nera sul viso e un elmetto, non c’è differenza.

[r.s.]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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