30.05.2020 – 08.00 – Il professor Euro Ponte, medico clinico studioso di storia della medicina, offre il suo contributo sul tema delle pandemie, spaziando dalla loro storia sia a livello mondiale che locale, i vaccini e la funzione dei lazzaretti.
Professore, ci spiega innanzitutto la differenza fra i concetti di pandemia, epidemia ed
endemia?
«Per pandemia si intende un’infezione che, come ormai tutti sanno, va a riguardare tutta la Terra. La pandemia più importante prima del Coronavirus è stata l’influenza spagnola, che partì dall’America e arrivò in Europa passando per la Spagna e da lì si diffuse in tutti i continenti. Uccise centinaia di migliaia di persone perché favoriva la formazione di altre infiammazioni che indebolivano l’organismo, perciò la gente moriva di tubercolosi e di altre patologie, ma non propriamente di spagnola. Le epidemie invece sono delle potenti infezioni momentanee che riguardano determinati territori, le quali spariscono per poi ritornare a distanza di qualche anno. Esempi di epidemia sono la febbre gialla, il vaiolo, tifo, colera, tubercolosi, sifilide, quest’ultima portata solitamente dalle truppe. Per endemia, infine, si intende un’epidemia “stabilitasi” in un determinato territorio ben circoscritto e che lì vi rimane, la più caratteristica era la malaria, presente nelle zone paludose, come ad esempio l’Agro Pontino».
Si dice che la storia tenda a ripetersi. Ciò si può dire anche per i vaccini, visti con
diffidenza già fin dalla loro scoperta.
«La vaccinazione serve per uccidere il virus. Questo, per riprodursi, ha bisogno di trasmettersi da uomo e uomo. Perciò se tutti si immunizzano il virus muore, quindi la vaccinazione aumenta le difese personali, si tratta di un’azione preventiva. Così come ora ci sono persone che non vogliono vaccinarsi per convinzioni personali, un tempo la gente non si vaccinava per motivazioni religiose, ritenendo che le malattie fossero una volontà di Dio. La Chiesa nel Passato era il “sostegno” alle malattie. Pensiamo alla peste del Manzoni: dopo ogni processione organizzata per chiedere l’aiuto divino per sconfiggere il morbo che di volta in volta flagellava le città, ci si accorgeva che c’erano dei nuovi picchi epidemici. Una spinta decisiva alla causa la diede Napoleone che obbligò alla vaccinazione i suoi soldati, i quali tornavano a casa e non si ammalavano. Solo a quel punto anche la popolazione si rese conto che vaccinarsi serviva».
Quali sono state le epidemie più importanti della storia?
«La peste di Atene, quella dell’epoca di Giustiniano e la peste nera del 1348 furono tre epidemie che distrussero una fetta enorme di popolazione. Questa peste aveva la caratteristica di risolversi in brevissimo tempo. La persona colpita, poteva ammalarsi e morire in pochi giorni, a volte anche in 24 ore. Ciò molto spesso non consentiva all’afflitto di confessarsi, finendo con il morire in peccato mortale».
Poi arrivarono i lazzaretti…
«Il lazzaretto porta in sé il concetto di isolamento come difesa e nacque a Ragusa, poi Venezia lo fece suo. Con l’ingrandirsi della sua potenza commerciale, anche a Trieste si cominciarono a costruire dei lazzaretti, che nel settecento erano due: il primo si trovava dove adesso c’è il museo del mare, il secondo fu costruito nella zona dell’attuale stazione centrale. Ad un certo punto, siccome le norme igieniche migliorarono, i due furono uniti in uno solo, più grande, a Punta Grossa, molto fuori città».
Quale fu l’ultima ondata epidemica che si riscontrò a Trieste?
«L’ultima peste arrivò a Trieste nel 1848, portata dalle truppe austriache che tornavano da Venezia per rientrare all’interno dell’impero. Trieste scontò un’epidemia importante che l’ammiraglio della flotta di guerra asburgica del tempo così descrive: “La città è invasa da suffumigi, odori acri e lutti. La disinfezione dell’ambiente viene raccomandata con il fuoco, la calce viva e la varechina (quest’ultima come accade adesso). Viene raccomandato l’utilizzo di aceto, catrame, pece e ginepro”. La mortalità fu tra il 40% e il 50% dei colpiti. A quel punto si capì che era necessario disinfettare le navi che arrivavano in porto e le merci che vi erano caricate».
Quali sono le prospettive per combattere il Coronavirus: attendere il vaccino oppure
utilizzare terapie alternative?
«Io credo che dovremo percorrere entrambe le strade. Parallelamente alla ricerca di un vaccino è necessario trovare delle terapie valide e omogenee con le quali curare il virus. Ritengo che l’ideale sarebbe trovare il vaccino, ma allo stesso tempo trattare le forme acute con le medicine e le adeguate terapie. La storia ci dice che dall’800 qualcosa è cambiato. L’igiene di oggi non è neanche lontanamente paragonabile a quello di duecento anni fa, ma a causa – o grazie – al Coronavirus, siamo già stati costretti a compiere un ulteriore passo in avanti in quanto a rispetto delle norme igieniche».
g.p


