Immunità di gregge, uno studio CIDRAP la suggerisce come unica strada

02.05.2020 – 15.28 – Per quanto a lungo continueranno la diffusione del Coronavirus Sars-CoV-2 e il rischio di malattie respiratorie nei paesi che sono stati raggiunti da esso? Fino a quanto il settanta per cento della popolazione non sarà stato contagiato, con l’inizio degli effetti dell’immunità di gregge. È quanto suggerisce il lavoro del centro per le malattie infettive del Minnesota (CIDRAP), e di questo ha parlato ieri alla CNN il suo direttore, Mike Osterholm. “L’idea che il virus possa scomparire presto”, ha dichiarato Osterholm, “sfida la nostra conoscenza della microbiologia”. Il rapporto del CIDRAP in realtà descrive scenari che si avvicinano molto alla ‘strada svedese’, che, a quanto sembra, nonostante non sia riuscita a prevenire un numero di decessi piuttosto elevato fra gli anziani e sia stata la più largamente criticata (soprattutto dall’Italia) fra febbraio e marzo, sta dando i risultati migliori, conducendo via via la popolazione proprio verso l’immunità naturalmente acquisita e limitando i danni all’economia del paese. Il CIDRAP del Minnesota descrive uno scenario di partenza nel quale nessuno, visto che si tratta di un nuovo virus, ha questa immunità naturale, che viene però via via sviluppata in uno spazio di tempo fra 18 e 24 mesi, fino a mettere all’angolo il virus stesso e a non consentirgli più di diffondersi nella comunità umana perché non trova più un numero sufficiente di ospiti.

L’Italia, e non solo, ha fatto perlomeno in linea di principio esattamente il contrario, ovvero prevenire il contatto fra il virus e l’ospite umano attraverso misure di distanziamento sociale molto rigide, quasi totali; in questo modo però, oltre a non aver raggiunto in termini numerici i risultati sperati, quasi promessi (il picco di contagio non è affatto crollato attorno al 22 di marzo, com’era stato previsto, ma è sceso molto più tardi e non di colpo), il nostro paese si trova ad avere una popolazione esposta al rischio di contatti con l’esterno. Cosa che se anche potrebbe funzionare in un contesto chiuso, di paesi con confini e case blindate, non funzionerebbe più se pensassimo, i confini, di riaprirli, consentendo di nuovo il libero commercio e i viaggi dei quali una nazione come la nostra ha un bisogno estremo: nessun italiano (tranne chi è già stato malato) sarebbe al sicuro da contagi d’importazione, ritrovandosi a essere in una condizione di immunodeficienza, mentre per contro chi viene da paesi che hanno adottato misure meno rigide sarebbe più protetto. Il paese che ha scelto il turismo, l’enogastronomia, l’ospitalità come eccellenze, l’Italia, si troverebbe così costretto a doversi auto-isolare e a ripartire molto più tardi delle altre nazioni del mondo, con conseguenze che possiamo immaginare.

Il rapporto del CIDRAP espone risultati diversi da quelli di altri modelli presentati ad esempio dall’Università di Washington o dall’Imperial College di Londra, che hanno ipotizzato milioni di possibili morti, spingendo i rispettivi governi a misure restrittive; la motivazione addotta è quella della necessità di guardare anche alla storia, nella costruzione del modello previsionale, e non solo alla matematica, perché i fattori in gioco sono molti e molto complessi. Dall’analisi della storia di altre epidemie, quella di Covid-19 appare come molto più simile a un’influenza pandemica che ad altro. Il periodo d’incubazione piuttosto lungo permetterebbe quindi una maggiore diffusione, e quindi una durata, per quanto riguarda il rischio, di almeno due anni, ma il numero di asintomatici sarebbe molto grande e quindi la letalità del virus andrebbe ricalcolata. Non sarebbero realistiche quindi le speranze di poter riprendere presto una vita almeno in parte senza rischi, ma neppure le previsioni catastrofiche di strage: l’ipotesi più solida appare secondo i ricercatori statunitensi quella di dover convivere con la presenza del virus imparando a far attenzione alle norme igieniche e via via sviluppando l’immunità per contatto, tenendo sotto controllo i casi più gravi di malattia e isolandoli, da qui ad almeno metà del 2021, mentre il virus, lentamente, scompare dall’ambiente in cui viviamo oppure rimanendovi ma senza essere più pericoloso.
Esiste una possibilità che la seconda ondata del virus, in autunno, porti un numero di contagi rilevante, e le nazioni dovrebbero quindi prepararsi a reintrodurre misure per mitigarlo su base temporanea; altri studi hanno nel frattempo evidenziato come siano i primi quindici giorni a essere fondamentali, trascorsi i quali la quarantena perde efficacia e si può allentare. La possibilità della seconda ondata importante, analoga a quanto accaduto con linfluenza Spagnola, non è però una certezza: una ulteriore possibilità che ha elementi concreti è che ci sia un lento e continuo progredire dell’infezione, che si protrae nella finestra di tempo dei 18-24 mesi indicati, ma che può essere tenuto sotto controllo.

L’Italia starebbe quindi, impegnata com’è a seguire le direttive del comitato tecnico-scientifico istituito da Giuseppe Conte, sbagliando clamorosamente strada? Può essere, anche perché i calcoli stessi della task force di Vittorio Colao non convincono tutti: l’Inkiesta ipotizza, riportando uno studio statistico-matematico indipendente, che il documento che ha spinto Conte a non avere più coraggio nelle riaperture e che è frutto del lavoro di Colao possa contenere errori di calcolo di quasi il 200 per cento, che porterebbero a un numero di ipotetici pazienti in terapia intensiva tale da rappresentare un paese di 150 milioni di abitanti, ma in Italia siamo meno della metà: scenari con basi numeriche di riferimento sbagliate, che per qualche motivo sono stati comunque utilizzati come base di ragionamento per un ritorno alla normalità molto, molto lento. A questo aggiungendo che strumenti come App, mascherine, guanti, se l’unica maniera per potersi dimenticare del virus è quella di vivere assieme a esso e diventare immuni, paiono quindi per la popolazione generale più palliativi che misure efficaci, utili se utilizzati solo in specifici contesti e atti solamente a tenere sotto controllo, non impedire, un’infezione graduale di tutta la popolazione. Qualcuno, nel frattempo, con ordini di mascherine di protezione dalla Cina sembra essersi arricchito o almeno averci provato, e sicuramente quella dei dispositivi di protezione individuali, delle sanificazioni dei locali e delle consulenze potrà diventare per qualche anno un mercato promettente per chi sarà in grado di inserirsi prontamente in esso. Nel frattempo, le uniche due misure che risultato scientificamente efficaci sono il distanziamento volontario e il lavarsi spesso: è quello che l’OMS aveva detto da subito ed ha continuato a dire, e avercela con l’organizzazione mondiale è un po’ un peccato (no; bloccare i voli da un paese solo non serve, ed è risultato anzi controproducente). Il vaccino, prima del 2021, non ci sarà, e le sfide che lo stesso porrà in termini di efficacia e problematiche di produzione e distribuzione globale sono ancora tutte da comprendere.

[r.s.]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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