Coronavirus, è come la Spagnola? Il mistero delle Svalbard

01.05.2020 – 10.07 – Il paragone tra la pandemia di Spagnola del 1918-19 e l’attuale pandemia da Coronavirus, che viene fatto con insistenza da più parti, è sicuramente suggestivo e preoccupante, anche perché si tenta di fare delle previsioni in base a quanto successe allora.
La questione merita un approfondimento, si cercherà di vedere se i confronti sono fondati. L’influenza Spagnola fu una pandemia influenzale, causata da un virus insolitamente letale, che fra il 1918 e il 1919 uccise decine di milioni di persone nel mondo [morti stimati 50 milioni]. Fu la prima delle pandemie del secolo. Infatti, poi ce ne furono altre, molto meno aggressive. Nel 1957 ci fu la pandemia da influenza Asiatica (A/H2N2) seguita nel 1968 dalla pandemia Hong Kong (H3N2), che solo in Italia provocò 20.000 decessi. Arrivò a infettare circa 500 milioni di persone in tutto il mondo, provocando il decesso stimato di 20-40 milioni di persone, ma probabilmente furono di più. Fu una strage.

La grande variabilità numerica riportata dalle fonti è dovuta alle differenti modalità di notifica e conteggio applicate nelle varie parti del globo. In pratica, i decessi delle pandemie furono superiori a quelli delle due guerre mondiali.
La maggior parte delle epidemie influenzali colpisce quasi esclusivamente pazienti anziani o già indeboliti; al contrario, la pandemia del 1918 fu particolarmente aggressiva con giovani adulti, precedentemente sani.
Il virus della Spagnola induceva nei sistemi immunitari più giovani e reattivi un fortissimo incremento di citochine, che avrebbero dovuto avere una funzione protettiva e invece favorivano l’insorgenza di gravissime polmoniti ed emorragie diffuse nel giro di pochi giorni. Nel 1918, il trasporto aereo era appena agli esordi, e l’influenza spagnola impiegò più tempo a diffondersi attraverso il pianeta; in alcuni luoghi arrivò dopo mesi, in traghetto o in ferrovia, ma alla fine poche zone furono risparmiate. La maggior parte del mondo era impegnata nella guerra e sottoposta alla censura militare, mentre l’unico paese dove l’epidemia e i suoi effetti potevano essere affrontati e discussi liberamente era la Spagna, da cui il nome. A ciò si aggiunsero la mancanza di informazioni sanitarie e la condivisione di esperienza pregresse o schemi terapeutici. Quasi ovunque il contagio si diffuse dai porti frequentati dalle navi che trasportavano le truppe; ci furono ben tre ondate epidemiche e la seconda fu la più devastante.

Nella primavera del 1918 i medici militari intuirono che stava succedendo qualcosa di strano negli ospedali da campo e che era un’epidemia grave che colpiva i militari di tutti i paesi contendenti, ma non erano in grado di affrontarlo né di giustificare una simile letalità rispetto al passato. Le operazioni belliche fecero passare in seconda linea questi problemi, visto che i soldati già normalmente morivano di tifo e colera. Ma era davvero influenza?
Tale fu la devastante capacità di contagio e letalità che per decenni ci si chiese se davvero un virus influenzale della famiglia dei Mixovirus avrebbe potuto scatenare una simile ecatombe; da qui, il mistero delle isole Svalbard e le analisi sui corpi perfettamente conservatisi per 80 anni nel permafrost. Come in un romanzo, nel 1998 vennero riesumati i corpi dei giovani marinai norvegesi deceduti alle Svalbard e prelevati dei campioni istologici, per individuare isolare e mappare il genoma del virus o dell’agente patogeno che aveva ucciso quei poveri ragazzi nel lontanissimo settembre del 1918. Sul luogo delle fosse venne realizzata una struttura a pressione negativa per scongiurare una eventuale diffusione accidentale di un agente patogeno ancora infettante. Infatti, per la criptobiosi, si poteva temere la possibilità che dei microrganismi ignoti potessero riattivarsi in presenza di condizioni ambientali ridivenute favorevoli, anche a distanza di così tanto tempo.
Alla fine delle analisi, effettuate presso l’Università di Toronto, si giunse alla conferma che si era trattato di un virus appartenente alla famiglia dei Mixovirus (A H1N1) di origine aviaria. I virus responsabili delle epidemie influenzali annuali. Quindi si era trattato proprio di influenza, anche se molto patogena.

E allora? L’attuale pandemia è causata da un virus completamente differente, appartenente alla famiglia dei Coronavirus. Questa è la prima fondamentale distinzione.
Mixovirus e Coronavirus sono due famiglie di virus molto diverse tra loro per caratteristiche, trasmissibilità, tassi di attacco e letalità. Il virus influenzale inoltre muta con cadenza annuale e si ripresenta in autunno inoltrato, cosa che i Coronavirus non fanno. È la ragione per cui il vaccino antinfluenzale deve essere aggiornato e modificato ogni anno e vengono fatte le campagne di vaccinazione di massa. Ma non solo; il virus influenzale H1N1 della Spagnola aveva subito una mutazione talmente importante da generare una malattia infettiva inedita, aggravata dalla assenza di una immunità pregressa da parte delle popolazioni. Induceva nei giovani, con sistema immunitario perfettamente funzionante delle risposte paradosse abnormi che causavano danni multiorgano. Colpiva, sorprendentemente, i soggetti al di sotto dei 40 anni, mentre il Covid -19 è patogeno dai 65 anni in su. In aggiunta, si diffuse alla fine di una lunga guerra che aveva indebolito le popolazioni dal punto vista sanitario e alimentare. Il virus poté diffondersi rapidamente perché le truppe erano ammassate nelle trincee ed i lavoratori erano costretti a lavorare anche ammalati per rifornire i soldati al fronte, e il segreto militare, applicato in tutte le nazioni in guerra, occultava ogni informazione. Questa è un’altra differenza fondamentale: oggi, l’informazione, grazie ad internet, ai network fra laboratori di ricerca e alla condivisione dei dati scientifici, determina un approccio ed una capacità di risposta molto differenti ed estremamente più rapidi, inimmaginabili nel 1918.

Questi elementi permettono di giungere alla conclusione che la “Spagnola” e l’attuale epidemia di Coronavirus non sono paragonabili. Ne consegue che essendo l’agente infettante dell’attuale pandemia un Coronavirus, non c’è alcun elemento oggettivo per potere prevedere o supporre altre ondate epidemiche fra 6-8 mesi o una cadenza periodica annuale, come accade con l’Influenza.
Il solo termine pandemia non giustifica paragoni o similitudini tra Mixovirus e Coronavirus, che oltretutto non sembrano fondate sulle conoscenze storiche epidemiologiche note. La possibilità, invece, molto più concreta è legata non ad una imprevedibile seconda ondata intraepidemica fra mesi, ma ad a una ripresa entro fine maggio 2020, della attuale. Se la Fase 2, che inizia il 4 maggio, non venisse affrontata con gradualità e cautela mantenendo il distanziamento sociale e monitorando l’andamento della curva (infetti, decessi e ricoveri) con particolare attenzione a R0 (il tasso netto di riproduzione) si potrebbe assistere ad una ripartenza della catena dei contagi.

Fulvio Zorzut