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sabato, 13 Agosto 2022

SARS-CoV-2 e tecnologia: come cambia la pandemia nell’era digitale

20.04.2020 – 19.08 – La corrente pandemia dovuta al virus SARS-CoV-2 è stata paragonata a diverse altre nella storia, prima tra tutte quella di Febbre Spagnola degli inizi del secolo scorso. Eppure, è unica nella storia per diversi motivi, uno fra tutti la tecnologia: è la prima che viene affrontata nella cosiddetta era digitale. Uno degli effetti più visibili, che stiamo sperimentando tutti, è il flusso continuo di informazioni che riceviamo costantemente e da ogni dove, che di certo sarebbe stato impossibile anche solo una trentina di anni fa. La tecnologia, in particolare nell’ambito informatico e delle telecomunicazioni, sta anche facendo molto di più, diventando parte integrante della ricerca e delle misure che molti stati stanno mettendo in opera per difendere la popolazione, Italia compresa.

Una cosa che tutti abbiamo sentito nominare sono le simulazioni che i laboratori di tutto il mondo stanno operando sia per prevedere gli sviluppi della pandemia che per sviluppare farmaci per combatterla. I matematici costruiscono i modelli che permettono di analizzare milioni di dati e avere delle previsioni sull’andamento della pandemia; gli informatici lavorano con i biologi per permettere di simulare il comportamento del virus e la reazione che le terapie mediche potrebbero avere su di esso e sulle cellule. La potenza di calcolo che è impiegata nel mondo per far funzionare tutto questo è incalcolabile, basti pensare che in Italia, per la ricerca, è stata messa a disposizione la potenza di calcolo di varie sedi dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, paragonabile a quella usata per scoprire il bosone di Higgs.

Oltre a questi usi della tecnologia, importanti ma in qualche modo astratti, ce ne sono altri che invece potrebbero a breve diventare parte integrante della nostra vita di tutti i giorni e che lo sono già in alcuni Paesi. Alcuni esempi arrivano dalle politiche ormai piuttosto famose adottate dalla Corea del Sud. Oltre a fare moltissimi test gratuiti o comunque a basso costo alla popolazione, grazie agli smartphone il governo di Seul sta tenendo traccia di tutte le persone contagiate e, allo stesso tempo, informando i cittadini di tutti i casi accertati che si trovano vicino a loro, fornendo anche una mappa dei luoghi visitati da ciascuno dei contagiati. Questo è possibile impiegando contemporaneamente dati provenienti da diverse fonti: dai dati GPS dei cellulari a quelli dei pagamenti con carte di credito.

I provvedimenti però non si fermano qui: coloro che si trovano in quarantena obbligatoria sono strettamente monitorati. Due volte al giorno un responsabile li chiama sia per controllare che siano a casa, sia per prendere nota dell’evolversi dei sintomi. Anche questo controllo però è stato affiancato da una app che permette sia la localizzazione della persona che la possibilità di inserire i dati relativi all’evolversi della malattia. Tutti i dati raccolti vengono poi inviati ai centri medici e di ricerca per studiare gli effetti del virus.

La Corea del Sud non è stato l’unico stato ad impiegare della app per combattere la SARS-CoV-2. Altri due esempi sono la Cina e il Kazakistan.  Se la prima era prevedibile, e ai dati del cellulare affianca perfino i dati raccolti grazie alle tessere per i trasporti pubblici, il secondo lo è meno e ci dà un’idea di quanto queste tecnologie siano diffuse. In particolare, il governo kazako sta usando la tecnologia per assicurarsi che la quarantena venga rispettata, usando sia un’app che la video sorveglianza.

I metodi sopra citati hanno fatto emergere diverse preoccupazioni riguardo alla privacy. Per ora, qui in Italia come in molti altri paesi occidentali, sono stati usati diversi dati riguardanti la popolazione per monitorare l’andamento della pandemia e cercare di arginarla. Ad esempio, la conta giornaliera dei nuovi contagi permette di misurare l’efficacia delle misure prese e aiuta a creare modelli per prevedere l’andamento della pandemia. Questi studi, fatti a livello di intere popolazioni, non sono dissimili da quelli fatti normalmente dall’ISTAT e non hanno un impatto sul singolo individuo. Quando si parla però di tracciamento dei casi, la cosa cambia. Queste strategie sembrano essere molto efficaci, e potrebbero essere molto importanti una volta che l’isolamento sarà finito, in modo da tenere sotto controllo i contagi ed evitare nuovi grandi focolai. È possibile proteggere la riservatezza dei cittadini e nel frattempo adottare questo tipo di misure?

In figura uno schema di massima deel funzionamento della applicazioni per il tracciamento dei contagi

La risposta suggerita da Jennifer Daskal, professoressa associata di legge e insegnante nel corso Tecnologia, Legge e Sicurezza presso la American University Washington College of Law, in un articolo apparso su The Conversation (Digital surveillance can help bring the coronavirus pandemic under control – but also threatens privacy 09/04/20) sembra essere di sì, però non è una cosa facile e sono molti gli aspetti a cui fare attenzione. Come prima cosa il sistema di tracciamento, ed eventualmente raccolta dati, dovrebbe essere open source e decentralizzato. Queste caratteristiche implicano che il software non solo è gratuito, ma che non c’è un’organizzazione che lo possiede e possiede tutti i dati. Questo, insieme all’anonimato degli utenti, garantirebbe che tutti i dati siano a disposizione e non sia possibile manipolarli, usarli per scopi commerciali o ricondurli ad un singolo.

Jennifer Daskal prosegue evidenziando l’importanza che questa tecnologia abbia solo e soltanto questo scopo, sempre per prevenire l’uso improprio dei dati, e che qualunque richiesta dei singoli governi per ottenere maggior controllo sui dati personali dovrebbe essere esaminata molto attentamente ed avere una validità limitata nel tempo. Conclude poi che, se è vero che i dispositivi di tracciamento possono essere un aiuto prezioso, non dovremmo mai dimenticare che in ballo ci sono i nostri dati, la nostra privacy.

Anche l’Italia si sta impegnando per trovare nuove tecnologie che possano aiutare nel fronteggiare questa emergenza: per fare questo ha indetto il bando Innova per l’Italia, aperto ad aziende, centri di ricerca ed università, e diviso in due parti. La prima si articola in tre call for action, corrispondenti a diverse aree di intervento: reperimento di dispositivi di protezione individuale, in particolare mascherine e respiratori, produzione di strumenti per la diagnosi, come i tamponi, e tecnologie che aiutino a contenere, contrastare o monitorare la diffusione del virus. Questa parte del bando non ha una data di scadenza, dato che probabilmente saremo a caccia di soluzioni nuove e migliori ancora per un po’.

La seconda parte invece comprende due fast call, a cui era possibile aderire dal 24 al 26 Marzo: una per applicazioni, e soluzioni più in generale, per la teleassistenza per pazienti a casa, sia affetti da SARS-CoV-2 sia da altre patologie croniche. L’altra, invece, riguardante tecnologie di tracciamento continuo dei contagi, sia per individuare le persone a rischio che per monitorare la diffusione del virus. Quest’ultima parte è la più interessante, ed ha portato all’annuncio, fatto la sera del 16 aprile, della scelta da parte del Governo dell’App Immuni per il tracciamento dei contagi.

L’applicazione è un progetto di Bending Spoons SpA, che ne ha ceduto il codice allo stato in modo gratuito. Ovviamente particolare enfasi, si legge nel comunicato ufficiale, è data a come l’app protegga la privacy degli utenti, confermata anche dall’aderenza agli standard imposti dal Consorzio PEPP-TT (Pan-European Privacy-Preserving Proximity Tracing). I cittadini potranno scegliere se scaricare o no questa app, che dovrebbe essere disponibile da maggio sia su Google Play che su Apple store, ma sarà veramente efficace solo se almeno il 60% della popolazione la scaricherà.

Immuni si compone di due parti: una dedicata al tracciamento dei contatti con gli altri utenti e l’altra che consiste in un diario clinico, dove registrare il proprio stato di salute e lo svilupparsi degli eventuali sintomi. La prossimità con altri utenti viene stabilita grazie al Bluetooth: se due dispositivi si connettono vuol dire che i due utenti sono in prossimità l’uno dell’altro. Il contatto viene registrato in quanto, durante la connessione, i dispositivi scambiano i propri codici univoci, assegnati nel momento in cui l’applicazione viene installata. I dati vengono conservati sul dispositivo dell’utente e le informazioni utilizzate solo se questo dovesse rivelarsi positivo al virus, nel qual caso un algoritmo stimerà il rischio di contagio e le autorità sanitarie provvederanno ad informare gli utenti a rischio raccomandando anche un protocollo da seguire.

Di più ovviamente si saprà solo quando l’applicazione sarà disponibile al pubblico, anche se potrebbe essere introdotta in anticipo per alcune aree con lo scopo di eseguire dei test. 

Spero che in questo periodo difficile siate riusciti almeno a fare qualcosa che vi piace e prendervi un po’ cura di voi e spero che questo articolo possa fare un po’ di chiarezza in questo periodo difficile e incerto. Ci rivedremo di nuovo in osmiza appena tutto questo sarà finito.

[g.b.]

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