“Raccontare è stato necessario per resistere”. Luis Sepùlveda, uno scrittore sociale

16.04.2020 – 21.10-Uno scrittore per me è un uomo o una donna a suo agio dentro la vita, nelle cose più apparentemente insignificanti
Luis Sepùlveda parla con parole chiare, semplici ed essenziali, tutte caratteristiche che ha sempre ritenuto necessarie per scrivere e per vivere nel modo più autentico.
Nella lunga intervista con Bruno Arpaia, intitolata Raccontare, resistere, pubblicata nel 2002 edizioni TEA, Sepùlveda si svela nella sua totale intimità, raccontando con orgoglio i passi che l’hanno reso fiero di essere un uomo, prima che uno scrittore.

Cresciuto da un nonno andaluso profondamente anarchico, che sposò una bellissima donna basca, cattolica, borghese e acculturata, Sepùlveda inizia a sperimentare l’amore per la lettura e il valore che si può imparare dalla letteratura, soprattutto quando il nonno la sera gli leggeva le ultime pagine del Don Chisciotte e una volta chiuso il libro, restava in silenzio. E sul letto di morte, prima di essere coperto con la sua bandiera rossa e nera, gli disse: “Quando stavo in carcere ad Almerìa giurai a me stesso che sarei vissuto non per vedere il trionfo della rivoluzione sociale, ma per leggere il Don Chisciotte ai miei nipoti. Ci sono riuscito.

Ma Sepùlveda preferì il partito comunista che le orme anarchiche del nonno e, ancora giovanissimo, creò nel suo quartiere la Cellula della Gioventù Comunista, iniziò a far parte della redazione dell’istituto che frequentava e che trasformò, insieme agli altri, in una rivista schierata per la letteratura sociale.

Amava profondamente Neruda, lo andava ad ascoltare nelle performance poetiche e spesso, si recava davanti a casa sua dove c’era una panchina “perfetta per leggere, ma soprattutto per ammirare i più travolgenti dei tramonti”.
Iniziò sempre di più ad avvicinarsi alla scrittura scrivendo radioromanzi di mezz’ora che poteva preparare solo in venti minuti; spesso per farlo, rubava i romanzi rosa che la sua ragazza del tempo leggeva e ne traeva ispirazione. Con i soldi dei radioromanzi si rese indipendente dalla famiglia e cominciò a scrivere le su prime poesie poi pubblicate a sue spese e rivendute in strada a pochissimi soldi. Fino all’arrivo del grande Pablo de Rohka che diventerà il suo maestro, dopo avergli detto che le sue poesie facevamo schifo, ma che aveva del talento da affinare.

Influenti e insuperabili sono stati nomi come Machado, Leòn Felipe, Cervantes e in seguito Cortazàr, Soriano e Hemingway, ma nessuno l’ha mai veramente modellato come ha saputo fare la politica. Scrivere era diventata la sua scelta di vita, ma non aveva senso farlo senza l’impegno sociale da cui trarne materiale necessario da poter trasmettere come testimonianza del vivere.

Per Sepùlveda l’importanza del testo scritto stava nella capacità di non partecipare direttamente con il trascorso della propria vita, ma saper raccontare solo il necessario: “Per me è essenziale non partecipare al racconto, fare in modo che lo facciano solo i personaggi: le esperienze personali hanno una legittimità solo se diventano funzionali alla storia.” (“Raccontare, resistere”, pag. 41)

E di storia, Sepùlveda ne ha vissuta tanta.

Combattivo nel partito, bisognoso di rendersi autonomo dal partito, soprattutto dopo la morte di Che Guevara, di nuovo fiducioso nel partito, un tira e molla continuo che come comune denominatore aveva sempre e comunque la fede nella politica, nel senso più nobile della parola.

Esiliato da Mosca per aver avuto una relazione con una professoressa, Sepùlveda ricorda quell’aneddoto come uno tra i più divertenti della sua vita: “Almeno ho avuto la possibilità di assistere a tantissime rappresentazioni teatrali di gran rilievo, a Mosca.

Con l’arrivo di Allende, per quanto titubante inizialmente, Sepùlveda sposò la sua causa: “Il fatto è che quel burguesito ti ispirava fiducia assoluta: con la sua coerenza e la sua calma era dappertutto. Allende spingeva la gente a farsi carico in prima persona delle trasformazioni, ad assumersi in proprio le responsabilità, insisteva sul fatto che quella piccola rivoluzione la stavamo facendo non per guadagnarci il paradiso socialista o per lasciare un’eredità alle generazioni future, ma per essere felici subito.” (Raccontare, resistere pag. 29), un’ideologia resa poetica dallo scrittore in tutte le sue opere: osare, credere, vivere.

Questa spinta sociale e questa autentica e atavica appartenenza alla politica, sono i principali motivi che hanno spinto Sepùlveda a rifiutare di essere visto solo come uno scrittore, solo come un politico, solo come un esiliato, solo come un ex compagno di carcere: “ A me interessa che mi riconoscano per quello che sono: un uomo che ha fatto una scelta di fronte alla vita, una scelta politica chiara, ma che non è un professionista del dolore. Per me l’esperienza del carcere, della tortura, è stata dura quanto quella degli altri”. (Raccontare, resistere pag. 41)

E se viene dato il dono della scrittura e lo si sa utilizzare a dovere, allora è possibile che si riesca a trasformare la drammaticità della propria esperienza come un volantino di propaganda nobile, al fine di rendere meno traumatizzante un vissuto, ma soprattutto ufficializzarlo affinché non venga dimenticato.

Si può dire, allora, che “grazie” al suo esilio e alla convivenza durissima con gli shuar nella Foresta Amazzonica, Sepùlveda ha potuto spiccare il volo per svelarsi nelle nostre letture: “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” è la sua prima opera pubblicata nel 1988, l’opera che lui chiama “un romanzo sull’esilio” che racconta attraverso i suoi personaggi, la sua personale esperienza sia naturale che esistenziale in quei sette mesi di vita, dove ha conosciuto veramente un vecchio che per sopravvivere alle brutture della vita, si rifugiava dentro i romanzi d’amore “leggendo parola per parola, un po’ alla volta”.

Ad oggi viene principalmente ricordato per “Storia di una gabbianella e il gatto” che le insegnò a volare, favola per adulti e bambini che ha conquistato il cuore di tutto il mondo, al punto da essere messa in pellicola per un film. C’è da dire, però, che nessuna delle sue opere (moltissime) non abbia meritato il successo dovuto, sia per le doti innegabili di talento, ma soprattutto per il coraggio e l’onestà con se stessi come principali tematiche che Sepùlveda ha sentito sempre l’urgenza di trasmettere, ricordando, in ogni sua opera, che il suo lavoro di scrittore è stato prima di ogni altra cosa un impegno sociale a cui lui non poteva sottrarsi.

 

Francesca Schillaci

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