01.04.2020 – 07.30 – L’inquinamento è un prodotto dell’uomo; ma nel gioco di numeri e indicatori, la natura può sparigliare le carte. È quanto avvenuto questo fine mese, a marzo inoltrato, quando nonostante la chiusura in divenire della Ferriera e lo stop alle attività industriali, le stazioni di rilevamento della qualità dell’aria registravano una forte concentrazione di polveri sottili. L’Arpa FVG che sta seguendo passo per passo le delicate operazioni di spegnimento dell’area a caldo di Servola, ha analizzato la situazione, rivelando come si tratti di polveri dal Caucaso, trasportate dalla Bora nostrana.
Si tratta dunque di un fenomeno molto simile a quando la Bora – una, due volte all’anno – riempie di sabbia terrazze e poggioli. In quel caso invece la polvere proviene dai deserti del Sahara.
Specificatamente l’Arpa è partita col raccogliere i dati delle stazioni di rilevamento che avevano registrato tra il 27 e il 29 marzo medie giornaliere tra 55 e 95 g/m3 capaci di far salire i livelli di PM10 oltre i valori limite.
Si è proceduto poi ad analisi microscopiche, fisiche e biologiche sui campioni di polvere raccolti. Mentre nel caso dei venti carichi di sabbia i granelli sono riconoscibili per il colore giallastro, in questo caso la polvere appariva come una densa patina color biancastro (avorio).
Ulteriori analisi sotto la lente del microscopio hanno rilevato come siano polveri caratteristiche degli ambienti temperato-freddi; da qui, considerando la fortissima Bora dei giorni scorsi, la deduzione che si tratti di polveri “russe” dalle lontane zone caucasiche.
Tuttavia quest'”ariosità” della Regione, specie a Trieste, solitamente è positiva: se la qualità dell’aria rimane buona, ciò è merito anche dei forti venti del Friuli Venezia Giulia.


