24.03.2020 – 16.00 – C’è stato, nella giornata di ieri, qualche primo dato incoraggiante su un possibile rallentamento dell’epidemia di Covid-19 che sta creando enormi preoccupazioni da un punto di vista sanitario e che sta impattando in modo altrettanto forte sull’economia del paese; è ancora però assolutamente troppo presto per fare una previsione su come la situazione possa evolversi. Abbiamo chiesto al dottor Fulvio Zorzut, medico epidemiologo specialista in igiene e medicina preventiva, di fotografare per noi la situazione a Trieste e in ambito più generale, e di esprimere la sua opinione.
Come definirebbe, dottor Zorzut, la situazione sul nostro territorio?
“Parleremo giustamente di Trieste, perché è la nostra città e poi della Regione; se mi permette, volevo un attimo richiamare l’attenzione su un dato che mi ha colpito, e che è l’accelerazione mondiale dei casi. In pratica, proprio da ieri. Questa mattina presto ho avuto modo di vedere i dati sul Covid-19 della John Hopkins University, assolutamente autorevoli – sono dati mondiali di assoluta sicurezza nella loro raccolta. I casi nel mondo sono oltre 381mila. Ma non è tanto questo numero a essere importante, quanto il fatto che la cifra stia aumentando di circa mille casi all’ora. La pandemia ha accelerato; stando così le cose a fine giornata, quindi non la prossima settimana, ci saranno già 400mila casi nel mondo, e così avanti, e domani mattina altri diecimila casi in più. Quindi c’è una accelerazione nella diffusione del contagio, non un rallentamento. E questo è il primo dato da mettere in evidenza”.
La situazione in Italia preoccupa allo stesso modo?
“A livello nazionale, e quindi anche a livello regionale, i dati continuano a essere in crescita: oggi siamo sostanzialmente al sedicesimo giorno di quarantena. Ieri i casi erano 50mila 418, e i decessi seimila e 78. Questi numeri in realtà hanno poca rilevanza – per chi ci ascolta o per il contesto specifico di cui stiamo parlando, naturalmente. Però consentono di verificare il fatto che c’è un dato preoccupante: in Cina, il tasso di letalità era del 3,4 per cento, non più alto e costante. Con i dati nazionali siamo al 9,5 per cento, quindi una differenza veramente importante: era al 7,1 per cento tre giorni fa.
Non credo, perché sarebbe un’ipotesi che apre scenari inesplorati, a una mutazione più aggressiva del virus. Io penso che l’Italia, nonostante il servizio sanitario sia efficace ed efficiente, stia pagando un’età media della popolazione molto alta, e la presenza negli infetti di altre malattie, di pluripatologie. E, ma questo non incide nel numero complessivo, la distribuzione dei casi nei decessi è nettamente a svantaggio dei maschi: tra i deceduti il 70 per cento sono uomini e 30 per cento donne. Non ci sono delle risposte precise sul perché di questo, si possono solo avanzare delle ipotesi”.
Si può già avere un quadro abbastanza preciso della distribuzione dei casi? Quali sono le criticità del Friuli Venezia Giulia?
“È presto, ma si può fare una disamina. Ho fatto la disamina partendo dai dati mondiali e poi quelli nazionali, perché i dati della nostra regione Friuli Venezia Giulia, per fortuna, mostrano numeri piccoli. Pur essendo oltre 900 casi, da un punto di vista statistico si tratta di un campione limitato, quindi è difficile stabilire un trend affidabile. Poi nella nostra regione, e quindi vengo alla sua domanda, e a Trieste in particolare, gli anziani: il Covid-19 è una malattia che interessa nel 22 per cento dei casi gli ultra novantenni, nel 19 per cento gli ottanta-ottantanovenni e nel 12 per cento i settantenni. Diciamo che dai 70 anni in su si verifica la grande maggioranza dei decessi; nella popolazione dai 0 ai 29 anni, c’è qualche caso a livello nazionale, ma sono marginali. Certo, c’è sempre qualche ragazzo, qualche bimbo, c’è anche un neonato, ma sono evidentemente delle situazioni eccezionali o particolarmente sfortunate. Sottolineo questo problema dell’età perché a Trieste uno dei problemi principali, che è di difficile soluzione, sono gli anziani ospiti nelle case di riposo. All’ITIS, come saprà, ci sono stati dei casi, ma anche alla casa di riposo Gregoretti, in Casa Serena, Casa Bartoli. La massima allerta per Trieste e anche per il Friuli-Venezia Giulia, perché c’è un grosso focolaio anche nella casa di riposo di Mortegliano, deve essere concentrato proprio su queste realtà. Fortunatamente, nell’oltre 60-65 per cento dei casi la malattia è banale o non ci si accorge neanche di averla avuta; c’è quasi un 7 per cento di asintomatici. Questo è un dato molto importante perché altrimenti, purtroppo, non si conterebbero i decessi”.
Dell’importanza di tenere in considerazione gli asintomatici, per quanto riguarda il modello di analisi del comportamento dell’epidemia, si parla molto.
“È importante farlo. Sia a Trieste che nel Friuli Venezia Giulia, come su tutto il territorio nazionale, se la Protezione Civile dice che ci sono 50mila positivi, essi sono certamente sottostimati di un fattore dieci. Non c’è dubbio nel fatto che ci siano mezzo milione se non di più di positivi al Covid-19 in questo momento. E secondo me possono essere anche molti di più. Il fatto che non si conteggino è perché sono patologie che, oltre a sovrapporsi a quelle dell’influenza per la quale siamo ancora nella coda stagionale, passano inosservate. I giovani spesso non se ne accorgono, non si rivolgono neanche al medico, non vengono conteggiati ed escono da qualsiasi raccolta dati”.
Possibile quindi, o addirittura probabile, che nei giovani non ci sia neppure la percezione della malattia? E che quindi essi non siano portati, per inconsapevolezza, a denunciare che stanno poco bene?
“Questo è sicuro, ma non perché siano immuni: i giovani non muoiono perché la malattia ha su di loro un esito diverso, non perché non si infettino. Infatti, una delle strategie iniziali, che però è stata presa solo da fine febbraio, è stata quella di chiudere le scuole. E devo essere sincero, in base alla mia esperienza precedente – ho seguito la SARS nel 2003 a Trieste – non sono gli adolescenti che si spostano il veicolo di infezione a casa, ma sono soprattutto i bambini delle scuole elementari, asili nido e scuole materne. Sono loro che possono portare il virus ai batteri ai genitori, ai fratelli o ai nonni. Nei giovani, nella stragrande maggioranza dei casi la malattia è o inapparente, o ritenuta banale”.
Come mai il 70 per cento di uomini fra i deceduti? Hanno altre patologie che possono essere più facilmente collegate al Covid e contribuire alla morte?
“È una domanda molto interessante, a cui purtroppo non c’è ancora una risposta. Un tempo si tendeva sempre a dire che le donne sono protette dagli estrogeni, ma in questo caso non è così, perché stiamo parlando di una popolazione prevalentemente infetta che decede tra i settanta e cento anni: le differenze ormonali tendono ad azzerarsi, e possiamo eliminarle dal ragionamento. Dire che è colpa del tabagismo, mi sembra anch’essa una forzatura: può essere una concausa, però anche questo mi sembra molto semplicistico”.
Oltre alla raccomandazione di osservale un autoisolamento stretto, si può fare qualcosa di più, da un punto di vista di screening sanitario o di intervento più diretto? O bisogna solo aspettare l’evoluzione della malattia e gli studi?
“Anche questo è un aspetto molto importante. Non ci sono una terapia antivirale specifica e una cura. Il ‘lockdown’, quando non ci sono altre armi al di là dei miracolismi e delle notizie a sensazione che appaiono sui media, è l’unica cosa che si può fare. Per il vaccino ci vorranno almeno 12, 18 mesi, probabilmente di più. L’unica arma che si ha da un punto di vista sanitario, e io mi occupo ovviamente solo della nostra regione e della nostra nazione, è creare un isolamento contumaciale, che normalmente dovrebbe essere volontario. Se si parla di 60 milioni di abitanti, la volontarietà può vacillare, e allora sono giuste le misure di controllo da parte delle Forze dell’Ordine. C’è un punto però su questo: lei mi avrebbe trovato molto più ottimista se dopo queste prime due settimane, che di fatto si sono esaurite domenica, l’isolamento contumaciale fosse stato rispettato rigorosamente, ma c’è una stata una gradualità. Ovviamente io non valuto gli aspetti economici: mi rendo conto che ci siano anche altre questioni molto gravi in ballo. Però essere troppo moderati nell’adozione di queste misure porta a un fallimento – se non totale, parziale – con la conseguenza immediata che invece di durare due settimane, venti giorni, il picco può durare anche un mese, un mese e mezzo se non di più.
Lei inasprirebbe ancora di più l’isolamento?
“Se mi chiede cosa avrei fatto io ancora – le rispondo da medico, e mi rendo conto che sono ovviamente proposte impopolari o che comunque possono creare grandi problemi dal punto di vista economico, andrebbe bloccata anche la mobilità via rotaia. La gente continua a spostarsi, e questo non fa altro che portare il virus dal punto A al punto B”.
Già in gennaio il CDC statunitense aveva iniziato a parlare dell’ipotesi che questo Coronavirus diventi endemico, sempre presente, come l’influenza. È d’accordo?
“Si. Ci sono due cose da dire: uno, il virus non circola certamente solo dal caso di Codogno del 21 di febbraio: c’è stato l’isolamento in Baviera a Monaco già il 24 di gennaio, e la comunicazione non è stata condivisa con i partner europei. Per esserci stato un caso in Germania il 24 di gennaio, verosimilmente il virus circolava già a Natale: sta circolando nella popolazione europea e italiana già da tre mesi. Tenga presente questo: quando c’è l’epidemia influenzale e un caso di influenza culmina in polmonite, non si fa la ricerca del virus che ne è stato la causa, si fa una diagnosi presuntiva, si dice che è influenza perché si sa che l’epidemia di influenza è in corso. Però, quest’anno, quella causa avrebbe potuto anche essere un Coronavirus. Per arrivare però a dire con certezza che dovremo conviverci come con l’influenza, sicuramente è, oggi, una previsione azzardata. Qualcuno in Inghilterra dice che sarà stagionale, ma non ci sono basi per poterlo dire; qualcun altro dice che è sensibile al caldo, ma non ha molto senso, non è questione di temperatura esterna. Diciamo che il fatto che l’epidemia influenzale finisca praticamente insieme a questa quarantena da Covid-19 permetterà di capire quali sono effettivamente le sindromi da raffreddamento che continuano, che a quel punto saranno dovute al Coronavirus”.
In conclusione per ora non resta che aspettare.
“In questo momento le previsioni sono un azzardo. Un’ultima cosa che volevo dire riguarda la famiglia del virus: appartiene, è vero, alla famiglia di quello della SARS del 2003, però mi permetto di segnalare che le differenze sono enormi. Il Covid-19 ha un ottantacinque per cento di omologia con un ‘batvirus’, quindi un virus di pipistrello. Ha una contagiosità che è più alta rispetto alla SARS, e sulla carta una letalità minore. Ma siccome si diffonde molto facilmente ecco che la letalità aumenta. Sono numeri completamente differenti dalla SARS, che non è mai praticamente uscita dalla Cina. Speriamo che si interrompa la circolazione; ovviamente, non siamo un castello con un ponte levatoio: nel momento in cui la nostra curva di contagi raggiungerà il picco, non si potrà abbassare la guardia. Speriamo che non ci siano le infezioni di ritorno, perché in Italia siamo in anticipo fra due settimane e un mese rispetto al resto del mondo. Bisognerà stare attenti, dopo, a non reinfettarsi con i contagi degli altri paesi e gli altri continenti”.
[r.s.]


