Il vino e la gente del Friuli. Letteratura del ricordo

09.02.2020 – 14.11 – Osterie, genti insieme e sole, parole dette in silenzio, bestemmie, calunnie, sorrisi, lacrime amare e promesse d’amore. Tutta questa vita è racchiusa dentro al Vino. E dentro al Friuli. Così Matteo Bellotto schianta in faccia la realtà di un’identità sgretolata dentro il suo nuovo libro “Storie di Vino e di Friuli Venezia Giulia”, dove narrare diventa un atto di dovere più che di piacere, una missione da portare alla fine per non lasciarsi morire, per guardarsi allo specchio “senza aver voglia di piangere”, per ridare alla propria Terra il sigillo più autentico e necessario alla sopravvivenza della propria consapevolezza: la memoria.

Matteo Bellotto nasce a Gemona del Friuli nel 1980, da sempre invaso dalla necessità di scrivere, studia Filosofia all’Università di Padova e nel mentre lavora sempre in moltissimi bar e osterie. Si dedica al Vino come ricerca assidua del suo senso più profondo, quello legato alla cultura del Friuli, della sua gente, quello che accade dentro la terra mentre la vite si forma per diventare poi quello che Bellotto chiama il “collante” di un “grande mosaico”, il Friuli stesso con tutte le sue vite che si muovono assidue tra i campi e le osterie, luoghi di ritrovo e di sostegno tra una solitudine e l’altra bagnata dal Vino, creatura della terra. La fatica è la maestra di vita usata come vanto dal friulano per nascondere una realtà considerata disarmante per Bellotto: la mancanza di consapevolezza storica e mancanza di un’identità.
Il Friulia Venezia Giulia è stata da sempre terra di invasioni, di conquiste, di passaggi di altre culture che hanno lasciato segni e disegni, simboli e preghiere senza curarsi mai, però, dei suoi abitanti, i friulani, al punto tale da radicare nella cultura della gente la mancanza di considerazione. Il friulano dava e concedeva e nella sua cultura contadina ha assorbito le culture degli altri senza considerare la sua, se non attraverso la fatica. Una sorta di dovere continuo, credere di non potersi permettere di essere di più della fatica, perché se non fai fatica non vali abbastanza, non dimostri il tuo posto nel mondo, o meglio nel Friuli, e il valore da sostenere per proteggere questo ruolo: “In Friuli ti basta aver lavorato pesante per giustificare quasi ogni cosa” (pag. 131). Matteo Bellotto vede tutto questo dai banconi delle osterie e dai silenzi imposti della gente che comunica attraverso i gesti tutto quello che non può dire con le parole.
Da qui nasce la meraviglia che Matteo Bellotto è riuscito a scorgere dentro la fortezza di queste persone, la sua gente, come “microcosmi e microidentità che gridano per essere ascoltate” chi restando in disparte al bancone della solita osteria, ogni giorno, alla stessa precisissima ora, con lo stesso esatto bicchiere. Chi altro giocando a carte, conoscendo meticolosamente le regole e pretendendo che vengano rispettare altrimenti sei fuori dal giro, quello dei quattro giocatori di carte che ogni giorno alla stessa ora si ritrovano per lo stesso gioco, nel più autentico rito di fedeltà. Oppure chi si innamora da uno sgabello all’altro, senza dirsi una parola. Chi piange dentro un calice, chi brinda ad una giornata di lavoro finita. Per trasmettere l’incanto e lo scontento di queste identità, Bellotto sceglie una scrittura circolare, dove parole e metafore si ripetono nel tentativo di arrivare alla semplicità del linguaggio. L’opera, infatti, è suddivisa in tra parti: la terra, le persone, il vino.

Ogni lettura ha il tempo di un bicchiere, un momento di riflessione, la concessione che fa al friulano di potersi fermare e leggersi dentro queste pagine. Ogni “frammento” si conclude con delle note a piè di pagina dove l’autore dona dei luoghi, degli scrittori, del vino e della musica adatta per lui in quel micro racconto. Nella ricerca della semplicità stilistica, oltre che linguistica, Matteo Bellotto dimostra anche una profonda conoscenza letteraria che spazia da Dostoevskij, Nietzsche, Philip Roth, fino alla letteratura greca, soprattutto Platone, oltre che scrittori locali come Renzo Brollo e Massimiliano Santarosso; si impegna da sempre in un’indagine costante su se stesso e sul suo senso di inadeguatezza che si esorcizza nella scrittura raccontata attraverso la vita degli altri.
Oltre a voler salvare una memoria storica che sopravviva a tutta la nostra inerzia, l’autore scrive anche per un’altra memoria, più intima ancora, quella di suo nonno a cui sente di dover qualcosa, “non avendo imparato mai a lavorare la terra come faceva lui”. Nasce quindi un nuovo modo di scrivere, concentrato soprattutto sulle persone che tendono a non leggere, donando loro la possibilità di riconoscersi nella letteratura, correndo il rischio di non essere capito, ma facendo in modo che la scrittura continui a mettere tutti nella condizione di porsi domande necessarie al nostro bisogno di appartenenza.
Ecco allora che arriva la risposta alla grande domanda che Matteo Bellotto mette come primo indizio nella sua introduzione al libro: che cos’è la letteratura? “Il salvagente della vita e dall’oblio. È l’atto più umano che possiamo concedere agli altri nel tentativo di superare il nostro “essere umano” facendolo vivere più a lungo”. Muore l’interesse guidato dall’ego di scrivere qualcosa di bello per lasciare spazio al bisogno di scrivere qualcosa di necessario, come sa esserlo solo la letteratura che nasce da occhi di chi sa osservare e da mani che portano il sapore della terra, quello dell’autenticità.

Francesca Schillaci

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