Futuro ‘green’, Fabio Scoccimarro: l’ambiente, il Friuli Venezia Giulia e le sue sfide

20.01.2020 – 08.36 – Tra le grandi rivoluzioni culturali di oggi, quella sull’ambiente può essere definita senza ombra di dubbio una delle più significative ed importanti e, per i modi in cui è avvenuta, sicuramente anche la più sorprendente. È partita da una giovanissima Greta Thunberg, in protesta davanti al parlamento di Stoccolma munita di cartello riportante la scritta “Skolstrejk för klimatet”, dando voce a quello che gli scienziati ed esperti ormai da anni cercano di portare all’attenzione della società e della politica, ovvero i sempre più allarmanti cambiamenti climatici ed il conseguente rischio di non ritorno. Assieme a Greta, protagonista della protesta è diventato il movimento “Fridays For Future” che, grazie ad un’enorme risonanza mediatica, ha contribuito a rendere la salvaguardia ambientale uno dei punti fondamentali e prioritari dell’agenda politica internazionale. Il Friuli Venezia Giulia ha accettato la sfida sul tema ambientale ed energetico, orientandosi a diventare a sua volta un modello per le altre regioni italiane e i paesi vicini in termini di sostenibilità e di salvaguardia dell’ambiente. Ne parliamo con l’Assessore regionale alla difesa dell’ambiente, all’energia e sviluppo sostenibile, Fabio Scoccimarro, in carica dal 18 maggio 2018 con la Giunta Fedriga.

Assessore, si è recentemente svolto l’incontro con i rappresentanti regionali di Trieste, Udine e Pordenone del movimento “Fridays For Future”. Che impressione si è fatto?

“L’opinione che mi sono fatto dei ragazzi è decisamente ottima. Li vedo molto idealisti, e questo è un dato positivo, così come lo è anche il fatto che i giovani scendano nuovamente nelle piazze nel nome di un’idea. In questo caso, è quella della salvaguardia ambientale, che dovrebbe unire trasversalmente tutte le nuove generazioni e attrarre non solo i giovani, ma tutti noi. Solo un anno e mezzo fa il tema non era ancora così rilevante dal punto di vista mediatico come lo è invece oggi, e questa nuova sensibilità ha di fatto permesso di portare ad un aumento esponenziale sia il valore dell’attività dell’assessorato all’ambiente, che l’opera politica ad esso relativa, nel suo complesso. Come Regione Friuli Venezia Giulia faremo tutto quello che è nelle nostre possibilità per diventare un modello in termini di sostenibilità ambientale, e la nostra porta è sempre aperta a tutti coloro che vorranno confrontarsi con noi”.

Il tema ambientale non è mai stato così attuale come lo è ora. Crede però possa esserci, all’interno del movimento, qualche limite?

“Personalmente ritengo che ‘Fridays for future’ non dovrebbe uscire dal tema dell’ambiente. Noto, tuttavia, che talvolta alcuni suoi esponenti sconfinano nella politica: o si sostiene l’idea di un ambiente pulito e sostenibile per le generazioni future, e questo è assolutamente comprensibile e condivisibile, o si fa della politica. In quest’ultimo caso,  quando si inizia a parteggiare per una parte piuttosto che per l’altra, va inevitabilmente a perdersi la trasversalità con cui il movimento è nato, che a quel punto non è più da ritenersi universale ma piuttosto funzionale a una determinata idea”.

A novembre è stata approvata in Consiglio regionale la mozione sulla “Dichiarazione dello Stato di emergenza Climatica e Ambientale” , contenente alcune richieste precise. Tra gli obiettivi, il più importante riguarda l’azzeramento delle emissioni nette di gas climalteranti entro il 2030. Ritiene sia concretamente possibile?

“Per il Friuli Venezia Giulia ritengo che l’obiettivo, sotto certi aspetti, sia raggiungibile anche molto prima del 2030: spero già nel 2023 o 2025. Tuttavia, sappiamo bene che l’inquinamento non ha confini di alcun tipo, e sicuramente non geografici. Ci dovrebbe essere un maggiore impegno sul tema da parte di quei paesi che sono di fatto riconosciuti come i più inquinanti: la Cina, l’India e gli Stati Uniti. A questi, inoltre, vanno ad aggiungersi anche i paesi dell’est Europa, dove prevale l’energia prodotta dal carbone. Quindi sicuramente noi siamo orientati ad andare verso la direzione tracciata e siamo a buon punto, ma, se guardiamo al contesto globale, rimaniamo inevitabilmente un granello nel deserto”.

Il report di Arpa FVG riporta dati positivi in riferimento alla qualità dell’aria in regione. Le polveri sono in diminuzione, però rientrano comunque all’interno della fascia ritenuta “accettabile” e non ancora “buona”. Cosa si può fare per migliorare?

“Nel complesso si può affermare che l’aria, in tutta la regione, è buona, fatta eccezione per alcune zone: su un milione e duecento sedicimila abitanti, sono all’incirca cinquantamila le persone che incorrono in questa criticità. Più grave e di gran lunga più difficilmente risolvibile è invece la questione riguardante l’area al confine con il Veneto, dove per motivi meteorologici e di orografia c’è meno ventilazione, senza ovviamente dimenticare la vicinanza con la Pianura Padana che è ad oggi una delle zone considerate come tra le più inquinate d’Europa. Noi risultiamo essere purtroppo la coda di questo inquinamento che arriva da ovest e che lambisce in parte anche il nostro territorio. Su questo fronte si dovrà portare avanti un’azione completamente diversa, con misure transnazionali che dovranno coinvolgere inevitabilmente più attori: da soli, non abbiamo modo di trovare una soluzione”.

Proprio l’avvio di queste misure transnazionali sarà tra gli obiettivi della Carta di Trieste che, come da lei annunciato, sarà promulgata in occasione degli Stati generali dell’Ambiente 2020, previsti nel mese di ottobre a Trieste con le regioni ed i paesi dell’Alpe Adria e della Mitteleuropa.

“Si, questo grande evento a Trieste ha l’obiettivo di mettere in atto le risultanze degli studi fatti fino ad oggi dagli scienziati, scegliendo, in relazione a essi, quella che è la strada migliore da seguire. La sintesi sarà rappresentata dal documento che sarà prodotto proprio in quest’occasione, e che presumibilmente si chiamerà “Carta di Trieste”. Avrà lo scopo di “assegnare i compiti per casa” ai paesi della zona denominata Euro-regio per i prossimi trent’anni, da qui al 2050. L’incontro si pone quindi di fatto gli stessi obiettivi della Conferenza di Parigi piuttosto che quella di Madrid, declinati però su scala euroregionale, quindi dell’area che circonda la nostra regione, con il Veneto, la Carinzia, la Slovenia e la Croazia, fino ai paesi della Mitteleuropa e dell’In.C.E, che per questo primo appuntamento parteciperanno solo come osservatori, divenendo invece attori a partire dall’anno prossimo, 2021″.

In legge di Stabilità, sul fronte della mobilità sostenibile, 20.5 milioni sono stati destinati al progetto Noemix che porterà la Pubblica amministrazione a dotarsi di un parco auto completamente elettrico. Tuttavia, sono in molti a sostenere che, sia per la necessità di smaltimento della batteria, sia a causa del fatto che comunque vengono utilizzate centrali elettriche e, soprattutto, per lo sfruttamento delle risorse umane impiegate nell’estrazione delle materie prime, le auto elettriche non siano in realtà una soluzione così ‘green’. Cosa ne pensa?

“Credo che, come accade nell’ambito di qualsiasi disciplina scientifica, non si sia quasi mai tutti d’accordo. Io ho tuttavia ritenuto che si dovessero operare un cambio ed una rivoluzione culturale dando noi per primi l’esempio. Ed è proprio questo, infatti, l’intento di questa operazione, con un parco macchine di seicento veicoli elettrici e un aeroporto, quello di Ronchi dei Legionari, che sarà il primo in Europa ad avere autonomia energetica grazie a pannelli fotovoltaici e numerose colonnine di ricarica. Poi come in tutte le cose, siamo umani, ed il margine di errore c’è sempre; tuttavia anche le case automobilistiche vanno verso questa direzione, e personalmente non credo si tratti semplicemente di una moda. Ritengo, anzi, sia invece una cosa di buon senso, magari anche con veicoli non necessariamente elettrici ma meno inquinanti, come le auto ibride, a gas o di ultima generazione, il cui acquisto in regione abbiamo infatti voluto incoraggiare attraverso gli incentivi”.

Sempre in tema di energia, a settembre lei aveva affermato che sarebbe stato ragionevole esplorare la possibilità di un partenariato con Lubiana in merito alla centrale nucleare di Krsko. È ancora della stessa opinione?

“Ribadisco innanzitutto che sono e sono sempre stato contrario al nucleare in generale. Tuttavia, va ricordato che attorno all’arco alpino italiano ci sono ben venticinque centrali nucleari, tra le quali anche quella di Krsko a poco più di 130 chilometri da Trieste in linea d’aria. Partendo da questa considerazione, la mia riflessione è che, preso atto che comunque questa centrale c’è, che certamente non verrà chiusa ed è al di là delle nostre possibilità d’intervento, sarebbe una scelta molto più di buon senso essere in grado di controllarla almeno in parte dall’interno con delle quote, piuttosto che subirne la presenza e basta. Quell’energia, che comunque viene prodotta, potrebbe essere presa ad un costo inferiore facendo quindi risparmiare anche gli utenti della nostra regione; una partecipazione della Regione Friuli Venezia Giulia ci assicurerebbe al contempo “dall’interno” sullo stato di sicurezza della centrale”.

Quali potrebbero essere le alternative sostenibili per il rifornimento energetico della regione?

“Per quanto riguarda le energie rinnovabili, va premesso che l’eolico per la conformazione dei nostri venti non è adeguato alla regione, e anche da un punto di vista della paesaggistica non lo si può ritenere adatto. Dobbiamo quindi sicuramente andare a rinforzare l’idroelettrico. Poi bisogna essere obiettivamente realistici e riuscire a comprendere che rivoluzioni importanti come quella della sostenibilità ambientale devono avvenire tramite processi che richiedono un certo periodo di tempo. Per forza di cose, in Friuli Venezia Giulia si dovrà ancora ricorrere in parte alle tradizionali fonti energetiche”.

Ferriera di Servola: l’esito positivo del referendum fra i lavoratori in merito all’accordo con Arvedi segna sicuramente una svolta ed un traguardo storici per Trieste e il Friuli Venezia Giulia.

“Con questo passaggio si sono poste le basi e le fondamenta per l’avvio di un’industria pulita a Trieste. Per decenni si è parlato di chiudere e di riconvertire l’area a caldo della Ferriera di Servola, senza risultati, e vorrei sottolineare che, ad oggi, l’unico atto che sia andato in quella direzione è stato quello del 28 agosto firmato da me e condiviso dal presidente Fedriga, e poi accettato dallo stabilimento. L’obiettivo del nostro programma era quello della riconversione, così come lo era anche quello di altri, con la differenza però che il nostro intento era di fare questo in accordo con la proprietà. Da marzo 2019 mi sono quindi mosso attraverso un rapporto sottotraccia e alla fine l’azienda, che da sempre si era dichiarata contraria alla chiusura, ha preso atto che l’intenzione della Regione andava verso questa direzione. Andiamo quindi verso una riconversione che prevede sì un’industria pulita, ma che allo stesso tempo contempla anche un esubero zero e la salvaguardia dei lavoratori. Lo spegnimento verrà avviato ufficialmente il 31 gennaio e l’altoforno, entro fine febbraio, non sarà più in funzione. Con l’accordo firmato tra l’azienda ed i lavoratori possiamo quindi dire che abbiamo il terreno, le fondamenta ed il progetto, e si deve ora fare qualcosa di non banale: costruire la casa. Bisogna quindi che tutti gli attori si rimbocchino le maniche e inizino a fare quanto necessario; noi come assessorato all’Ambiente e Regione siamo pronti”.

Confindustria ha ricordato molte volte la necessità di esaminare l’area e le infrastrutture nel loro complesso, viste le problematiche legate alla bonifica che interessano anche la zona retrostante, da Servola all’area ex EZIT. C’è già un piano organico?

“Già nel periodo della mia presidenza della Provincia di Trieste, fra il 2001 al 2006, avevamo provato e non eravamo riusciti a mettere tutti d’accordo sulla questione. Sono passati quattordici anni dall’ultima volta che se ne è parlato, e devo dire che questo mi preoccupa molto. Noi al momento abbiamo chiesto, al fine di sveltire le pratiche, che quei siti inquinati che vanno dall’ex raffineria Aquila alla Ferriera di Servola vengano riclassificati almeno in parte da sito nazionale a sito regionale: se così fosse, avremmo la possibilità di gestire noi la situazione attraverso procedure più snelle, senza il rischio di dover per forza rivolgerci a Roma e imbattere in tempi molto più lunghi”.

Prendendo il caso della Ferriera, ma non solo, da un punto di vista etico non c’è il rischio che vi sia una sorta di “priorità” o di “prevalenza” del tema ambientale su quello lavorativo? 

“Non credo si debba ragionare in termini di priorità o di una contrapposizione tra i due temi, quanto piuttosto sul dato che vede il cittadino avere una nuova sensibilità ambientale, molto elevata, che in passato non c’era. Volendo fare un parallelismo, pensiamo a come venissero considerati “normali”, anni fa, i casi di morte sul lavoro – e parliamo comunque di epoca contemporanea, non di secoli fa. La sensibilità sul tema ambientale, al pari di quella sulla sicurezza sul lavoro, è radicalmente cambiata: è diventata qualcosa a cui non si può più rinunciare”.

Dopo un anno e mezzo di lavoro, quali sono i risultati raggiunti dei quali si ritene maggiormente soddisfatto?

“Quello della Ferriera può essere certamente definito uno dei fiori all’occhiello; ad esso si affianca inoltre anche il grande risultato del sito di Torviscosa, che verrà riconsegnato a un grande polo industriale: anche in questo caso un’industria che permetterà sia di dare posti di lavoro che di essere ecocompatibili. Infine, ma questo non è merito mio bensì di tutti, ritengo sia un grande risultato il fatto che stiamo contribuendo proprio a quella che è sotto ogni aspetto una rivoluzione culturale nel campo ambientale ed energetico: l’importanza che attualmente essa ha nella società fa ben sperare per i prossimi anni e noi non possiamo che accompagnare questo cambiamento, incentivarlo e possibilmente accelerarlo”.

[n.p.]