Un Selfie con D’Annunzio. La statua di Piazza della Borsa diventa attrazione

13.09.2019 – 16.06 – Il fascino misterioso del Vate, Gabriele D’Annunzio, ha colpito Piazza della Borsa e, dopo l’inaugurazione di ieri 12 settembre 2019, polemiche qua polemiche là, innegabilmente contribuisce ad aumentare la curiosità dei turisti e a far conoscere e amare Trieste un po’ di più. Anche per le sue contraddizioni. “È solo la novità”, dice qualcuno, passando. “La Croazia ha protestato“, aggiunge un altro. Però, in effetti, moltissimi di quelli che si fermano vicino alla statua non sono triestini; a Gabriele D’Annunzio, uomo che di fatto non amò particolarmente Trieste, i triestini non sono interessati. I turisti, però, sì: tre, cinque, sette passanti che si fermano di volta in volta davanti alla statua. Che siedono, che posano per il selfie con l’intellettuale e poeta appoggiato sui suoi libri. A qualche ragazza, D’Annunzio avrebbe guardato sotto la gonna, mettendo di sicuro anche mano; di altre, gli avrebbe comunque fatto piacere la compagnia. Gli uomini più anziani e meno ‘maschi’, armati di cellulare e di macchina fotografica, li avrebbe certamente allontanati, forse tirando loro contro uno dei libri: particolarmente gentile D’Annunzio non lo era mai stato. Con le forze dell’ordine avrebbe fatto amicizia, parlando del Tricolore, e a lui sì avrebbe fatto piacere che l’anniversario fosse proprio quello di Fiume; e magari, verso sera, dopo un caffè alla Portizza, gli avrebbe fatto piacere stare un po’ da solo. Archiviati gli scambi di stoccata con la Croazia, che hanno un senso relativo – la statua non è quella di un D’Annunzio in divisa pronto per salire su un biplano; la concomitanza di date sa un po’ più da mossa pubblicitaria che da simbolo – se la fila di ‘selfisti’ continuerà per l’autunno e per l’inverno e l’anno prossimo, o chissà per quanto, un angolo di Trieste già molto bello diventerà ancora più conosciuto. Lo vedremo, con Piazza della Borsa dietro, su Instagram, su Facebook, su ciò che si vuole; se il flusso di curiosi continuerà, il denaro speso dal Comune per la statua – che tutto sommato non stona, non invade, ha un suo perché diverso da quello storico ed ideologico; altri gesti di questi giorni sono altro – sarà stato speso bene. Per un colpo di fortuna, forse; ma con un buon risultato, e già come per i Joyce e i Saba precedenti, questo potrebbe fare da spunto per altre iniziative. Trieste è commercio; anche d’immagine.

D’Annunzio. Trieste. Città un po’ distante, dopo la fine della prima guerra, dai pensieri di D’Annunzio stesso, concentrato su altre cose. Cent’anni fa, esattamente nel settembre 1919, nella città di Fiume, proprio una vicenda dannunziana – una vicenda sia importante che sopra le righe allo stesso tempo, fatta di uomini forti di quella forza di cui oggi spesso si ride, di sprezzo dell’autorità, di violenza, di ideali e di una certa voglia di essere protagonista, eroe, brillante, decadente, possibilmente sociopatico, sicuramente artista – si dipanava di fronte alla storia. D’Annunzio aveva un suo piano per redimere le sorti della città di Fiume, etnicamente italiana, precedentemente austroungarica, e il piano prevedeva di instaurare un nuovo, per lui glorioso ordine mondiale, che necessariamente si sarebbe sviluppato dal crollo dei vecchi regimi di fronte alle idee nuove ed esplosive di cui egli era la voce. Idee con le quali né il governo italiano di allora, né nessun altro governo a dire il vero, era molto d’accordo; D’Annunzio non era il tipo d’uomo che ci si sarebbe potuti aspettare di vedere in un governo, d’altra parte. Riconosciuto unanimemente, anche da chi era ed è di idee opposte alle sue, un grande poeta e intellettuale, D’Annunzio si preoccupava di più di trovare un metodo per accrescere la sua popolarità che delle grandi vicende del primo ventennio del Novecento.

Il potere politico, e le responsabilità concrete che ne derivano, gli interessavano relativamente. Proprietario di otto cavalli, impegnato a spendere il denaro che gli era stato assegnato per il mantenimento dei suoi figli per comprarne ancora uno – di cavallo, naturalmente – e per mantenere felici e disponibili le sue numerose amanti, D’Annunzio riusciva, con miracoli d’equilibrismo e di auto promozione, a mantenere comunque il tenore e lo stile di vita elevati che l’avevano sempre contraddistinto, pur se coperto di debiti. Fosse denaro speso per assumere un giornalista, a sua volta ‘per caso’ presente proprio nel luogo e nel momento in cui il Vate avrebbe rotto pubblicamente con una delle sue donne, in modo che la notizia arrivasse immediatamente sui giornali: un precursore degli Influencer di oggi. Oppure per continuare a costruire e vivere ogni singola giornata ‘come se fosse un’opera d’arte’, scrivendo di pettegolezzi e cronache mondane sui giornali, e impegnandosi in recensioni su ordinazione. Oppure ancora per esprimersi in eccessi sessuali di qualsiasi tipo. D’Annunzio non si arrendeva mai, soprattutto se qualcosa poteva andare a vantaggio della sua immagine. Capiva le logiche di quelli che erano i mass media della sua epoca, e le usava al meglio: imperterrito favolista, voleva convincere il mondo di essere capace di qualsiasi impresa, e coltivava miti sulla sua stessa vita amplificando spicchi di realtà (come quello di esser stato un bambino prodigio, di essere nato su una nave o di aver perso l’occhio in battaglia). Le sue storie, scritte con maestria della parola e del linguaggio, ambientate nel mondo dei ricchi, attraevano in realtà un pubblico molto più vasto che in fondo, comprensibilmente, l’invidiava. D’Annunzio produceva di continuo: produceva idee, e le vendeva, trasformandole in affari e denaro, di cui aveva disperatamente necessità perché più la macchina della fama produceva, più quella macchina aveva bisogno di mangiare. Finché, a un certo punto, le idee di prima non bastarono più, alla macchina sempre più affamata: e vennero allora il nazionalismo italiano fervente, l’adozione della retorica di stato, l’affabulazione delle folle: mentre parlava, D’Annunzio era capace di creare una narrativa che oltre alla sua immagine esaltava quella di chi lo seguiva, e i suoi ammiratori si assiepavano attorno a lui, girando poi le città con quelle pagine appena nate che parlavano di orgoglio maschile, di supremazia sugli altri, di virilità e delle lotte di Roma antica allusione al glorioso passato perduto. Una nitida visione del mondo, in cui anche l’uomo qualunque poteva immaginare un suo ruolo e immaginarsi parte del movimento che avrebbe cambiato tutto; non necessariamente in meglio, perché i miti che D’Annunzio propugnava attingevano a piene mani alle idee di Nietzsche, e il cambiamento che prefiguravano era violento, sanguinario, ottenuto attraverso l’uso della forza e delle armi e con il sacrificio di molti: sarebbero state ‘le rose che fiorivano dal sangue’. D’Annunzio fece molto poco per la politica. Da buon protagonista di numerosissime assenze alle sedute del governo d’Italia, non fece quasi niente. La politica non era il suo mestiere. Durante la guerra, colse molte opportunità per trasformare la sua retorica in azione e guadagnare ancora popolarità, con strumenti di propaganda come i famosi voli su Vienna e Trieste: pur posando da pilota nelle foto, pilota non era, aveva però coraggio . Alla causa italiana fu utile, ma finì là, perché ai voli e dopo la vittoria non fece seguire un suo impegno in primo piano. Del resto, come dichiarò lui stesso: “Io sono oltre la destra e la sinistra, perché sono al di là del bene e del male”. Anche la modestia non era il suo mestiere.

Tornando all’impresa di Fiume. Partito da Ronchi, successivamente chiamata appunto ‘dei legionari’, con duecento seguaci armati e una folla variopinta che assieme ai volontari faceva un migliaio di persone aumentate lungo la strada, dopo aver avvisato Mussolini chiedendogli sostegno, D’Annunzio marciò sulla città con l’intenzione di reclamarla all’Italia. Era sufficientemente amato dall’esercito italiano da consentirgli di passare indenne, dopo aver esposto il petto pieno di medaglie, attraverso i reggimenti militari e i posti di blocco, anche se era in diretta contravvenzione agli ordini ricevuti; ‘disobbedisco’, e nessuno usò la forza per fermarlo. La sua ‘conquista’ di Fiume, problematica per l’Italia, venne così tollerata da tutti, per evitare un bagno di sangue; ma fu un disastro: ridotta praticamente a non avere un governo e a seguire l’esempio edonistico di D’Annunzio stesso la città diventò una specie di regno del caos in cui l’alcol, la droga e il sesso a poco prezzo erano all’ordine del giorno. Rapidamente, il popolo si stancò: dopo aver promesso di onorare il voto della cittadinanza su Fiume italiana, lo ignorò quando questo si dimostrò a suo sfavore, annunciando di voler restare al governo ugualmente. E il governo italiano il problema doveva risolverlo: la paura che il separatismo di Fiume potesse infiammare altri movimenti simili in Europa era forte. Le pressioni per far dimettere D’Annunzio aumentavano. Alla fine, l’Italia si risolse all’azione militare: un bombardamento, e D’Annunzio si convinse alla resa. A Natale del 1920 l’esperienza dello Stato Libero di Fiume, dopo sedici mesi, era finita. L’adesione di Mussolini al Trattato di Rapallo, in cui Italia e Iugoslavia si impegnavano a garantire l’indipendenza di Fiume, aveva causato un grandissimo danno all’immagine del poeta, che aveva recisamente rifiutato di accettarlo; D’Annunzio fu invece difeso dalle colonne dei giornali dal comunista Antonio Gramsci.
Il Vate tornò a casa, il tempo passò. Mentre la retorica di Mussolini e la sua tecnica comunicativa rimanevano fortemente influenzate da D’Annunzio – che Mussolini considerava, in questo, il suo mentore – i due uomini si distanziarono. D’Annunzio indubbiamente, intenzionalmente o meno, aveva intellettualmente legittimato il fascismo: nei modi, arrogante, deridente, ridicolo, affascinante, giovanile, virile, crudele. E il Vittoriale sul Garda, la sua residenza, era un monumento al fascismo stesso. Ma fra D’Annunzio e Mussolini dopo Fiume si era creata una frattura. Pian piano per Mussolini, per il fascismo, D’Annunzio iniziò a essere una figura non gradita e una fonte d’imbarazzo: un simbolo tanto importante da non poter esser messo completamente da parte, ma un vecchio pazzo, che parlava senza filtri, una figura che non era allineata al pensiero comune e che non si voleva più attorno. Al poeta, allora e fino alla morte, rimasero proprio il Vittoriale, gli eccessi e le donne, per quel che l’età e la salute gli consentivano. Oggi a D’Annunzio, diventato silenziosa attrazione turistica, rimangono i selfie, qualche momento di compagnia e il piacere di avere una bella ragazza seduta accanto a lui.

[r.s.]