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giovedì, 8 Dicembre 2022

Prostituzione e libero arbitrio: gli aspetti. Il Diritto 4.0

13.08.2019 – 10.07 – Con una recente decisione la Corte Costituzionale è intervenuta sul tema caldo della prostituzione, chiarendone alcuni aspetti sui quali, forse, non prestiamo la dovuta attenzione (ord. 141/2019). Accade fin troppo spesso che qualcuno si prostituisca perché è costretto a farlo. Ma non è su questo che volevo ragionare. Il quesito su cui si interrogano i giudici è un altro. La domanda è la seguente: è possibile che, chi si prostituisce, lo faccia per libera scelta? Accanto alla prostituzione “coattiva” e a quella “per bisogno”, vi sarebbe, infatti, una prostituzione per scelta totalmente libera e volontaria, la quale troverebbe espressione nella figura della escort (intendendosi per tale l’accompagnatrice retribuita, disponibile anche a prestazioni sessuali). De Andrè cantava le avventure di Boccadirosa che “metteva l’amore sopra ogni cosa”, descrivendo una ragazza libera e gioiosa. Ma questa ragazza immaginata dal Faber, potrebbe esistere nella realtà?

Seguiamo il ragionamento dei giudici e scopriamolo assieme. Tutto ha inizio dalla Corte d’appello di Bari, che si interroga se sia giusto condannare chi favoreggia la prostituzione “volontaria”, cioè di chi la eserciti consapevolmente e senza costrizione. Viene osservato che quando puniamo la persona che “recluta” chi si vuole prostituire, discriminiamo la prostituzione volontaria rispetto ad altre forme di lavoro autonomo, le quali possono avvalersi di strumenti organizzativi e pubblicitari, idonei ad agevolare i contatti professionali, senza ostacoli o deterrenti. La prostituta, al contrario, pur potendo esercitare liberamente la propria attività retribuita e produttiva di redditi tassabili, non può valersi di chi la “ingaggi”, la segnali o la pubblicizzi, perché, così facendo, lo renderebbe perseguibile penalmente. Togliendo alle escort professioniste la possibilità di essere “ingaggiate”, come loro ambiscono per l’esercizio del loro lavoro, non si farebbe altro che spingerle a cadere vittime delle reti criminali della prostituzione “da strada”.

L’argomento è suggestivo, anche perché ci spinge a chiederci cosa rappresenti la sessualità nel mondo moderno. Esaminiamo i principi generali. La sessualità rappresenta «uno degli essenziali modi di espressione della persona umana», sicché “il diritto di disporne liberamente è senza dubbio un diritto soggettivo assoluto”. Applicando questo principio all’attività svolta dalle escort, potremmo concludere che la loro attività è espressione della loro libertà, che si esprimerebbe nella scelta di disporre della propria sessualità “nei termini contrattualistici dell’erogazione della prestazione sessuale contro pagamento di denaro o di altra utilità”. Insomma, secondo questa tesi, nell’odierno contesto storico, la scelta di prostituirsi sarebbe un modo di autoaffermarsi, peraltro costituzionalmente garantito.

Concludiamo il ragionamento e rispondiamo alla domanda: secondo la legge italiana, è possibile la prostituzione volontaria, cioè fatta per libera scelta?
Il fenomeno della “prostituzione” – parola che descrive l’effettuazione di prestazioni sessuali verso corrispettivo, di norma in modo abituale e indiscriminato (senza, cioè, una previa limitazione a specifici partner) – rappresenta un tema fra i più problematici.
Il problema non riguarda, ovviamente, la prostituzione “forzata” o la tratta a fini di sfruttamento sessuale, che sono da punire senza esitazione. Il problema si pone per la prostituzione volontaria, per la quale esistono due tesi alternative.
In base alla prima tesi, la prostituzione volontaria sarebbe una libera scelta, che attiene all’autodeterminazione sessuale dell’individuo e che dà luogo a un’attività economica legale. In base a questa tesi, lo Stato dovrebbe lasciare gli individui liberi di praticare la prostituzione, di fruire del servizio sessuale e di agevolarlo.
In base alla seconda tesi, la prostituzione avrebbe sempre e comunque delle ricadute negative sul piano individuale e sociale e sarebbe, pertanto, un fenomeno da contrastare. Queste ricadute negative sarebbero molteplici e colpirebbero: i diritti fondamentali dei soggetti vulnerabili; la dignità umana; la salute, individuale e collettiva (non soltanto in rapporto al pericolo di diffusione di malattie trasmissibili sessualmente, ma anche in relazione ai maggiori rischi di dipendenza da droga e alcol, nonché di traumi fisici e psicologici, depressione e disturbi mentali, cui è esposta la persona che si prostituisce); infine, colpirebbe l’ordine pubblico (tenuto conto delle attività illecite che frequentemente si associano alla prostituzione, quali, ad esempio, oltre alla tratta di persone, il traffico di stupefacenti e il crimine organizzato). In quest’ottica, la prostituzione verrebbe vista sempre con sfavore.

E l’Italia, come disciplina la prostituzione? Il nostro Paese ha adottato la legge Merlin (n. 75/1958) il cui titolo è significativo: «Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui». Al di là delle motivazioni etiche e morali, si ritiene che la scelta di esercitare la prostituzione derivi normalmente da una condizione di vulnerabilità, legata a cause individuali e sociali (quali «la distruzione della vita di famiglia, l’insufficienza dell’educazione, il bisogno», «i rischi speciali inerenti a certe professioni» o il «quadro ambientale» di moralità degradata). La persona che vende prestazioni sessuali è, dunque, potenzialmente una vittima e l’aggressore è la società nel suo complesso. Di qui la necessità che lo Stato si astenga dal rendersi compartecipe della “industria del sesso”.
Dunque, per la Legge italiana, l’offerta di prestazioni sessuali verso corrispettivo non rappresenta affatto uno strumento di sviluppo della persona umana, ma costituisce – molto più semplicemente – una particolare forma di attività economica. La sessualità dell’individuo non è altro, in questo caso, che un mezzo per conseguire un profitto: una “prestazione di servizio”. Ogni riferimento ai diritti costituzionalmente garantiti è pertanto inopportuno e la prostituzione può essere volontaria solo apparentemente, poiché esercitata da un soggetto ritenuto “debole” e, pertanto, incapace di scegliere liberamente.
La Corte Costituzionale conclude rammentando che non è punibile chi si prostituisce, come non è punibile il cliente che si limiti a fruire della prestazione sessuale. Invece, commette in ogni caso un reato chi induce altri a prostituirsi o ne favoreggia l’attività. (ord. 141/2019)
E Boccadirosa? Lei rimane un personaggio della poetica di De André, senza trovare spazio nel nostro ordinamento.

[l’immagine di copertina è un biglietto da visita di una escort d’epoca Vittoriana]

avv. Guendal Cecovini Amigoni

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