In cammino, ad agosto. Migranti e Rotta Balcanica, un problema senza soluzione

13.08.2019 – 17.33 – Se si cammina di buon passo, sotto il sole, dal Carso verso il centro di Trieste, si può anche imboccare la strada sbagliata, e finire fermati da una pattuglia mentre si è in alto, sul viadotto; meglio, molto meglio che rischiare di annegare. Per strada il rischio più grande è quello di un incidente e se non c’è un Passeur che forza un blocco e scappa a tutta velocità dalla polizia, essere travolti da un auto è quasi impossibile; rischiano di più i ciclisti. Sono afghani, gli uomini sul viadotto, o pakistani, iraniani, iracheni; qualche centrafricano, a soli fini statistici. È un viaggio della sofferenza che offre meno spunti mediatici, meno fotografie a effetto. E, fatta eccezione per chi li vede in cammino e lo segnala, si continua a parlarne poco.

Sulla questione della Nuova Rotta Balcanica, sempre presente nella realtà del Friuli Venezia Giulia e ora in attesa di numeri certi e di una relazione dei prefetti, due, probabilmente, le possibili alternative estive: trasformarsi in un tema che passa in secondo piano travolto dalla crisi di governo agostana, o diventare un rilancio in chiave elettorale con nuove fiammate di polemica e post sui Social Network. Nessuna delle due, come alternativa, sembra promettere bene. Nel frattempo, come sottolineano, fra gli altri, la Caritas e le associazioni di volontariato che operano nei Balcani, chiudere i porti o focalizzarsi solo su di essi non aiuta, perché il problema delle migrazioni va affrontato in modo globale: se non si passa via mare, ci si incammina da un’altra parte, magari verso la Bosnia, e la situazione sfuma ma non verso il meglio, diventa solo più complessa, e più pericolosa.
La Rotta Balcanica dei migranti è stata considerata come interrotta dal marzo del 2016, con il noto accordo fra l’Unione Europea e la Turchia e la chiusura del confine fra la Grecia e la Macedonia e degli altri passaggi lungo I confine coinvolti. A migliaia, però, e nonostante massicce contromisure, hanno continuato a mettersi in cammino. Gli arrivi, agevolati da una rete di assistenza illegale e dai contrabbandieri di uomini, dopo una sosta, probabilmente solo apparente, sono ripresi. Certe misure più estese prese da alcuni stati membri UE hanno violato le leggi dell’UE stessa e quelle internazionali, ed è un fatto; neppure in questo caso il flusso si è arrestato, perché la massa di persone che cercano ancora una strada e una meta – il nord Europa – è grande. In Bulgaria e Croazia, la mano nei confronti dei migranti non è stata leggera; il Montenegro, la Macedonia e la Serbia si sono trovate invischiate nuovamente sia nel groviglio delle loro politiche interne che in quello degli interessi degli stati confinanti o economicamente vicini che sono membri dell’UE. Il risultato, quello di amalgamare in luoghi dimenticati, all’interno del territorio dei Balcani, almeno diecimila rifugiati di etnie diverse – ma il numero potrebbe essere molto maggiore – che vivono senza servizi, senza assistenza medica, senza avere a disposizione nulla che risponda alle necessità di vita anche minime.

Anche il fatto che siano in grande maggioranza migranti economici e non rifugiati per ragioni umanitarie o politiche è certo. Scappano dalla fame, dalla povertà, dalle carestie, non dalla guerra. A decine e centinaia, ogni giorno, a piedi o sui furgoni dei trafficanti, arrivano in Italia, si cambiano d’abito, ottengono quanto necessario per proseguire e se ne vanno in cerca di una fortuna che qui non troveranno, spinti da qualcosa che non si spegne mai: la speranza. Per uno che viene visto camminare, altri dieci proseguono prendendo un treno o un bus per arrivare lontano dal confine almeno quel tanto che basta per impedire il rimpatrio immediato. Chi scappava dalla guerra vera, ovvero i siriani, non si è visto più. Una delle ragioni, di cui si parla meno, implicita ma importantissima, la decisione di chiudere i confini attorno alla Siria stessa: una situazione con pochi precedenti per dei rifugiati e profughi veri, quella di essere rinchiusi nella loro nazione in Guerra. Il precedente dei profughi bosniaci del 1992, ammessi in Germania dal governo Kohl solo se provvisti di visto d’ingresso, rimane; però i bosniaci avevano perlomeno la possibilità di andare a cercar fortuna in altre nazioni. Quest’anno, rispetto al 2018, si parla di arrivi raddoppiati, e la zona che risulta già da molti mesi più sotto pressione per quanto riguarda i rifugiati è il distretto di Tuzla, sulla strada per Sarajevo; un nome che ricorda orrore, gli incidenti del 1992, il bombardamento del 1995. In Bosnia e nell’Erzegovina, per i rifugiati, non ci sono infrastrutture, non ci sono istituzioni con l’incarico specifico di gestire la situazione; i centri di accoglienza riescono a proseguire la loro attività solo grazie al supporto internazionale e alle Nazioni Unite, che però, senza una forte collaborazione delle autorità e dei governi sovrani, non possono fare più di tanto.

Per quanto riguarda le ricollocazioni di rifugiati, gli stati europei hanno palesemente fatto ciascuno per conto proprio, e quasi nessuno ciò che si era concordato di fare. Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca si sono rifiutate di accettare i termini del ricollocamento concordato nel 2015; ci sono state polemiche in Germania, ci sono state polemiche in Francia, e delle vicende italiane siamo bene al corrente: ci sono state anche nuove violazioni dei diritti umani, e hanno riguardato un po’ tutti, in un modo o nell’altro, in un gioco a rimpiattino dell’ ‘hai sbagliato tu’, ‘no, sei tu a sbagliare’ che ha lasciato l’Europa finora senza quella soluzione comune che rimane l’unica strada da percorrere. Le azioni per arrivare finalmente a una politica comunitaria concordata sulla gestione delle migrazioni sono rimaste lettera morta. Nessun governo vuole, in fin dei conti, i rifugiati, né l’Italia, né gli altri. Pesante, da dire; eppure reale. Il perché è un altro tema.

[r.s.][foto: Trieste All News e segnalazioni dei lettori, migranti sulla ex Grande Viabilità in prossimità di Cattinara, e abiti abbandonati nel giardino Ieralla di Roiano]