Erika Rossi, “La città che cura”. Quando l’istituzione entra nel sociale.

03.05.2019 – 09.20 – “Le disuguaglianze della salute mettono a rischio la salute delle persone”: è questo il concetto espresso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha evidenziato come le condizioni di nascita e d’invecchiamento delle persone, che siano esse economiche o sociali, influiscano gravosamente sulle reali possibilità di cura e di guarigione del singolo; concetto che Erika Rossi ha voluto rimarcare, ponendolo come centrale, all’interno del suo documentario “La città che cura“, prodotto da TICO Film Company e presentato il 19 gennaio al Trieste Film Festival 2019, che ha ora avviato il suo tour promozionale assieme all’omonimo libro, dopo la presentazione e la proiezione inaugurale al Cinema Ariston di Trieste il 17 aprile.

Il documentario racconta e porta alla luce la realtà del progetto “Microraree“, il programma di promozione di benessere e coesione sociale, che opera all’interno dei quartieri periferici della città di Trieste, nato grazie alla sinergia del Comune, l’Azienda sanitaria locale e l’Ater. Attraverso la telecamera di Erika lo spettatore entra quasi in punta di piedi nelle vite dei protagonisti; Plinio, anziano pianista ipocondriaco che non vuole più uscire di casa, Roberto, che affronta faticosamente le conseguenze di un grave ictus e Maurizio, reduce di una vita di eccessi, tramite i quali viene evidenziato uno dei concetti fondamentali su cui si fonda e si sviluppa il progetto “Microaree”: la salute delle persone passa attraverso il loro benessere emotivo e relazionale. La coesione sociale e la condivisione infatti, permettono la creazione di una comunità attraverso la quale si rende possibile la realizzazione del processo di integrazione e di sostegno, atto a garantire il benessere fisico e sociale dei soggetti più fragili che ne fanno parte.

“La città che cura” è un documentario profondo, che con delicatezza e sensibilità narra la vita del quartiere periferico di Ponziana, all’interno del quale ci muoviamo seguendo Monica Ghiretti, operatrice di “Microaree” e al contempo tra i protagonisti del film, attraverso la quale si rivelano al pubblico, poco a poco, alcuni frammenti di questa quotidianità, che uniti compongono un quadro delicato e poetico, di una realtà che forse troppo spesso si finge o non si vuole vedere e che, come ci racconta la telecamera di Erika Rossi, rivive e si riscopre grazie al progetto “Microaree”.

Erika, il tuo documentario, proprio per la tematica trattata e la realtà che riporta al suo interno, ha sicuramente una grande valenza sociale. Che cosa ti ha motivato a scegliere il progetto “Microaree” ed il quartiere di Ponziana, come soggetti per il tuo film?

“Ho deciso di affrontare il tema della salute sul territorio e in particolare il progetto ‘Microaree’ perché si tratta di tematiche alle quali sono legata da molto tempo, da quando, oltre dieci anni fa, iniziai il mio percorso di film maker raccontando il percorso basagliano attraverso i miei precedenti film: “Trieste racconta Basaglia“, all’interno del quale si sviluppa il racconto della storia di Franco Basaglia a Trieste e “Il viaggio di Marco Cavallo“, con il quale ho voluto dare risalto al percorso che ha portato, nel 2017, alla chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari in Italia.
Nello specifico sono arrivata al progetto ‘Microaree’ in parte perché era di mio interesse, in quanto ero già a conoscenza di questo programma e poi perché, come spesso accade, è stato il caso a venirmi incontro: “TICO Film”, società di produzione indipendente che ha sostenuto il documentario, mi propose di fare un lavoro su questa realtà in quanto ero già precedentemente in contatto con la Microarea di Ponziana e nello specifico con Monica Ghiretti. Inoltre, i produttori, Sara e Gino Pennacchi, con il film di finzione ‘Babylon Sisters’, avevano già avuto modo di toccare con mano quanto il progetto ‘Microaree’ fosse integrato nel quartiere e quanto avesse un ruolo di primo piano nella costruzione della comunità sul territorio.
A quel punto i produttori, conoscendo quello che era il mio background e i miei lavori precedenti, vennero da me e mi proposero questo progetto. Da lì iniziammo insieme a pensare a quale fosse il modo più efficace per raccontare la realtà della Microarea e, essendo io molto legata alla narrazione personale e avendo già iniziato a frequentare la Microarea senza la telecamera, si può dire che la scelta sia stata dettata in parte dall’istinto e dall’esperienza. Con i personaggi principali era inoltre andata a crearsi dell’empatia, nonché una vero e proprio rapporto di fiducia; è stato a quel punto che ho capito come e cosa avrei potuto raccontare.”

All’interno del tuo documentario si entra molto nel privato della vita dei protagonisti. Come è stato percepito da loro tutto questo e qual è stato il processo attraverso il quale è stato possibile raccontare in modo così profondo questa realtà attraverso la telecamera?

“L’accesso alle persone, in gergo tecnico, è sicuramente la parte fondamentale di qualsiasi documentario. E’ questo lo specifico del cinema della realtà. La relazione e la distanza alla quale tu decidi di stare con la camera, viene decisa e negoziata con la persona e, in base alla relazione che si ha con essa, la distanza sarà minore o maggiore.
In questo caso c’è stato in precedenza un lungo periodo di interazione e conoscenza, durato un anno e mezzo, che si è successivamente trasformato in un vero e proprio rapporto di fiducia e di amicizia. Io sono stata nelle case dei protagonisti e nelle loro vite per un arco di tempo molto lungo ed è forse naturale che in queste situazioni vada a crearsi un rapporto reale e profondo, attraverso il quale i personaggi stessi via via accordano con te una fiducia che rappresenta la base sulla quale è poi possibile lavorare. I protagonisti diventano quindi essi stessi in qualche modo co-autori, in quanto consapevoli di stare mettendo il loro privato o, come nel caso di Monica, la loro professione, a nudo nelle tue mani. Questo ovviamente significa anche che laddove venga messa uno stop, esso vada rispettato; in questo caso però mi è stata data molta libertà di azione.”

Con il tuo documentario non è solo il progetto “Microaree” ad essere messo in luce. Durante la sua fruizione infatti, ciò che ne traspare è molto di più, di che cosa si tratta?

“I livelli all’interno del documentario sono diversi e molteplici: abbiamo il livello delle storie, che mira a raccontare la realtà delle tante persone che vivono in condizioni di difficoltà e di solitudine, elemento che mi ha molto colpito e che ho quindi cercato di mettere maggiormente in risalto, assieme al discorso di quanto si renda necessaria in queste situazioni un’azione concreta e positiva a contrasto della solitudine e dell’esclusione sociale.
Un altro livello è poi quello che riguarda chi opera e lavora nel progetto ‘Microaree’; attraverso il mio documentario ho cercato infatti di comunicare la passione di questi operatori, nonché il loro coinvolgimento emotivo per il lavoro che svolgono. Tutto questo vuole essere fatto trasparire attraverso le loro discussioni, assolutamente reali e da me riprese, con lo scopo di mettere in luce quanto complesso possa essere questo lavoro e di come queste persone non lo vivano solo come tale, ma anzi, con una profonda consapevolezza di essere parte di una visione più ampia e di una storia. Le ‘Microaree’ si inseriscono quindi perfettamente all’interno di quello che è stato il mio percorso: partendo da Basaglia esse rappresentano l’applicazione del concetto basagliano alla sanità. E’ proprio questa la grandezza di questo progetto, il rimettere al centro la persona al di là del suo problema fisico o di malattia, aiutarla nel suo contesto di vita e nella sua storia a 360 gradi.”

In che modo hai voluto valorizzare il progetto “Microaree” all’interno di “La città che cura” e qual è la situazione attuale del programma?

“Si tratta di un progetto locale che è ancora inspiegabilmente poco conosciuto e poco noto, ma che rappresenta in realtà un’eccellenza locale: progetti come questo dove l’istituzione crea un programma sul territorio entrando nella vita dei quartieri e delle persone, attraverso la sinergia di Comune, Ater e Azienda sanitaria, è la messa in atto concreta dello Stato che va incontro alle persone, le quali per riflesso si riconoscono in quel tipo di impostazione, proprio perché chiamati in causa. Il film ed il libro, benché siano due progetti separati, accomunati dalla tematica e dal titolo condiviso, (applicato successivamente al documentario nella sua versione lunga, in quanto perfettamente adatto per il tema trattato al suo interno), sono pensati proprio per valorizzare e mettere in luce un progetto che troppo spesso non è stato, e continua a non essere, compreso e sostenuto.
L’auspicio è quindi che il tour, che vede in un’ottica di distribuzione congiunta l’unione della presentazione di libro e film e partito ora con l’inaugurazione al Cinema Ariston di Trieste, possa determinare un ruolo decisivo nel sostegno al progetto, il quale sta affrontando attualmente il momento più critico a partire dalla sua nascita all’inizio degli anni 2000, in quanto continua a non essere del tutto sostenuto e compreso, vittima della mancanza di una visione più ampia: la salute non è infatti il risultato di una mancanza di ospedalizzazione ma è invece il risultato di una mancanza di relazioni. Se una persona è sola e non ha una rete sociale è molto più probabile che non riesca a curarsi e questo è un concetto che viene ribadito anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Sostenere quindi la socialità, la comunità ed il capitale sociale di un quartiere si rivela essenziale e la Microarea, creando uno spazio aperto, al quale chiunque può rivolgersi e chiedere aiuto, ne rappresenta il fulcro.”

Quali sono state le principali difficoltà riscontrate durante le riprese?

“In generale quello del documentarista è un tipo di lavoro dove la difficoltà è data proprio dal fatto che nella maggior parte dei casi si è da soli, in quanto non è ovviamente possibile invadere il personale e la casa delle persone con una troupe vera e propria. Quindi il fatto di lavorare da sola, occupandomi al contempo sia della ripresa che della registrazione audio, mi ha creato alcune difficoltà da un punto di vista principalmente tecnico.”

Quali sono i tuoi progetti futuri?

“In questo momento non sto lavorando a un progetto personale ma sto lavorando su progetti di terzi, in quanto ho da poco fondato una società con cui produco anche documentari di altre persone; quindi, in veste di produttore, seguo anche il loro percorso creativo.”

[Erika Rossi è nata a Trieste nel 1974; si trasferisce a Milano dove si specializza presso l’Alta Scuola di Ideazione e Produzione audiovisiva dell’Università Cattolica. Negli ultimi dieci anni racconta storie profondamente legate al suo territorio, collaborando con diverse realtà indipendenti del Friuli Venezia Giulia e affermandosi come autrice a livello internazionale. Erika Rossi, due volte finalista del Premio Solinas documentario per il cinema, i cui progetti sono stati selezionati a Eurodoc e Archidoc, programmi di formazione europea, nel 2012 dirige e produce “Trieste racconta Basaglia”, vincitore al Trieste Film Festival, menzione speciale al festival Lo Spiraglio di Roma; nel 2014 è invece la volta di “Il viaggio di Marco Cavallo”, presentato al Torino Film Festival, che ottiene il Premio Franco Rossano come miglior documentario a tema sociale. Nel 2017 presenta “Tutte le anime del mio corpo”, un film in collaborazione tra Italia e Slovenia, presentato in concorso a Visions du Rèel 2017,  vincitore del Premio della Critica SNCCI al Cinepalium Festival e del Miglior Montaggio al Golden Tree International Film Festival di Francoforte. Infine, nel 2018 è tra i registi selezionati alla Berlinale Talent Campus.]

Il film “La città che cura” è stato prodotto da TICO Film Company e distribuito da Lo Scrittoio, con il contributo del Ministero per i beni e le attività culturali e realizzato con il sostegno del Fondo per l’Audiovisivo del Friuli Venezia Giulia, nonché con il sostegno di Friuli Venezia Giulia Film Commision. Scritto e diretto da Erika Rossi e prodotto da Sarah Pennacchi, da un’idea di Gino Pennacchi. Fotografia ad opera di Erika Rossi e Daniel Mazza, montaggio a cura di Andrea Cauterm, montaggio del suono e mix di Francesco Morosini, con musiche di Stefano Schiraldi.