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martedì, 25 Gennaio 2022

“Femmine un giorno”. Il Mostro di Udine, la storia da maggio su “Sky Crime”

30.04.2019 – 12.11 – “Femmine un giorno”. Luana Giamporcaro, 22 anni, triestina, era una prostituta; fu uccisa il 24 gennaio 1983, a Udine, da un uomo senza identità. Il suo nome scomparve presto dalla cronaca e dalla memoria; fu uno dei 13, forse 14, nomi di donna che l’assassino mai identificato si portò via. Sky Crime+Investigation porterà sui piccoli schermi, a partire da mercoledì 22 maggio con anteprima il 15 maggio a Milano, la vicenda del Mostro di Udine. L’autore della prima serie italiana di investigazione di fatti realmente accaduti non giornalistica, Matteo Lena, ha lavorato assieme a Elena Commessatti, scrittrice che con il suo libro ha tentato di fare luce sul giallo riaprendo uno dei più feroci casi di assassino seriale del nostro paese, che divenne per molti anni l’incubo delle giovani del Friuli Venezia Giulia.

Il Mostro di Udine uccide fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, sia molto vicino alla città che nel territorio circostante; sono anni in cui la comunicazione è profondamente diversa da quella di oggi. Le foto sulla carta stampata inorridiscono molto meno di un video su un Social Network; sembra tutto più distante, meno reale. Ma non è così: sono morti drammatiche, brutali. Comune denominatore del tempo una frase sussurrata sia da uomini che da donne: “se la sono cercata”. Erano quasi tutte prostitute, nate in regione o provenienti dai paesi slavi, che nel Friuli degli anni Ottanta cercavano di trovare di che vivere fra i giovani militari delle caserme: fra Trieste e Pordenone una ogni pochi chilometri, piena di ragazzi molto giovani e di più anziani militari di carriera. Di quelle morti non si parlava, e a spezzare l’omertà fu per primo il Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, nel 1982: oggi, parlare di diritti civili di chi vende il proprio corpo è diventato, pur fra le polemiche di chi vorrebbe riportare indietro la storia, normale; nel 1982 ‘prostituta’ era sinonimo di qualcosa che non era neppure donna, non aveva la dignità di un essere umano alla pari. Del Mostro di Firenze si parlava; lui, però, uccideva le coppiette ‘regolari’ e bisognava fermarlo; il Mostro di Udine, città dove tutto era tranquillo e non succedeva mai niente, si limitava alle prostitute, sbagliando solo qualche volta. Le vittime certamente uccise dalla sua mano, in maniera provata dal patologo, sono quattro: tre prostitute e una maestra elementare, la più giovane di 19 anni. Segno di distinzione, un taglio sul ventre, fino al pube, fatto con un bisturi o uno strumento affilato che l’assassino sapeva usare con mano ferma e si pensò che potesse essere un laureato in medicina. Dopo il 1989, l’assassino si fermò, e in effetti il 1990 segnò anche un anno di cambiamento nell’organizzazione dei presidi militari della zona del Friuli e della Venezia Giulia. Si ipotizzò, però, anche che gli assassini potessero essere stati due, uno che uccideva le sue donne a coltellate, mentre l’altro le strangolava.
La tesi della scrittrice Elena Commessatti è che sia stata la cultura particolare del Friuli, in quegli anni molto riservata, chiusa, conservatrice, distante dalla globalizzazione, ad avere alla fine permesso che ‘non si notasse nulla’ senza arrivare mai a una risoluzione delle indagini. Complice il periodo storico delle Brigate Rosse e della strategia della tensione: in televisione c’era altro di cui discutere. Chi sapeva, non poteva o non voleva parlare; forse era coinvolto ‘qualcuno più in alto’, forse era qualcuno delle caserme, chissà. Fino a oggi, è rimasto tutto così: nessun colpevole, solo le tombe. E un mostro forse ancora vivo.

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