Il DDL Pillon: le donne, le contestazioni e i contenuti. Svuotare i diritti.

Il decreto di legge Pillon, dal nome del suo fondatore e promotore, va a toccare norme e leggi in fatto di divorzio e affidamento dei figli. Andiamo a vedere come e perché la sua applicazione potrebbe risultare pericolosa in fatto di libertà e sicurezza.

08.02.2019 – 13.19 – Non dimenticate mai che basterà una crisi politica, economica o religiosa affinché i diritti delle donne siano messi in discussione. Questi diritti non sono mai acquisiti. Dovrete stare attente alla vostra vita.” [Simone de Beauvoir]

In un periodo in cui in Italia e in Europa stiamo assistendo a un proliferare di movimenti pro-vita e pro-famiglia radicalmente conservatori in fatto di diritti delle donne e diritti civili in generale, vorremmo affrontare oggi lo scottante tema del decreto di legge 735, altresì chiamato DDL Pillon, dal nome del suo promotore principale [Simone Pillon, Lega]. Esso si inserisce all’interno di una serie di movimentazioni ritenute da più parti come fondamentaliste che vorrebbero ripristinare la cosiddetta ‘famiglia tradizionale’ (uomo, donna, figlio) come unica base fondante della nostra attuale società, abrogare la legge 194 sul libero aborto, negare i diritti di famiglie omogenitoriali o diverse da quella definita ‘tradizionale’, e modificare l’odierna realtà del processo sociale che vede le donne libere di determinare i propri percorsi di vita e la maternità anch’essa come libera scelta.

In questo contesto, mercoledì 6 febbraio 2019, in Consiglio Comunale a Trieste, si è tenuta una mozione in stampo pro-vita che vorrebbe informare le donne sui pericoli dell’interruzione volontaria di gravidanza, ma che di fatto non fa altro che ripresentare idee contro la parità di genere e la libertà delle donne di autodeterminarsi nel campo del proprio corpo e delle proprie scelte [diritto umano fondamentale di terza generazione NdR].

Di ddl Pillon si è parlato esaustivamente nella toccante puntata di Presa Diretta del 28 gennaio di quest’anno (RAI3), intitolata Dio Patria Famiglia, importante per capire nel dettaglio di che cosa si stia parlando e di quale sia la potenziale pericolosità di un tale progetto di legge. Nella puntata abbiamo visto la giornalista Giulia Mosetti recarsi anche a Trieste per intervistare le professioniste dell’Onlus G.O.A.P., centro che si dedica proteggere le donne vittime di violenza di genere. Ma che cosa ha a che vedere la violenza sulle donne con questo disegno di legge?

Per capirlo bisognerà entrare nel merito e andare a vedere quali sono i suoi principali punti, scoprendo che con l’attuazione di questo progetto non verrebbe messa a rischio solo la libertà della donna, ma anche la sicurezza che uno stato dovrebbe garantire ai suoi cittadini più importanti e indifesi: i bambini.  Il DDL 735 andrebbe infatti a modificare le attuali norme previste nel caso di divorzio, separazione e affidamento dei figli, sviluppandosi principalmente su tre fulcri.

Il primo riguarda la parte economica di una separazione: via l’assegno di mantenimento previsto per il bambino, sostituito dal mantenimento in forma diretta (ogni genitore paga per conto proprio per i bisogni del figlio). Il secondo punto vuole andare a rendere obbligatoriamente paritari i tempi di permanenza dei figli con entrambi i genitori, anche nei casi in cui questo possa non risultare adeguato, poi vedremo in che modo. La terza parte invece introduce norme volte al contrasto della cosiddetta (ritenuta da più parti che contestano il DDL come inesistente sul piano oggettivo della sua determinazione) alienazione parentale: essendo essa argomento complesso e controverso, alleghiamo qui un link per approfondire. Qui una dichiarazione di Non Una Di Meno sul fenomeno.

“Detta così non sembrerebbe troppo male”, si può pensare. Ma entrando nel particolare scopriremo che questi provvedimenti andrebbero in realtà ad aumentare nei fatti i rischi di disuguaglianze e le discriminazioni di genere, con un secondo rischio derivato: minare la sicurezza e il benessere dei figli. In che modo? Le statistiche odierne ci raccontano che la maggioranza dei figli vengono di fatto affidati alle cure della madre e che gli affidamenti fisicamente condivisi (al 50%) sono cosa assai rara. Nella puntata sopracitata Mosetti intervista Monica Velletti, giudice del Tribunale Civile di Roma, la quale ogni giorno ha a che fare con decine di divorzi e separazioni.

Dal suo osservatorio privilegiato, il più grande tribunale italiano, la magistrata sostiene che se ciò accade è perché nella maggioranza delle separazioni i giudici tendono a mantenere un ordine familiare precedente alla divisione dei genitori. Ordine familiare all’interno del quale l’uomo si dedica al mantenimento della famiglia e la donna all’accudimento dei figli e degli anziani. La giudice rileva un dato di realtà: secondo le statistiche, sono più gli uomini a investire nel lavoro e più le donne a investire nella cura; lo si osserva poi nelle aule dei tribunali.

Le statistiche parlano di una grande crisi economica dei padri, che dopo le separazioni o i divorzi si ritrovano senza dimora e a dover versare cifre astronomiche per il mantenimento. Ma sono le stesse statistiche che raccontano anche di un impoverimento delle madri nella stessa misura in cui accade ai padri. Se ne evince che lo Stato, attraverso le funzioni dei Servizi Sociali, dovrebbe prendersi cura delle situazioni di indigenza in cui una famiglia che si sta separando si viene a trovare, aiutando sia i padri sia le madri a continuare a essere in grado di provvedere ai bisogni dei propri figli. La legge attuale andrebbe di certo rivista, ma arricchendo, e non spogliando di risorse i Servizi Sociali. Togliere l’assegno di mantenimento invece potrebbe arrecare un grave danno al sistema esistente, costringendolo a forzarsi: i bambini divisi obbligatoriamente tra madre e padre, vivrebbero in situazioni economiche assai diverse da una parte e dall’altra, senza poter nulla scegliere.

E qui veniamo al terzo punto, il più dolente, il più pericoloso e quello che ha a che fare con la violenza di cui sopra. Questo disegno di legge prevederebbe che nel caso in cui il figlio esprimesse il rifiuto di stare con uno dei due genitori, indipendentemente dal motivo, le autorità competenti dovrebbero immediatamente intervenire prelevando il minore e togliendolo alla cura proprio di quel genitore con cui il piccolo non si sente di stare (facendo fede alla teoria dell’alienazione parentale). Indipendentemente dal motivo. Nei casi in cui ci siano di mezzo violenze domestiche o maltrattamenti da parte di quel genitore con cui il bambino non si sente sicuro di stare, come si procederebbe? Nel DDL si legge che solo nel caso di violenze o maltrattamenti penalmente attestati si potrebbe procedere diversamente.

Fabio Roia, presidente della sezione Misure di Prevenzione nel Tribunale di Milano, nel video di Presa Diretta sostiene che il ddl 735 violerebbe tra l’altro l’articolo 31 della Convenzione di Istanbul, di fatto legge di Stato in Italia. Questo articolo fa riferimento al fatto che il giudice civile dovrebbe giudicare l’eventuale violenza domestica nella coppia in caso di affido condiviso; e ricorda che sono troppe le volte in cui scattano sentenze di affido condiviso in assenza di questa valutazione. Secondo i sostenitori del disegno di legge però, in tribunale le donne sarebbero privilegiate e la violenza non avrebbe niente a che vedere con le separazioni e i divorzi.

Il quadro generale è davvero tanto complesso per poter essere riassunto nello spazio di un articolo. I sostenitori di Simone Pillon (senatore della Repubblica e iscritto nelle liste della Lega) ruotano attorno ai promotori del Family Day, attraverso i quali sono state sollevate anche possibili proposte sull’abolizione non solo dell’aborto ma anche del divorzio. Tramite una conferenza stampa molto incisiva, il 6 febbraio a Trieste le attiviste di “Non Una Di Meno” si sono espresse nuovamente sul loro intento: adoperarsi per impedire che si torni indietro, non lasciar togliere alcuna libertà alla donna, combattere contro i movimenti che vogliono opporsi alla parità di genere. “Le donne non molleranno la presa con chi cerca di negare diritti civili che dovrebbero essere oramai universalmente acquisiti”, questo il loro messaggio, e il movimento è in prima linea anche sul tema del DDL 735: la scorsa settimana era presente a Roma per il convegno della Lega su ‘Famiglia e Natalità’ per manifestare la sua contrarietà e indignazione: “Vi ridiamo in faccia e vi combattiamo, tutte insieme, Non Una di Meno!”.