Essere insegnante oggi: una professione da valorizzare. Marco e la sua esperienza

10.01.2019 – 09.00 – Dopo l’Operatore Socio Sanitario e l’educatore professionale, tra i lavori che si annoverano l’Oscar per l’intensità e la pericolosa tendenza a scivolare in quello stato momentaneamente disfunzionale chiamato burn-out, troviamo ai primi posti quella dell’insegnante.

Rita Levi-Montalcini soleva sottolineare che “la scelta di un giovane dipende dalla sua inclinazione, ma anche dalla fortuna di incontrare un grande maestro” ed è precisamente da questo pensiero che si evince quanto possa essere la vocazione all’insegnamento uno tra i principali presupposti per farlo nel migliore dei modi. Per approfondire questo argomento siamo andati oggi a parlare con Marco, un insegnante triestino che a quarant’anni ne ha maturati una decina nelle scuole del territorio. Vi presentiamo di seguito la prima parte dell’intervista.

Marco, che cosa ti ha portato a scegliere di fare l’insegnante?

La strada che mi ha portato a scegliere questa professione è stata in un certo senso casuale e anche un po’ tortuosa. Non ho sempre desiderato fare quello che faccio: alla fine del liceo mi ero inizialmente iscritto a una facoltà che credevo adatta a me, ma dopo qualche anno ho iniziato a rendermi conto che non stavo andando avanti né indietro; così, dopo un periodo di ricerca e ispirato da un mio caro amico che aveva già scelto quella strada, mi sono iscritto a Lettere Moderne. È in quegli anni che, trovandomi sporadicamente coinvolto nell’ambito dell’insegnamento, tra corsi di italiano agli stranieri (tramite l’ARCI di Trieste, n.d.r.) e ripetizioni per studenti, ho iniziato comprendere quale fosse in realtà la mia vera passione.

Qual è la tua situazione lavorativa attuale e qual è stato il tuo percorso per arrivarci?

Sono un insegnante di scuola secondaria di primo grado (medie, n.d.r.) e da un paio d’anni sono passato di ruolo. Il mio percorso formativo? Una volta presa la laurea ho partecipato ai due anni di formazione della SSIS, la Scuola di Specializzazione all’Insegnamento Secondario, che a quel tempo era necessario aver frequentato per poter accedere alle graduatorie di ruolo; un’esperienza che è stata assolutamente deludente dal punto di vista didattico, ma molto interessante da quello pratico attraverso il tirocinio. Credo infatti che l’osservare altri insegnanti all’opera sia estremamente formativo per chi si stia avviando a intraprendere questa professione. Ho iniziato facendo supplenze come insegnante di sostegno (per le quali avevo conseguito uno specifico diploma) e dopo circa cinque anni sono passato a insegnare Italiano, Storia e Geografia, sempre come supplente. Solo dopo nove lunghi anni di precariato sono passato a essere finalmente ‘insegnante di ruolo’!

Al giorno d’oggi quanto è importante un mestiere come quello dell’insegnare?

Il mio lavoro è sicuramente molto importante, ma più importante ancora ritengo essere la Scuola stessa come Istituzione: un luogo dove attraverso le relazioni con insegnanti e compagni si dovrebbero apprendere le basilari ma fondamentali regole della convivenza civile. In un momento di grandi cambiamenti epocali come il nostro presente, devo ammettere però che la Scuola italiana ha la colpa di non ‘essere sul pezzo’, di non riuscire a stare nei tempi del cambiamento.  Ma credo anche che pian piano le cose cambieranno, ci sono modelli illuminati di pedagogia che nei paesi del nord Europa hanno già preso piede da anni, e sono certo che sarà quella la direzione che anche noi cominceremo a seguire.

Quali sono le principali difficoltà che incontri nella tua professione?

I programmi e le modalità con le quali questi programmi vengono svolti sono in parte anacronistici, come ho già accennato. Chi da tanti anni non entra in una scuola, potrebbe sorprendersi nel farlo a rivivere un’esperienza che lo riporta al suo passato, perché anche a livello di struttura non è cambiato molto. La tecnologia si usa in maniera relativa e secondaria e i modi sono ancora molto tradizionali: lezioni frontali, utilizzo di libri e quaderni nella quasi totalità delle lezioni. Questa è un po’ la tendenza della Scuola e questa è la mia difficoltà principale: mi trovo spesso a fare proposte che mi sembrano adatte alle situazioni in cui mi trovo a lavorare, ma devo scontrarmi con la resistenza da parte del sistema più anziano ad affrontare un eventuale cambiamento. E poi nella migliore delle ipotesi in cui le novità vengano accolte, i tempi per la messa in pratica sono lunghi e burocratizzati: questo risulta talvolta davvero esasperante.

In secondo luogo lavoriamo molto spesso sprovvisti degli strumenti adatti a fronteggiare la realtà, quella per esempio di classi multietniche, con studenti di vari livelli linguistici. In questi casi per esempio sarebbe necessario avere a disposizione dei mediatori culturali all’arrivo di un nuovo studente che non parla la lingua italiana. Successivamente l’eventualità di creare un sistema a classi aperte (formate per fasce di livello, elastiche e in continua evoluzione), potrebbe essere una soluzione. Purtroppo non è facile arrivarci e tutto risulta molto difficile. Si ha talvolta l’impressione di tendere all’immobilismo, ma ho fiducia che ne usciremo.

In che genere di contesti hai lavorato in questi anni? 

Ho lavorato in contesti molto differenti: ho girato diverse scuole qui a Trieste e nell’Isontino, sono stato un anno in un contesto scolastico molto difficile nella periferia di Genova, e per tre anni anche in una scuola privata triestina. È risultato piuttosto scioccante il periodo di due anni in cui per metà delle ore lavoravo nella scuola pubblica come insegnante di sostegno e per l’altra metà in quella privata: pur lavorando con ragazzi della stessa età mi sono reso conto di quante e quanto sostanziali siano le differenze tra le due.

A proposito della disquisizione su scuole pubbliche e private, tema scottante, che cosa ne pensi ?

Dunque: io sono contrario al privato, credo che la Scuola dovrebbe essere esclusivamente pubblica in maniera da dare le stesse opportunità a tutti, così come ‘da Costituzione’. E proprio per il fatto di aver visitato da insegnante entrambi i contesti, avendo osservato cioè che nel privato le cose stanno decisamente messe meglio, credo che si debba impegnarsi a far sì che il livello del pubblico sia più valido e più efficace. Sarebbe necessario che venissero spesi più fondi però, e messe in campo più risorse. Meno tagli e più investimenti. Mai come oggi, in cui l’istruzione è data per scontata, c’è bisogno che venga valorizzata e migliorata dai governi degli stati.

Le cose da dire sono davvero tante! Vi aspettiamo dunque giovedì prossimo per la seconda parte dell’intervista.