Locande e alberghi della Trieste asburgica, tra Settecento e Ottocento

02.06.2018 – 11.23 – La natura economica di Porto caratteristica della Trieste settecentesca, da Maria Teresa d’Austria a Giuseppe II e in seguito industriale e commerciale, con i traffici della Restaurazione e con la realizzazione di quanto oggi viene definito “Porto Vecchio” nell’ultimo quarto del diciannovesimo secolo, costituirono un impulso decisivo alla costruzione di una vasta rete di alberghi e hotel.

La progressiva costruzione del Borgo Teresiano nel ‘700 e le ingenti opere edilizie sotto l’Austria liberale dal 1860 in poi rendevano fondamentale la presenza di alberghetti e stamberghe per la manovalanza specializzata, mentre d’altronde il flusso di commercianti e ambasciatori “di passaggio” a Trieste richiedeva a gran voce avere appropriati hotel, al passo con le ultime mode nei servizi e nell’architettura. La Trieste asburgica per altro, proprio in virtù di un suo strettissimo legame con la Casa reale, doveva disporre a partire da Giuseppe II, di appropriati Palazzi dove alloggiare i propri ospiti e governanti.

Il primo albergo vero e proprio a sorgere a Trieste fu la Locanda Grande in Piazza dell’Unità, all’epoca nota come Piazza Grande: era il 1531. Miracolosamente sopravvissuta alle guerre religiose e alla stagnazione seicentesca, la Locanda venne ristrutturata per volontà del Comune nel 1732 e ulteriormente ampliata nel 1760. L’edificio fu poi abbattuto nel 1847 e ricostruito nella forma dell’attuale sontuoso palazzo nel 1873, grazie a un progetto congiunto degli architetti Eugenio Geiringer e Giovanni Righetti. Inizialmente conosciuto come Hotel Garni, in seguito venne rinominato “Vanoli”, dal nome del proprietario, che introdusse l’energia elettrica nel 1912. Dal 1972 venne trasformato nell’attuale Gran Hotel Duchi d’Aosta.

La Locanda purtroppo rimase famosa negli annali per un fatto di sangue: il 1 giugno 1768 Johann Joachim Winckelmann arrivò a Trieste in incognito e prese alloggio alla Locanda. Sette giorni dopo, 8 giugno 1768, fu assalito da Francesco Arcangeli, un cuoco disoccupato, con il quale era entrato in amicizia. L’uomo in realtà si era avvicinato a Winckelmann con l’idea di derubarlo della sua collezione di medaglie antiche ricevute in regalo alla corte imperiale. Accoltellato nella sua stanza personale, la numero 9, Winckelmann sopportò una lunga agonia, durante cui svelò la sua vera identità di studioso e archeologo.

La lista tuttavia di ospiti d’onore usciti incolumi e in ottima salute dalla Locanda è in realtà cospicua e si dipana dalla Trieste di Maria Teresa fino ai primi anni di regno di Francesco Giuseppe. Primo a figurare sull’albo, niente meno che l’Imperatore Giuseppe II, ultimo monarca illuminato tanto in Austria quanto in Europa; a seguire Leopoldo II d’Asburgo, Apostolo Zeno, Lorenzo Da Ponte… La Locanda accolse senza distinzioni tanto una spia al servizio di Venezia, rubacuori e avventuriero quale Casanova, così come un filosofo del primo Romanticismo quale Chateaubriand.

L’epopea napoleonica lasciò un segno nella Locanda con una sfilza di nomi illustri: Gioacchino Murat, sulla strada per il Regno di Napoli e alcuni decenni più tardi, Carolina Murat in fuga dall’Italia; Girolamo Bonaparte, ex re di Westfalia, con la sorella, Elisa Baciocchi e infine Bernadotte, futuro re di Svezia e di Norvegia. Numerosi nello stesso periodo tanto i francesi quanto gli inglesi, con una visita d’eccezione dell’Ammiraglio Horatio Nelson, futuro vincitore a Trafalgar.

Una consistente fetta dei viaggiatori che pernottavano alla Locanda Grande erano quanto oggi definiremmo “turisti”: rampolli della nobiltà o della borghesia nord europea desiderosi di visitare Venezia, la Roma dello Stato Pontificio ed eventualmente il Reame di Napoli. Se il percorso tradizionale del Grand Tour prevedeva di viaggiare di città in città da Venezia fino a Roma e Napoli, la cattiva condizione delle strade nella penisola e una certa attiva criminalità nelle campagne spesso incentivava un viaggio via mare, dove Trieste costituiva la sosta per eccellenza prima di dirigersi alternativamente in una delle tre capitali, con un considerevole risparmio.

Locanda Grande nella Piazza S. Pietro. (Trieste). Das grosse Gasthaus auf den (!) S. Peters Platz (Triest)

La Locanda Grande ebbe un pericoloso concorrente a partire dal 1840, quando venne costruito l’albergo Metternich, dal nome del cancelliere austriaco simbolo della Restaurazione in Europa. Costruito senza badare a spese, disponeva di due ingressi laterali per le carrozze, un ingresso principale a un pianoterra lussuosamente decorato e 9 stanze da bagno con vasche in marmo da Carrara. Una chicca: su richiesta, era possibile avere un bagno “di mare” grazie a una tubatura connessa al Molo San Carlo. I resoconti dei viaggiatori sottolineavano i mobili nello stile Biedermeier, così come i letti con i coltrinaggi e la biancheria nobiliare. Nel 1884 fu il primo edificio di Trieste a disporre di un ascensore, mentre nel 1911 fu il primo albergo austro-ungarico con un riscaldamento centralizzato. Riveste un certo interesse, anche alla luce della toponomastica, come l’albergo cambiò nome nel 1848, quando la Primavera dei Popoli trasformò Metternich nell’emblema del passatismo e della tirannia assolutista della Restaurazione: inizialmente chiamato Hotel nazionale, in seguito assunse la neutra denominazione di Hotel de la Ville. Oggigiorno è la sede della Fincantieri. Troppo numerosa la lista di ospiti passati per l’Hotel per elencarla qui: Giuseppe Verdi, Ricciotti Garibaldi, Giuseppe Giacosa, Eleonora Duse e tanti altri…

Oltre alla Locanda Grande e al Metternich occorre ricordare a inizio ottocento almeno gli alberghi Aquila nera e Aquila imperiale, così come in via S. Nicolò le locande Alla corona ferrea, Al buon pastore e Alla città di Vienna. Il palazzo Modello (1871-72) in Piazza Grande ospitava l’Hotel Delorme, mentre nell’edificio del Teatro Nuovo (oggi Teatro Verdi) era possibile alloggiare all’albergo Città di Londra. Collocati invece in una posizione decentrata gli alberghi Al lupo, in Barriera Nuova e Alla Corona d’oro, in via Carinzia.

Meriterebbe un articolo a sé l’Hotel Excelsior Palace, costruito nel 1910 sulle fondamenta dell’ex Capitaneria di Porto, inaugurato nel 1911 nell’occasione del varo della corazzata Viribus Unitis e costruito dall’architetto viennese Ladislau Fiedler secondo i più avanzati canoni architettonici dell’epoca: monumentale, nello stile Mitteleuropeo, con uso di cemento armato.

Sullo stesso filone, immancabile il Balkan nell’ex Piazza della Caserma, L’Unione, il Moncenisio, il Centrale in Piazza Ponterosso, l’Albergo Millic nella Piazza delle Pignatte (attuale via Imbriani, nome derivato da un mercatino di pentole che si svolgeva nell’ottocento) e l’Hotel Europa in Piazza della Caserma, oggi Piazza Oberdan. Quest’ultimo, gestito da Carlo Volpich a inizio ‘900, disponeva di un inedito collegamento alla stazione ferroviaria tramite un dedicato omnibus a cavalli.

In tema di locande e alberghi della Trieste ottocentesca, merita una speciale menzione il “Restaurant alla Città di Francoforte”, spesso ricordato a proposito delle locande triestine: era una delle trattorie più famose a fine secolo, all’angolo tra Via della Zonta e Via Valdirivo. Oltre alla qualità delle vivande, era famoso per un’illuminazione notturna all’avanguardia, con una fila di lampade elettriche ad arco voltaico.