Giuseppe II, Maria Teresa e il mito austriacante: cosa resta vero per Trieste

16 luglio 2026 – ore 12:30 – A Trieste, quando si parla di passato, si sente ancora dire: «Con l’Austria tutto andava meglio». Dietro quella frase non c’è solo nostalgia dei bei tempi andati: c’è un mito, il “mito austriacante”. È una memoria selettiva dell’età asburgica che presenta l’Impero austro-ungarico, e soprattutto Maria Teresa d’Austria, come un’età dell’oro contrassegnata da ordine, prosperità e convivenza cosmopolita, usando quel passato come misura del presente. Claudio Magris lo aveva definito “mito asburgico”: una burocrazia benigna, un sovrano stabile, un insieme di Stati centroeuropei affabili, un mondo multietnico consolatorio. Non è un rifiuto dell’Italia – la città resta fortemente italiana e italianista – ma piuttosto una strategia identitaria: riconciliare una situazione oggettiva di periferia d’Italia e di “estremo Est” con un passato centroeuropeo, superando simbolicamente le divisioni etniche locali. La domanda utile non è se il mito sia «bello». È se sia positivo per Trieste. La risposta onesta è: sì e no. Più no che sì. E il “no” pesa di più quando il mito, spesso alimentato da un’analisi limitata a un contesto ristretto, sostituisce la storia. Di solito non mi avventuro oltre i confini del Novecento, il “secolo breve”, per il quale ho da sempre una forte passione e che conosco sicuramente meglio. Ma proviamo. L’occasione è l’incontro con Maurizio Marzi Wildauer, introdotto da Giovanni Tomasin, all’Antico Caffè San Marco, per parlare ancora una volta, e con piacere, del suo libro Il genio di Trieste.

Il mito triestino dell’Austria – il libro di Marzi Wildauer non parla specificamente di questo, ma stimola la riflessione – è a volte accattivante, perché offre un linguaggio condiviso, aiuta il turismo, dà spessore culturale e può temperare nazionalismi da trincea. Diventa inutile, e controproducente, quando semplifica le cose: quando confonde la tolleranza mercantile con i diritti moderni, quando celebra Maria Teresa e dimentica Giuseppe II d’Asburgo-Lorena e, soprattutto, quando suggerisce che, se solo l’Austria non fosse finita com’è finita, «tutto a Trieste andrebbe meglio». È qui che il mito diventa rischioso: concedendo ad alcuni di ammantarsene, trasforma un passato complesso in un alibi e rende più difficile leggere i problemi strutturali che esistevano già prima del 1918. Maria Teresa costruì Trieste, ma non inventò tutto e non fece sempre bene, anzi. Fu Giuseppe II a cambiarne l’anima e a incidere sulla città in modo talmente profondo da rendere difficile, ancora oggi, non coglierne l’eredità. Il porto franco nasce con Carlo VI il 18 marzo 1719. Il Borgo Teresiano prende forma sotto Maria Teresa, dopo gli espropri dei campi di sale avviati dallo stesso Carlo VI nel 1730. Dal 1740 l’imperatrice amplia i privilegi, sistema il Canal Grande, fonda la Scuola di Astronomia e Navigazione, affidata ai Gesuiti, e nel 1771 concede privilegi e statuto agli ebrei. Nel Settecento la popolazione passa da circa 6.000 a circa 30.000 abitanti. È la fondazione materiale della Trieste che esiste ancora oggi. Giuseppe II, che regna inizialmente insieme alla madre e, alla sua morte, diventa sovrano (1780-1790), rappresenta invece il mondo nuovo. Porta il lume della ragione. Con lui la Chiesa viene posta sotto il controllo dello Stato, i conventi vengono chiusi, i loro beni venduti, l’istruzione diventa pubblica e viene introdotta la tolleranza confessionale. A Trieste la religione esce dalla dimensione privata grazie all’ampliamento dei diritti e dell’integrazione pubblica: vengono abbattute le porte del ghetto ebraico, San Silvestro passa ai protestanti, la Scuola Nautica diventa laica. Come Marzi Wildauer ricorda, sintetizzando: Maria Teresa e Giuseppe II sono «madre materiale, padre spirituale». Il mito austriacante triestino preferisce sempre la madre: è comprensibile, il Tallero di Ponterosso è una moneta, non una riforma ecclesiastica. Ma senza il figlio, la Trieste cosmopolita nello spazio pubblico, e non soltanto tollerata nella sfera privata, sarebbe molto più difficile da spiegare.

Il mito dice anche: «Fino alla Grande Guerra Trieste prosperava; poi l’Italia e i nuovi confini l’hanno rovinata». C’è una parte di verità nei numeri, ma c’è anche un’omissione. Secondo ricostruzioni diffuse nella storiografia economica locale, il volume delle merci nel porto passa da circa 1,2 milioni di tonnellate nel 1880 a circa 4,5 milioni nel 1912. Alla vigilia della guerra Trieste resta uno dei porti più dinamici del Mediterraneo, come ricordano sia gli studi sul ruolo mitteleuropeo della città sia l’Archivio di Stato di Trieste. Il vero crollo, in termini di decadenza prolungata, arriva soprattutto dopo il 1918, quando scompare la funzione di porta dell’Impero e il porto entra in una lunga fase di dipendenza dagli interventi pubblici. Ma «dinamico» non significa «privo di crisi strutturali». Prima della guerra Trieste vive già una trasformazione difficile, e il mito quasi sempre nasconde questa realtà, perché parlarne spezzerebbe l’idillio.

Primo punto: Trieste perde già prima della Grande Guerra parte dei propri bacini di traffico. Con l’Unità d’Italia, l’Austria perde territori economicamente importanti e Trieste un ricco retroterra. L’interscambio continua, ma il porto non è più lo sbocco naturale dell’intera penisola italiana. Il traffico cresce, sì, ma su una geografia politica più ristretta.

Secondo punto: nasce un rivale politico ed economico. Dopo il Compromesso del 1867, l’Ungheria punta su Fiume. La ferrovia verso Fiume e le tariffe agevolate spostano quote del traffico agricolo ungherese, e Trieste perde il primato su quei prodotti. Fiume è più vicina e meglio sostenuta da Budapest. Non è un declino assoluto e immediato di Trieste; è però un’erosione del suo monopolio, e per un porto abituato a sentirsi unico è già una ferita.

Terzo punto: Suez delude le attese. Aperto nel 1869, il canale sembrava destinato a fare di Trieste il ponte tra Europa e Asia, ma la letteratura sul Lloyd e sui traffici marittimi mostra che i benefici furono inferiori alle aspettative. I grandi porti del Nord Europa e del Mediterraneo occidentale conquistarono quote maggiori. Trieste crebbe, ma non divenne il centro globale sognato dai mercanti locali.

Quarto punto: cambia il mestiere della città. L’emporio permanente, dove la merce staziona nei magazzini e il mercante comanda, lascia il posto a una città che è soprattutto porto di transito, dove contano i flussi, la ferrovia e gli spedizionieri. Per questo, già prima della fine dell’Ottocento, il porto franco viene ristretto alle sole aree di movimentazione. Non è un «tradimento» di Vienna, ma l’adeguamento a un commercio mondiale più veloce, nel quale il privilegio esteso a tutta la città è diventato superfluo. Di tutto questo vediamo qualcosa ancora oggi: i traffici passano, crescono, ma poco rimane sul territorio.

In sintesi, prima del 1914 e dello scoppio della guerra Trieste è in crescita quantitativa e in fragilità qualitativa: aumentano le tonnellate movimentate, ma si indebolisce il modello che aveva fatto della città un mondo a sé. Senza parlare di questa fragilità, il trauma del 1918 diventa inspiegabile: sembra un fulmine a ciel sereno, mentre fu anche lo spezzarsi di un equilibrio già sotto tensione. Anche l’Impero austro-ungarico, attorno a Trieste, non era l’idillio narrato dal mito. Dal 1867 l’Austria-Ungheria è una duplice monarchia: due Stati, un sovrano, esercito e politica estera comuni. Questo sistema funziona per cinquant’anni, ma a un prezzo molto alto: riconosce due nazioni egemoni, tedeschi e magiari, lasciando molte altre in posizione subordinata. L’Impero non era affatto un cadavere annunciato: fino al 1914 aveva sviluppato pratiche reali di gestione del pluralismo, soprattutto nella metà austriaca. Ma la guerra ne mise immediatamente in luce i limiti: dualismo, censura diseguale, penuria e perdita di legittimità. Non fu soltanto il nazionalismo a uccidere la monarchia; fu anche l’incapacità di riformarsi. E, ironia della sorte, fu la morte dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo a interrompere un possibile percorso di cambiamento. Francesco Ferdinando non era un riformatore illuminato come Giuseppe II: era un conservatore autoritario, poco amico dei parlamenti, un cattolico intransigente e un oppositore del dualismo magiaro. Tuttavia aveva in mente una strategia per tentare di salvare l’Impero contenendone le spinte nazionali attraverso importanti riforme strutturali.

Per Trieste tutto questo conta. La città viveva di un Impero che doveva tenere insieme tedeschi, magiari, cechi, polacchi, croati, sloveni, italiani e romeni. Più le nazioni si organizzavano, più il porto cosmopolita entrava in tensione: italianità, slovenità, lealtà asburgica, interessi della Camera di Commercio. Questa coesistenza era insieme creativa e fragile. Il mito austriacante preferisce ricordarne la creatività. La storia impone di ricordarne anche la fragilità. E se gli Imperi centrali avessero vinto la Grande Guerra? Per Trieste sarebbe stato meglio? È la domanda che il mito triestino dell’Austria suggerisce senza formularla apertamente. Una vittoria di Germania e Austria-Ungheria nel 1918 avrebbe salvato il porto d’oro? Non esiste una risposta certa. La storia controfattuale non è un laboratorio per storici e appassionati seri. Si possono però evitare alcuni errori.

Il primo: una vittoria della Germania e dell’Austria-Ungheria non avrebbe cancellato il dualismo, né la rivalità tra Trieste e Fiume. Budapest avrebbe continuato a sostenere il proprio porto, mentre Vienna avrebbe dovuto continuare a bilanciare interessi tedeschi, ungheresi e italiani. Trieste sarebbe rimasta utile, non sacra.

Il secondo errore: consiste nel pensare che una vittoria germanica avrebbe automaticamente rafforzato Trieste. Al contrario, avrebbe probabilmente consolidato l’egemonia economica tedesca con Amburgo, Brema, le ferrovie settentrionali e le banche di Berlino. In una Mitteleuropa guidata dalla Germania, Trieste avrebbe corso il concreto rischio di diventare il porto periferico di un sistema continentale orientato più verso il Nord Europa che verso l’Adriatico. Più forte sarebbe stata Berlino, più Trieste avrebbe rischiato di diventare un’appendice.

Terzo errore: l’irredentismo italiano e le tensioni slave non sarebbero scomparsi per decreto. Una vittoria militare non avrebbe risolto una crisi di legittimità plurinazionale. Trieste sarebbe rimasta una città di confine all’interno di un Impero ancora più militarizzato, indebitato e dipendente dal partner tedesco. Della tragica fine del cosmopolitismo triestino, sopravvissuto al 1848 ma spazzato via dalla violenza del primo dopoguerra, il libro di Marzi Wildauer parla con chiarezza.

Quarto errore da evitare: il mestiere del porto di Trieste, come si è detto, stava già cambiando. Restare «asburgici» non avrebbe automaticamente riportato il Settecento mercantile, né i privilegi di cui la città aveva goduto in quel secolo e all’inizio dell’Ottocento.

La Grande Guerra fu uno spartiacque traumatico. Nel 1918 Trieste perse il proprio ruolo di porta di un Impero che, però, era già da tempo sottoposto a fortissime pressioni. L’alternativa alla vittoria italiana non sarebbe stata un’eterna Belle Époque. La leggenda dell’età dell’oro senza crepe – «se ci fosse stata ancora l’Austria» – resta un’ipotesi storica non dimostrata. La realtà è molto più vicina a un «più no che sì». Con l’Austria Trieste crebbe come poche città europee. Già prima del 1914, però, il suo modello stava cambiando rapidamente, mentre l’Impero austro-ungarico faticava sempre di più a restare unito. Capire questo non toglie nulla al passato. Toglie soltanto qualche alibi al presente.

L’editoriale è di Roberto Srelz

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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